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Politica Nazionale

Reddito di Cittadinanza: ai piemontesi non piace.

Un sondaggio Ipsos certifica la spaccatura tra Nord e Sud.

9 Ottobre
09:00 2018

Più della metà degli abitanti del Nord Ovest alla domanda “qual è il suo giudizio sull’introduzione di un reddito di cittadinanza?” ha risposto negativamente, mentre solo per il 37% degli intervistati l’impressione è positiva. Questo quanto emerso da un recente studio condotto da Ipsos per il Corriere della Sera in cui si è evidenziata, tra le altre cose, la solita differenza tra Nord e Sud.
Qualcuno potrebbe giustificare questi risultati tirando in ballo il solito assistenzialismo meridionale, o di contro la presunta laboriosità del Settentrione, ma sarebbe piuttosto superficiale.

Il cavallo di battaglia del Movimento 5 Stelle, intorno a cui si sono scatenate ironie, polemiche e dibattiti sulle eventuali coperture finanziarie, continua a lasciare perplesso in generale tutto il Nord, dalla Valle d’Aosta al Friuli, mentre vede un generale apprezzamento al Sud e sulle Isole (40% contrari, 45% favorevoli), e un po’ curiosamente vede il massimo del suo consenso nelle regioni Centro meridionali, quali il Lazio, il Molise, l’Abruzzo e la Campania, dove il tasso di favorevoli è addirittura del 54% contro il 33% dei contrari.

Il nodo principale, al di là dell’apprezzamento, riguarda le coperture: i 10 miliardi stanziati per la riforma sembrano decisamente insufficienti e chi si è affrettato a fare i conti in tasca al governo ha puntualizzato che, se rivolti ai 6,5 milioni di italiani sotto la soglia di povertà relativa o assoluta, risulterebbero appena 128 euro a testa, cifra inferiore non solo ai famosi 780 abbozzati dal Movimento quando parlava del Reddito, ma anche al Rei, il reddito di inclusione varato dal governo Gentiloni che si attesta in media a 307 euro.

Luigi Di Maio dal canto suo continua a difendere a spada tratta la “Manovra del popolo”, come da lui ribattezzata, e a chi gli chiede se non è un po’ troppo dire di aver «sconfitto la povertà» lui risponde «No, è una delle più grandi misure per i giovani, i pensionati e tutti coloro che sono sotto la soglia di povertà relativa. Forse povertà non è il termine esatto, perché tanti credono di non essere poveri. Magari lavorano, ma non arrivano a fine mese. 
Se guadagnano 500 euro, gli daremo la differenza per arrivare a 780».
E mostra calma anche di fronte alla minaccia dei mercati con lo spread sempre più elevato (oggi ha toccato quota 310, ndr)
«Ho letto che dovevamo arrivare a 400 lunedì dopo aver approvato il deficit al 2,4%, ma non è avvenuto. Quando hanno visto che lo spread restava sotto quota 300 hanno cominciato a sparare a pallettoni contro l’Italia. Gli è andata male. Da quando questo governo è iniziato lo spread è passato da 120 a 250 e si è sempre mosso tra 250 e 300».

Intanto la Stampa fa trapelare l’indiscrezione che vorrebbe l’introduzione della manovra slittare di qualche mese: in teoria sarebbe dovuta partire nella primavera 2019, ma a causa dell’intasamento delle leggi presenti nel Def e dell’agenda politica pienissima, dall’Immigrazione al decreto Genova in commissione Tasporti, è più probabile si vada verso un autunno/inverno 2019.
Non prima di aver riorganizzato i Centri per l’impiego, enti che, per definizione, hanno consentito di trovare un impiego esclusivamente a chi ci lavora dentro.

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