Reg. Stampa num.22 del Tribunale Ordinario di Torino - 11 Marzo 2011

redazione@civico20news.it

Cronaca

Esempi di legalità – Peppino Impastato, un uomo che combatté l’arroganza mafiosa con l’ironia e il pensiero.

Peppino, con radio Aut, le associazioni culturali, il giornalismo, fu un modello di risveglio democratico delle coscienze giovanili, nel sud degli anni 70.

12 Ottobre
10:00 2018

Giuseppe Impastato, detto Peppino, fu ucciso nella notte tra l'8 e il 9 maggio 1978, a Cinisi (PA). La sua decisa refrattarietà alla cultura mafiosa, fu significativa e stupefacente, essendo cresciuto in un ambiente di mafiosi. Il suo attivismo contro la malavita locale, che rappresentò il perno della sua vita, fu un  vero affronto alla mafia.

Nacque a Cinisi (Palermo) il 5 gennaio 1948. Il padre, Luigi, durante l’ultima guerra, fu condannato a tre anni di confino, per la sua partecipazione alla malavita organizzata mafiosa e una sua zia sposò il capomafia Cesare Manzella. La madre, Felicia Bartolotta, invece, si dimostrò sempre ostile alla losca attività del marito e della famiglia.

Peppino rimase molto impressionato dalla morte dello zio, Manzella, che nel 1963, fu fatto saltare in aria dentro la sua auto, piena di tritolo.

 

Il ragazzo, allora quindicenne, comprese l’omertosità e mafiosità della sua famiglia, i cui valori gli erano stati trasmessi sin dall’infanzia e così si scontrò molte volte con il padre, fino a essere cacciato di casa.

 

Manifestò, con la sua attività personale e giornalistica, un totale senso di irriverenza verso la mafia, utilizzando l’ironia e i giudizi diretti e coprì di ridicolo soggetti e aspetti sui quali la mafia fondava il suo potere: l’onore e la soggezione (rispetto).

Nel 1965, fondò un piccolo giornale “L'Idea socialista”, in cui pubblicò un articolo molto forte contro la mafia che la madre, preoccupata per gli effetti, lo aveva scongiurato di non divulgare.

Aderì al nuovo Psiup, Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria.

Subì il fascino delle idee di Danilo Dolci e marciò per la pace nel 1967.

Militò nei gruppi di Nuova Sinistra nel 1968, anno della rivolta studentesca.

Si schierò a favore dei contadini che avevano perso le loro terre, espropriate per costruire la terza pista dell'aeroporto di Palermo e anche a favore dei lavoratori edili e dei disoccupati.

Dall’influenza delle idee di Mauro Rostagno, nel 1975, fondò il gruppo "Musica e cultura". Il circolo trattava argomenti come l’ambiente, le campagne contro il nucleare e l’emancipazione femminile, attraverso cineforum, musica, teatro, dibattiti.

Nel 1977, fondò Radio Aut, una radio libera autofinanziata che aveva sede a Terrasini ed era ricevibile sulla frequenza 98.800 MHZ a Terrasini e dintorni. Il programma radiofonico, più seguito era "Onda pazza", trasmissione satirica con cui sbeffeggiava mafiosi e politici, in particolare denunciava i delitti e gli affari dei mafiosi di Cinisi e Terrasini, e in primo luogo del capomafia Gaetano Badalamenti (da lui beffardamente etichettato “Tano seduto”).

Nel 1978, si candidò come consigliere comunale nella lista di Democrazia Proletaria ma, alla vigilia delle elezioni, nella notte tra l'8 e il 9 maggio, a soli 30 anni, venne assassinato e fatto saltare con del tritolo, collocato lungo i binari della ferrovia di Cinisi che, congiunge Palermo a Trapani, dove il suo corpo martoriato e ormai inerme, venne collocato.

Lo stesso giorno, venne ritrovato il corpo del presidente della Dc, Aldo Moro. Gli elettori di Cinisi vollero comunque simbolicamente votare il nome di Peppino, che risultò quindi, tra gli eletti al consiglio comunale.

Per farlo apparire un suicida, nel luogo della morte, venne inscenato un attentato, in modo da farlo ricadere sulla sua opera, un misero tentativo che non riuscì a sconfessare la sua immagine e reputazione di uomo antimafia.

Alla sua morte, dopo vari passaggi interpretativi giudiziari, vennero individuati i colpevoli. Il 5 marzo 2001, la Corte d'assise di Palermo, accertò e condannò Salvatore Palazzolo, affiliato del clan Badalamenti e lo condannò a trent'anni di reclusione. L'11 aprile 2002, anche Gaetano Badalamenti fu riconosciuto colpevole e condannato all'ergastolo.

Con la sua breve vita, Peppino Impastato è stato testimone di una Sicilia che difese sé stessa, che reagì alla criminalità locale con raffinata ironia, con il dialogo, con la consapevolezza di debellare la sottocultura totalitaristica mafiosa che voleva solo assoggettare e depredare.

Non si può scordare il famoso film che bene rappresenta Peppino, ‘I cento passi’, film del 2000, diretto da Marco Tullio Giordana. Il titolo prende il nome dal numero di passi che occorreva fare a Cinisi, per colmare la distanza tra la casa della famiglia Impastato e quella del boss mafioso Gaetano Badalamenti. Peppino è interpretato magistralmente dall’attore Luigi Lo Cascio, del quale, nel film vogliamo ricordare un suo piccolo discorso, tratto dalle parole di Peppino:

Mio padre, la mia famiglia, il mio paese! Io voglio fottermene!  Io voglio scrivere che la mafia è una montagna di merda! Io voglio urlare che mio padre è un leccaculo! Noi ci dobbiamo ribellare. Prima che sia troppo tardi! Prima di abituarci alle loro facce! Prima di non accorgerci più di niente!

immagine: internazionale.it

 

Condividi l'articolo

Autore dell'articolo

Commenti all'articolo