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Politica Internazionale

In Lettonia altro duro colpo all’Ue: crolla anche il partito del rigore.

Ad una settimana esatta dal voto referendario in Macedonia, che di fatto sancisce lo stop all’ingresso di Skopje nell’Ue e nella Nato, arriva dall’est un’altra importante batosta per Bruxelles.

8 Ottobre
14:21 2018

Questa volta a bocciare l’Ue sono gli elettori della Lettonia, paese baltico e descritto in anni recenti come “fiero” del passaggio nell’orbita occidentale e quindi nell’Unione europea. La retorica secondo cui i paesi dell’est sono i più entusiasti nello “sposare” il progetto europeo dopo l’esperienza comunista e grazie a non pochi asti con Mosca, appare oramai definitivamente superata. Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia da anni formano il “gruppo Visegrad”, con il quale si condanna apertamente Bruxelles per via soprattutto della politica migratoria.

 

Come detto, la Macedonia ha bocciato il referendum sul cambio di denominazione per entrare nell’Ue. Adesso anche la Lettonia si allinea sulla scia dell’euroscetticismo. E questo arriva dopo le ben più pesanti, per Bruxelles, batoste della Brexit e della crescita dei movimenti euroscettici in paesi fondatori quali Italia e Francia. 

 

I filorussi diventano il primo partito. 

La Lettonia è nell’Ue dal 2004, nell’Euro dal 2014. Popolo baltico appartenente all’Urss fino al 1991, i lettoni nel corso del primo decennio di indipendenza puntano molto sull’avvicinamento all’occidente. Mosca non viene vista di buon occhio: contro il Cremlino, nel sentimento popolare lettone, pesano i tentativi di “russificazione” operati da Stalin, la mancata indipendenza ed uno sviluppo considerato frenato durante il sistema comunista. Il “mito dell’occidente”, così come in gran parte dell’est Europa, ha quindi subito attecchito.

 

Ma adesso tutto sembra essere vanificato. L’economia lettone arranca, il paese perde ogni anno tanti cittadini per via di una forte emigrazione verso altri paesi dell’Ue, molti giovani preferiscono Londra o Berlino a Riga, la loro capitale. Per di più, scandali e recessione hanno repentinamente fatto cambiare idea ai lettoni sulla bontà del progetto europeo.

 

Già nel 2008 la Lettonia è colpita da una grave crisi finanziaria ed economica, da molti considerata addirittura peggiore del periodo comunista. Per salvare la Parex Banka, una delle più importanti del paese, sono serviti miliardi di Euro ed i bilanci statali da quel momento a subire le “cure dimagranti” fatte di austerità e tagli alla spesa che ben oramai si conoscono in tutto il vecchio continente.

 

Fin quando però lo spauracchio di un “ritorno russo” ha continuato a fare breccia nella popolazione, il modello Ue è stato preferito senza discussione. Adesso nemmeno la costante paura di Mosca e gli asti passati con il Cremlino sembrano fermare la crisi di credibilità dell’Europa tra i lettoni.

 

Andati domenica alle urne, gli elettori lettoni hanno dato la maggioranza relativa alla lista “Concordia“, formata da lettoni russofoni e da militanti filo russi. Si tratta dello stesso partito che fino allo scorso mese di novembre è stato legato da un protocollo d’intesa con Russia Unita, la formazione di Vladimir Putin. A Concordia è andato il 20% dei suffragi, che dovrebbero valere 24 seggi nel prossimo parlamento. La crescita del partito è indice sia del malcontento, ma anche della fine della paura verso la Russia da parte di una buona fetta dell’elettorato. 

 

Nuovo parlamento frammentato.

Difficilmente però i filorussi di Concordia faranno parte del prossimo esecutivo. Il loro 20% è isolato, nessuno vuole entrare in coalizione con loro. Ma a Bruxelles non si può ugualmente far festa. Tutti i partiti dell’esecutivo uscente infatti, hanno perso più della metà dei voti. La principale vittima è il partito “Unità”, dell’ex premier e vice presidente della commissione europea  Valdis Dombrovskis.

 

Fautore della politica del rigore, protagonista anche negli ultimi giorni di dure accuse all’Italia e di formali richiami all’esecutivo di Roma, il suo partito ha di poco superato la soglia di sbarramento del 5%. Crollati anche i Verdi ed i socialdemocratici. Si tratta di partiti che sono stati protagonisti dal 1991 in poi dell’allineamento della Lettonia all’Ue ed alla Nato. 

 

Gli europeisti vanno dunque in minoranza perchè, oltre all’exploit dei filorussi, c’è da registrare l’avanzamento di coloro che con Mosca non vogliono avere nulla a che fare ma che, dall’altro lato, vorrebbero in qualche modo affrancarsi anche da Bruxelles. In primo luogo, spicca il 15% del partito Kpv Lv: si tratta di una sorta di Movimento Cinque Stelle in salsa lettone, nato dalle iniziative di un ex attore e comico quale Artuss Kaimins.

 

Dietro vi è il partito dei Nuovi Conservatori, con il 13.5%: quest’ultima costituisce la formazione politica che più di ogni altra ha incentrato la campagna elettorale sulla lotta alla corruzione. Sono questi movimenti che, anche se non dovrebbero mettere in dubbio l’appartenenza della Lettonia all’Ue ed alla Nato, potrebbero apparire nel prossimo futuro come forti critici ai dettami della commissione europea.

 

Ma soprattutto, con le elezioni lettoni crolla comunque un mito: quello cioè dei baltici pronti a tutto pur di allontanare sempre di più Mosca ed avvicinarsi sempre di più a Bruxelles. 

 

occhidellaguerra.it

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