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Interviste

L'impresa con al centro la persona

Marco Margrita intervista il vaticanista Andrea Tornielli in merito al pensiero economico di Papa Francesco.

12 Settembre
09:30 2018

Dall’avvio del suo Pontificato, non si contano le critiche a Papa Francesco. Spesso riguardano il suo modo di approcciare la questione sociale: si tende a farlo apparire come un avversario assoluto dell’economia di mercato. Come realtà che da voce al mondo dell’impresa, non potevamo non cercare di comprendere quale davvero sia il suo pensiero. Ci siamo fatti aiutare da uno dei più autorevoli vaticanisti: Andrea Tornielli, coordinatore del sito “Vatican Insider” de “La Stampa”. Quanto segue è la sintesi di un colloquio ampio e franco.

 

 

Andrea, ci sembra di poter dire che il tema del lavoro e della sua dignità siano tra i più frequenti nel Magistero di Papa Francesco. Penso al fatto, ad esempio, del suo insistere sulle “tre t: tierra, techo e trabaco” (terra, casa e lavoro). Richiamate sia nel discorso ai Movimenti Popolari sia nel suo discorso alla sede Onu di New York. Qual è, pur nel solco della Dottrina Sociale della Chiesa, lo specifico della sua attenzione alla questione?

 

Credo che il suo specifico contributo sia duplice e sia legato, da una parte, alla sua esperienza diretta in America Latina, dall'altra, a un giudizio complessivo sull'evolversi della situazione mondiale. Per quanto riguarda il primo punto, c'è in Francesco una grande valorizzazione delle risposte che vengono dal basso, dei movimenti popolari, della capacità delle persone di organizzarsi per rispondere ai bisogni e per cercare di porre rimedio alle ingiustizie. Per quanto riguarda il secondo punto, mi sembra che sia evidente la richiesta del Pontefice di un cambio strutturale, di una messa in discussione dell'attuale modello economico-finanziario, a partire da una considerazione molto semplice: la crisi iniziata dieci anni fa non si è ancora conclusa e se non vi si pone rimedio seriamente siamo destinati a passare da una crisi a un'altra ancora più grande.

 

Il Santo Padre è stato sbrigativamente definito, da parte di ben noti think tank liberisti e neocon, “socialisteggiante”. Eppure ha spesso parlato in termini positivi dell’impresa e anche ricevuto sue organizzazioni (penso, ad esempio, alla prima storica udienza di un Papa alla Confindustria). Come si può sintetizzare la visione di Francesco rispetto all’impresa e agli imprenditori?

 

Com'è noto, le accuse di marxismo e persino di leninismo non sono soltanto rozze ma semplicemente ridicole oltre che senza fondamento alcuno. Il Papa non condanna la ricchezza o l'impresa, ma l'idolatria del denaro e un sistema che non mette al centro le donne, gli uomini e il loro lavoro, ma i soldi. Francesco parla sempre dell'impresa e degli imprenditori sottolineando la grande responsabilità, direi persino la missione, che è loro affidata. Il Papa invita a fare impresa mettendo al centro la persona e le sue relazioni. La persona concreta, con le sue necessità e le sue speranze. Li invita a mettere al centro il lavoro e a valorizzare anche chi nell'attuale processo rischia di essere scartato, come ad esempio i giovani.

 

“Il lavoro non è necessario solo per l’economia, ma per la persona umana, per la sua dignità, per la sua cittadinanza e anche per l’inclusione sociale. Torino è storicamente un polo di attrazione lavorativa, ma oggi risente fortemente della crisi: il lavoro manca, sono aumentate le disuguaglianze economiche e sociali, tante persone si sono impoverite e hanno problemi con la casa, la salute, l’istruzione e altri beni primari. L’immigrazione aumenta la competizione, ma i migranti non vanno colpevolizzati, perché essi sono vittime dell’iniquità, di questa economia che scarta e delle guerre. Fa piangere vedere lo spettacolo di questi giorni, in cui esseri umani vengono trattati come merce!”. Questo passaggio del discorso al mondo del lavoro durante la sua visita a Torino, qualche anno fa in occasione dell’ostensione della Sindone, ci sembra un compendio del pensiero sociale del Papa. Come può essere correttamente sintetizzata la posizione del Santo Padre rispetto all’immigrazione?

