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Interviste

Giuseppe Lettere

Pittore torinese introspettivo che nelle sue opere presenta temi di forte valenze sociale ed emotiva, spesso nascosti o taciuti, per stimolare negli spettatori riflessioni e confronti

16 Settembre
11:00 2018

Propongo ai Lettori l’intervista al pittore Giuseppe Lettere, che ho conosciuto in occasione della sua partecipazione al Concorso di Pittura “Viù d’oro – 2018”, organizzato dalla locale Pro Loco e concluso giovedì 23 agosto (m.j.).

 

Quale è stato il suo percorso formativo?

Sono nato in Svizzera nel 1968 e da quasi trent’anni sono a Torino dove vivo e lavoro. Ho sempre avuto la passione del disegno, gli spazi bianchi sulle pareti, su libri e quaderni mi hanno sempre attirato come le Sirene con Ulisse.

Disegnavo anche con mezzi rudimentali come legnetti bruciati a mo’ di carboncini. Quando frequentavo le scuole medie in Italia, a Brescia, nelle ore “buche” con il mio vicino di banco, anche lui appassionato di disegno – oggi è un fumettista – ci scambiavamo un foglio scarabocchiato, poi la nostra bravura consisteva nel saper fare emergere dai segni un disegno corrispondente alla verità.

Poi ho approfondito gli studi sul colore, sulle ombre e ho iniziato a dipingere sulla stoffa in particolare sulle magliette, federe per cuscini per parenti e conoscenti.

Nel 2002, dopo quattro anni di corso, ho sostenuto la mia tesi di Laurea alla Accademia Albertina di Torino discutendo la mia tesi intitolata “L’eros nella storia dell’arte – il pittore e la modella”.

Quali sono stati i suoi maestri?

Di quel periodo ricordo il professor Gatti, docente di incisione e soprattutto il professor Giorgio Auneddu, perché grazie ai suoi insegnamenti ho conosciuto e mi sono “innamorato” delle opere del pittore Giacomo Grosso, più noto come ritrattista ma capace di eseguire nature morte come, ad esempio, la pelle vellutata delle pesche realizzata in modo magistrale. Sull’esempio di Giacomo Grosso, in particolare della sua “Nuda” del 1896, mi sono applicato ad uno studio molto approfondito del corpo umano e, per la rappresentazione dei suoi rapporti con la luce, mi ispiro anche a maestri come Caravaggio e Lucian Freud.

Come si sviluppa la sua attività di pittore?

Ho esordito come pittore nel 1998, mentre frequentavo l’Accademia, partecipando a numerose mostre collettive praticamente in tutta Italia. Ho vinto premi on line e a manifestazioni locali. Di solito dipingo a olio, su legno o su tela, ma utilizzo anche i colori acrilici e ad acquarello. Pratico anche tecniche pittoriche sofisticate come i colori alchidici, che crea una via di mezzo tra olio e acrilico, che permette rimaneggiamenti anche mentre asciuga, e mi sono anche cimentato con la tecnica, molto complessa e difficoltosa, dell’encausto.

Ho tenuto due personali a Torino, una presso il chiostro della Chiesa della SS. Annunziata, in via Po, e l’altra presso la Galleria Elettroshock, nel 2015 e nell’agosto di quest’anno ho esposto la mia Via Crucis presso l’Albergo Rocciamelone di Usseglio (Torino).

Come definisce il suo stile?

Nelle mie opere intendo presentare temi di forte valenze sociale ed emotiva, che spesso si preferisce nascondere o tacere, con il fine di stimolare negli spettatori riflessioni e confronti. Cerco sempre di creare comunicazione, emozioni, discussioni anche contrastanti, tra la mia opera e l’osservatore, non per apparire trasgressivo o creare scandalo ma per instaurare un dialogo costruttivo. La mia pittura verte su tutto ciò che dimentichiamo, non vogliamo vedere o approfondire.

Nella mia ultima personale, per esempio, dal titolo provocatorio “Corpo amato?”, ho voluto trattare dell’opulenza ma anche della caducità del corpo, fino agli aspetti dolorosi del suicidio, per cercare di alimentare riflessioni e introspezione. Ho rappresentato temi di profonda valenza sociale che a volte si preferisce nascondere, dove spesso la tv macina incessantemente fatti di cronaca uno dietro l’altro senza darci il tempo di pensare e assimilare quello che, in quel momento, sentiamo e vediamo.

