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Di tutto un po'

La «Torino noir» vista e narrata da Milo Julini

Il giovanetto rapito dagli zingari (seconda e ultima parte)

11 Novembre
10:00 2018

La Questura di Torino richiede d’urgenza a Milano una foto segnaletica del sedicente Eppa: in città molte persone hanno riconosciuto Angelo Buffa grazie alla foto pubblicata dai giornali e occorre verificare. Anche “La Stampa” conduce una sua inchiesta: alcuni cronisti vanno a casa della famiglia Buffa, in via Principe Tommaso n. 26, dove il padre Valentino lavora come calzolaio.

Qui la portinaia e suo figlio identificano Angelo Buffa con la foto della “Domenica del Corriere”. Interviene poi uno dei fratelli di Buffa, Giuseppe, molto somigliante al sedicente Eppa, il quale, non senza commozione, spiega che il fratello Angelo è un discolo incorreggibile. Ha lavorato come fattorino di negozio, come garzone panettiere, come garzone di cantina nelle trattorie, come comparsa cinematografica… Da un po’ di tempo in casa non sapevano più nulla di lui quando, alcuni giorni prima, Giuseppe e un altro fratello lo hanno riconosciuto dal giornale. Hanno deciso di non parlarne al padre, per non dargli un inutile dispiacere, convinti che la Polizia avrebbe comunque identificato il loro indocile fratello.

Mentre a Torino si accumulano tutte queste prove, Bisceglie fa quadrato intorno ai Simone e al lo presunto “figlio ritrovato”. La faccenda ha enorme risonanza sui giornali di tutta Italia dove compaiono anche critiche alla Questura milanese.

In questo clima, per solleticare ulteriormente l’attenzione dei lettori, i giornali sono disposti a pagare il viaggio a Bisceglie, per un confronto diretto col preteso Francesco Simone, sia a Valentino Buffa (che però rifiuta) sia al derubato Pietro Valenzano che con Angelo Buffa ha lavorato per due mesi nella cucina dell’Albergo Centauro di Torino.

Valenzano accetta l’offerta di un quotidiano milanese e si reca a Bisceglie dove, il 22 gennaio, in municipio si svolge il confronto. Valenzano identifica senza esitazioni il compagno di lavoro che lo ha derubato, indica due sue particolari caratteristiche, ovvero l’essere astemio e forte fumatore di sigarette, che sono reali. Da notare che Valenzano parla in piemontese e il sedicente Simone gli risponde nello stesso dialetto!

Ma il sedicente Simone afferma ostinatamente di non conoscerlo, forte della protezione del “padre” e del “fratello” Vincenzo, presenti al confronto. La convinzione dei Simone non vacilla e la guardia De Toma, che a Milano ha identificato Eppa come Francesco Simone, quasi aggredisce Valenzano.

I Simone si dicono convinti dell’identità del figlio Francesco per la presenza di una cicatrice sotto l’orecchio destro. Una visita medica ne conferma l’esistenza, anche se a detta di un cronista appare piuttosto come una impercettibile fossetta, ma rileva anche sulle braccia cicatrici vaccinali mentre il piccolo Simone non era stato vaccinato.

Il sindaco inizia a dubitare ma è piuttosto preoccupato perché teme una sommossa della popolazione di Bisceglie, dove si vuole che il riconoscimento di Francesco Simone venga confermato e si protesta indignati contro “quelli di Torino” che vogliono mettere in dubbio l’identità del “figlio ritrovato”, appena nominato membro ad honorem della locale confraternita di San Luigi: in suo onore è già stata organizzata una colletta e una dimostrazione popolare. Un gruppo di popolani amici dei Simone lo sorveglia giorno e notte per evitare un ratto, questa volta non da parte degli zingari ma dei Carabinieri.

Così, per mantenere l’ordine pubblico, il sindaco chiede ripetutamente che, per un riconoscimento più sicuro, scendano a Bisceglie il padre o almeno i fratelli di Angelo Buffa. Anche il sottoprefetto di Barletta interviene in questo senso. Da notare che padre e fratelli Buffa non ne vogliono sapere del lungo viaggio: «Crediamo che il vero padre del Buffa sarebbe disposto a rinunciare a tutti i diritti sul rampollo, il quale ha trovato una nuova e più compiacente famiglia», così commenta la paradossale situazione che si è venuta a creare un cronista de “La Stampa” del 25/1/1910.

Dopo il confronto con Valenzano, a Bisceglie si diffonde una angosciosa incertezza, almeno in una parte della popolazione, tanto che la prevista dimostrazione popolare non viene fatta e la sottoscrizione si arresta. Intanto a Torino è saltata fuori una foto “istantanea”, consegnata dal signor Mario Orsini che abita in via Gazometro nella casa dell’Albergo del Centauro dove, nel cortile, ha fotografato Angelo Buffa, col grembiule, mentre tiene per mano Valenzano, vestito da cuoco.