 

Mi sembra una posizione profondamente realista. Innanzitutto consapevole delle cause che provocano i grandi movimenti migratori: povertà, disoccupazione, guerre (nelle quali spesso l'Occidente ha responsabilità). Senza intervenire seriamente sulle cause, si tratta di un fenomeno che non potrà essere fermato e neanche contenuto. È poi realista anche nell'approccio. Francesco invita a guardare i migranti non come numeri, cifre, problemi anche drammatici, ma come persone: bambini, ragazzi, donne, uomini, anziani costretti a lasciare le proprie terre perché scacciati, o perché fuggono dalle bombe o ancora perché non hanno da mangiare o un minimo di futuro per i propri figli. Invita a vedere nei migranti la sacra famiglia, Gesù, Giuseppe e Maria, che erano migranti e rifugiati. L'umanità, prima ancora dello sguardo cristiano, non può mai venir meno. Ma il Papa sa bene che dire questo non significa accessi indiscriminati, perché bisogna accogliere ma anche integrare.

 

Ricevendo in udienza il Movimento Cristiano Lavoratori, il 16 Gennaio 2016, Papa Bergoglio aveva definito decisivo “formare a un nuovo Umanesimo del lavoro, dove l'uomo sia al centro”. In che modo scuola, organizzazioni sindacali e mondo dell’impresa possono accogliere questo compito?

 

Credo che la scuola, i sindacati e gli imprenditori possano accogliere questo invito ma non tanto o non soltanto perché arriva dal Papa, ma perché è l'unica via per rispondere al disagio che aumenta anche nel nostro Paese. Bisogna comprendere che cosa c'è dietro la vittoria dei populismi o l'esito delle elezioni americane. Basta vedere i dati ufficiali sulla povertà per rendersene conto. Ma l'invito non si accoglie senza essere disposti a cambiare, a cercare vie nuove, a uscire da vecchi schemi. L'invito si accoglie se si comincia a valorizzare l'apporto dal basso, soprattutto essendo capaci di fare rete, di collaborare con altri soggetti, sapendo rinunciare a qualcosa pur di coinvolgere altre realtà. Avendo sempre presente l'emergenza della disoccupazione, specie quella giovanile, e la necessità di rispondere ai bisogni delle famiglie più povere.

 

Già da Arcivescovo di Buenos Aires, Bergoglio ha spesso richiamato la formula “imperialismo internazionale del denaro”, per descrivere l’attuale situazione di crisi che “toglie di mezzo addirittura il lavoro, che è il modo in cui si esprime la dignità dell’uomo, la sua creatività, che è l’immagine della creatività di Dio”. Una critica radicale alla finanziarizzazione dell’economia. In che modo l’esperienza cristiana può porsi come argine alla squalificazione del lavoro?

 

Può farlo se non dimentica la sua Dottrina sociale, che pare essere quasi il segreto meglio conservato della Chiesa. Pochi la conoscono e non sembra essere il riferimento neanche per i cattolici in politica. I cristiani dovrebbero riscoprire questo tesoro, essere meno "tiepidi", meno accondiscendenti con chi predica il dogma secondo il quale viviamo nel migliore sistema economico se non nell'unico possibile. Non si può venir meno dalla difesa del lavoro umano, perché senza lavoro non c'è dignità, come ha detto Francesco in un messaggio ai vescovi del Sud Italia. L'esperienza cristiana può farci scoprire sempre di più che non siamo una somma di individui, ma siamo un "noi", una comunità. E quando c'è una parte, sempre più consistente, di questo "noi" che è in difficoltà, non può non risentirne tutto l'insieme. Promuovere il lavoro, difendere il lavoro, impegnarsi per sostenerlo, con creatività anche seguendo nuove vie: questo dovrebbe essere un compito per i cristiani impegnati nel sociale e in politica.

 

“I turchi meccanici” di Amazon sono quasi il simbolo di una reificazione del lavoratore. Esiste davvero il rischio del trionfo del post-umano. Questa sensibilità era sicuramente presente nel Pensiero di Benedetto XVI. Anche Papa Francesco vi pone un’attenzione particolare?

 

Certamente, lo dimostrano tutti i suoi interventi. La preoccupazione degli ultimi Papi al riguardo si sviluppa sulla stessa direttrice. Se al centro non c'è più l'uomo, se l'uomo diventa una "cosa", stiamo facendo passi verso un baratro dal quale non sarà più possibile tornare indietro.

 

Marco Margrita

 

(Immagine in copertina tratta da itresentieri.it)

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