Il mio intento è far prendere coscienza, riflettere su questi argomenti. Ad esempio, in “Diritto del corpo” rappresento una donna mutilata sulla carrozzella, per esprimere il diritto dei disabili e/o andicappati ad amare ed essere amati (questa immagine è stata censurata da Facebook!).

Il mio quadro “Corpo atteso” presenta una donna incinta che non sorride, forse perché la gravidanza deriva da uno stupro, “Lo spettro del corpo” presenta un bellissimo corpo femminile che nessuno può vedere perché avvolto da un inquietante burka nero, soltanto il compratore avrà il diritto di rimuovere e donare finalmente la libertà a quella giovane fanciulla costretta in quel costume tradizionale.

“La follia del corpo”, altra opera presentata nella mia personale sul Corpo, deriva da un caso di cronaca nera avvenuto ad Aurora in Colorado nel 2012 dove un giovane travestito da Joker ha fatto una strage in un cinema uccidendo 12 persone; “La solitudine del corpo” è dedicato al suicidio, in particolare per il lavoro: imprenditori o operai. “Pregiudizio in corporato” considera il difficile rapporto tra genitori e figli omosessuali e “Corpo agognato (transveneri)” tratta il tema della transessualità.

Posso dire che questa personale esprime la mia visione della pittura.

Tutto quello che negli anni dipingo – e che presenta come soggetto principale il corpo umano - è in funzione e contribuisce (quasi in maniera ossessiva) ad arricchire la mia produzione verso questa tematica .

Anche la mia “Via Crucis”, a cui ho lavorato per un anno e mezzo, fa parte di questo progetto sul corpo. [Questa opera di Giuseppe Lettere sarà considerata in un articolo separato, n.d.r].

La mia massima soddisfazione in campo artistico, si realizza pienamente quando le mie opere incuriosiscono, stimolano l’osservatore, insomma creano emozioni, anche contrastanti.

Dipingo anche nature morte ma cercando di non banalizzarne mai la bellezza, per esempio in alcune ho rievocato ricordi di sapori, profumi e colori della mia adolescenza oppure i frutti del mio orto.

Lei è solito villeggiare a Viù. Che spazio hanno nei suoi quadri panorami, scorci e personaggi di questo comune di montagna?

Ho partecipato più volte al Concorso di Pittura “Viù d’oro”. Quest’anno ho esposto il quadro dedicato alla signora Emilia e alla sua oca.

La signora Emilia abita nella frazione Fubina, l’ho notata passando in auto: è una signora anziana che vive da sola, gli animali fanno ormai parte della sua famiglia. L’ho vista parlare con la sua oca mentre l’accarezzava e da qui l’idea di ritrarla e far emergere questo profondo legame di amicizia ed evidenziare più in generale il rapporto fra l’uomo e la natura.

Nel 2016 ho presentato un quadro che esprimeva il mio coinvolgimento con gli abitanti della montagna: ho voluto ricordare Giulio, un mio anziano vicino di casa, molto noto e stimato in Viù. L’ho rappresentato nell’atto di mungere, alla presenza del suo gatto, del suo amato vino e di un corvo che si avvicinava fiducioso alla finestra per prendere il cibo che lui era solito dargli. Tutto questo è ambientato in una stalla dove compaiono anche un ragazzo e una ragazza con l’abito tradizionale, come simboli del futuro. La ragazza tiene in mano una fetta di toma che offre ad un ragazzo in cambio delle belle e colorate ortensie che questi tiene in un cesto dietro la schiena, a simboleggiare tradizioni, sapori e colori di Viù.

Così ho trattato questo tema sia in modo veristico ma anche simbolico per la scena evocata.

 

I suoi progetti per il futuro?

Al momento lavoro a un quadro dedicato alla violenza sui minori, che forse presenterò alla prossima edizione di “Viù d’oro”, e poi a un panorama che mi è stato commissionato. Sto anche pensando a una mia nuova personale da realizzare a Torino.

Grazie e auguri!

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