Il 26 gennaio, “La Stampa” annuncia che «Il mistificatore di Bisceglie / sarà tradotto a Torino». Intanto è ritornato Valenzano. Ha riferito in Questura circa il confronto a Bisceglie e conferma ai cronisti il suo riconoscimento di Angelo Buffa: ha riscontrato, oltre alla punta del naso leggermente deviata, una leggera balbuzie e due denti accavallati, particolare ben noto anche alla famiglia del proprietario del Centauro. Descrive anche lo spirito della popolazione di Bisceglie, ancora in larga parte convinta che si tratti di Francesco Simone.

“La Stampa” del 27/1/1910 annuncia la risoluzione del caso: «L’arrivo del mistificatore di Bisceglie / Drammatico confronto tra il giovane Buffa e suo padre. Prove irrefutabili – La confessione».

Il giovanetto, che a Torino è da tempo considerato Angelo Buffa e a Bisceglie Francesco Simone, giunge alla stazione di Porta Nuova alle 19:50 dove il questore Carmarino ha provveduto per un arrivo alla chetichella e sono presenti soltanto alcuni giornalisti. Il preteso Simone ha viaggiato in seconda classe, accompagnato da Vincenzo, il primogenito dei Simone. È scortato da un poliziotto e da una guardia municipale di Bisceglie. Appena scesi, il poliziotto lo prende a braccetto e così si avviano per via Roma, diretti in Questura, al tempo nell’attuale via Giolitti di fianco alla Chiesa di Santa Cristina. Il preteso Simone continua la sua commedia e mostra di non conoscere via Roma. Vincenzo Simone lo sorveglia con atteggiamento materno. Poco dopo le 20:00 arrivano in Questura. Qui il preteso Simone, sostenuto da Vincenzo, non vuol riconoscere il padre. Viene poi portato, da solo, nell’ufficio del questore Carmarino. Anche qui persiste a dire «Son Simone e lo sosterrò fino alla morte», anche se viene riconosciuto dal proprietario dell’Albergo del Centauro, da due cameriere, dalla portinaia di via Gazometro, da due avventori e da un poliziotto al quale Angelo aveva prestato dei giornaletti di Petrosino e Nick Carter.

Viene allora richiamato il padre e così il questore Carmarino sa trovare le parole giuste per ottenere finalmente la confessione: «Sì: sono il Buffa, nen Simone».

Segue una scena pietosa, quando Buffa deve confessare a Vincenzo Simone il suo inganno. Il povero Vincenzo, che fino all’ultimo ha creduto di aver ritrovato il fratello, è la vera vittima di questa storia ed è sinceramente commiserato dai cronisti. Vincenzo si dice preoccupato per la reazione a Bisceglie e dà prova dell’«altissimo sentimento dell’onore nella terra pugliese» quando si duole che il falso Simone in famiglia abbia potuto fruire di una indebita intimità («S’è baciato le sorelle»).

A tarda sera, Angelo viene portato in carcere con una carrozza. È rilasciato nel pomeriggio del 28 gennaio e va a casa del padre. Dichiara ai giornalisti che si darà al cinema visto che ha già fatto la comparsa interpretando un soldato romano nel film Nerone della Ambrosio. Ben presto riprende la sua vita scioperata di “scapà da cà”.

Il 23 febbraio viene processato per il furto a Valenzano. Ricomincia con le sue buffonate: rincantucciato in un angolo dell’aula non risponde alla chiamata dell’ufficiale giudiziario e viene scovato soltanto grazie al giornalista Moggi che lo riconosce e lo indica all’usciere. Dice che non è sicuro di essere Angelo Buffa e che in Questura ha confessato questo furto perché «Avevo la testa grossa così: chiacchieravano tutti; ho dovuto dire di sì, perché me l’hanno fatto dire».

È condannato a 7 mesi di reclusione ma non viene subito arrestato. Manifesta ai cronisti qualche rimpianto per la sistemazione presso la famiglia Simone a Bisceglie.

Una seconda condanna (120 lire di multa) la riceve pochi giorni dopo dal pretore di Santhià per aver dato false generalità al momento dell’arresto. Non si è presentato all’udienza.

Il 30 aprile compare la notizia che Angelo vorrebbe tornare a Bisceglie: ha scritto a Carlo Simone di essere davvero suo figlio e mandargli il denaro per il treno. Non sa che laggiù corre il rischio di essere linciato e per questo la Polizia lo diffida.

Il 21 agosto si comunica il suo arresto per il mandato di cattura del 22 giugno della Procura del Re: vive facendo un po’ di tutto, anche la comparsa. Non dice una parola e si adatta al nuovo destino.

Il 15 marzo 1911 è annunciata per il 18 marzo la prossima scarcerazione di Angelo: il cronista afferma che in prigione ha imparato a leggere e scrivere, «arte che prima ignorava».

È una chiusura veramente divertente per questa storia: il sedicenne dalla fantasia scatenata, che ha saputo menare per il naso tante persone con le sue fantasiose affermazioni, era analfabeta!

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