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La cultura come antidoto al razzismo

Clara Letizia Riccio per Civico20News

13 Settembre
15:00 2018

l termine “cultura” affonda le sue radici nell’epoca degli antichi romani, in particolare deriva dal verbo “colere” che in latino significa “coltivare”. Cultura è propriamente coltivare se stessi, dilatarsi a dismisura avvinghiando l’ammaliante corpo del sapere, germogliare di giorno in giorno sempre di più.

Cultura è polverizzare i propri limiti, espandersi ogni oltre confine abbracciando ciò che è diverso, è poter respirare a pieni polmoni la refrigerante brezza della libertà. Un uomo “soggiogato” dalla "sete natural che mai non sazia", espressione con cui il sommo poeta definiva la sapienza, è pienamente padrone di se stesso; al contrario il destino di un uomo, privo di questo elisir dell’anima, si dispiega asservendo gli altri e le loro idee, ammutolendo di fronte ad ogni ordine impartito e ad ogni decisione presa; come il singolo così il popolo che, se ignorante, “non ragiona, ma ubbidisce”.

In un’epoca, come quella attuale, in cui domina incontrastato il mostro dell’ignoranza, è elementare indottrinare le masse facendo leva proprio su ciò che esse stesse desiderano, è facile ottenere consensi sulla piega di un cieco (e fittizio) terrore verso ciò che è differente da noi e sulla base di una non-informazione, costruita su ciò che solo i vertici del potere propinano costantemente, e trascurando in tutti i modi la verità. Del resto, come asseriva Karl Kraus: “Quando il sole della cultura è basso, i nani hanno l’aspetto di giganti.”

Ed è indiscutibilmente vero: oggi i nani, che incolpano gli stranieri, i diversi come responsabili del fallimento della loro nazione, quegli stessi nani che seminano paura nei confronti di ciò che è altro, di ciò che è dissimile da loro, sono applauditi e venerati dalle folle come giganti.

"La Cultura arricchisce sempre;

La Cultura permette di superare tutti i limiti;

Chi ama la Cultura desidera conoscere tutte le culture, quindi è contro il razzismo."

Ebbene sì, il razzismo può raccogliere adesioni soltanto in un popolo minacciosamente ignorante.

Nel lontano diciottesimo secolo, Voltaire nel suo “Trattato sulla tolleranza”, scriveva che la società francese era affetta dalla malattia della “superstizione”, volendo designare con tale parola una bieca irrazionalità, un perfido accecamento per quanto concerneva gli episodi di violenza ingiustificata, di tortura ecc., ma soprattutto un abbacinante fanatismo. Era (ed è tuttora) il fanatismo, sia esso religioso o razziale, a mietere un numero incalcolabile di vittime.

Nel grido del filosofo francese “Écrasez l'Infâme” (Schiacciate l’Infame) si coglie il disperato invito a non lasciarsi ottenebrare dall’esecrabile morbo dell’intolleranza, al contrario di agire sempre con il lume della ragione, orientata proprio dalla tolleranza.

“Il diritto all'intolleranza è assurdo e barbaro: è il diritto delle tigri; è anzi ben più orrido, perché le tigri non si fanno a pezzi che per mangiare, e noi ci siamo sterminati per dei paragrafi.”

Il diritto delle tigri non può che nascere da un nietzschiano ed inquietante sonno della ragione, che sposandosi con l’ignoranza, dà alla luce i più radicati pregiudizi e le più aberranti discriminazioni.

“La tolleranza è una conseguenza necessaria della nostra condizione umana. Siamo tutti figli della fragilità: fallibili e inclini all’errore. Non resta dunque che perdonarci vicendevolmente le nostre follie. È questa la prima legge naturale: il principio a fondamento di tutti i diritti umani.”

Pertanto la tolleranza è conditio sine qua non di pace e benessere di uno Stato. Sostiene il filosofo Michael Walzer, riallacciandosi alla concezione kantiana che teorizza il concetto di rispetto dell’altro come fine e mai semplicemente come mezzo, che non soltanto la tolleranza “protegge” gli stati dalla macabra prospettiva di un sempiterno conflitto, ma anche che essa può assumere due differenti forme.

In qualità di politica di inclusione, che si delineerebbe accogliendo nella propria nazione le varie “minoranze” (dove per minoranze si intendono le attuali orde migratorie), e in qualità di separazione, che consisterebbe nel riconoscimento alle medesime  minoranze del diritto di autodeterminarsi autonomamente, tracciando un confine geografico e istituzionale.

La tolleranza, tuttavia, assume le sembianze di dovere morale nei confronti degli stranieri, dal momento che «il progresso è riservato ad una sola parte del mondo e dell’umanità», come dichiara assennatamente la filosofa liberal americana Martha Nussbaum, nella sua opera “Nuove frontiere della giustizia”. L’Europa occidentale, gli Stati Uniti d’America e il Canada hanno avidamente usurpato le ricchezze dapprima appartenenti proprio all’Africa, sfruttando oltremodo anche gli stessi africani, deportati come schiavi.

Attualmente, gli abitanti del continente nero, ormai defraudato da tutte le risorse, non possono che cercar rifugio presso i paesi dove, indomito, signoreggia lo stesso progresso. L’esorbitante fenomeno di immigrazione, in parte, è stato innescato anche (soprattutto) da noi stessi, come attesta la Nussbaum.

Ciononostante, il razzismo continua a proliferare nell’alveo dell’opinione pubblica, annunciandosi la raccapricciante possibilità di divenire legge. Lo stesso Voltaire, nella tragedia “Olympie”, asserisce che è proprio sull’ordito dell’opinione pubblica che si tessono le trame della legge, che non è altro se non la sua superba espressione. In essa l’autore rintraccia il vero motore della Storia, il germe della rivoluzione, foriera di innumerevoli cambiamenti. Ma il cambiamento mal si adatta una soffocante ignoranza, al contrario la rifugge.

Anche secondo l’illustre pensatore Norberto Bobbio, la tolleranza immancabilmente si abbevera alla fonte della pura verità, spogliandosi dalla scomoda accezione di indifferentismo e scetticismo.

Se la nostra opinione pubblica si suturasse seguendo gli orpelli della cultura, agognando bramosamente la bobbiana verità, si eclisserebbe in un batter d’occhio il demone dell’analfabetismo funzionale e verrebbe concretamente osservato e applicato l’art. 3 della Costituzione: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.

In un celeberrimo estratto del “Trattato sulla tolleranza”, Voltaire appellandosi a Dio chiede:

“Tu non ci hai donato un cuore per odiarci l'un l'altro, né delle mani per sgozzarci a vicenda;

fa che noi ci aiutiamo vicendevolmente a sopportare il fardello di una vita penosa e passeggera.

Fa sì che le piccole differenze tra i vestiti che coprono i nostri deboli corpi,

tra tutte le nostre lingue inadeguate, tra tutte le nostre usanze ridicole,

tra tutte le nostre leggi imperfette, tra tutte le nostre opinioni insensate,

tra tutte le nostre convinzioni così diseguali ai nostri occhi e così uguali davanti a te,

[…] non siano altrettanti segnali di odio e di persecuzione.”

 

Clara Letizia Riccio

 

 

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