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Politica Internazionale

Björn Höcke: "Matteo Salvini per me è un esempio. Mi ispiro al suo populismo".

Il politico dell'estrema destra tedesca parla a tutto campo di capitalismo, Unione europea, Germania, nazismo e islam.

6 Dicembre
07:30 2018

Björn Höcke è uno dei leader più radicali del partito della destra tedesca di Alternative fuer Deutschland (Afd). Tale partito è nato nel 2013 come movimento di critica all'euro, col tempo si è radicalizzato ed è diventato la prima forza populista del Paese.

 

Nel 2017 è diventato con il 12,6 per cento dei voti la prima forza di opposizione al Bundestag e presente inoltre in tutti i parlamenti regionali. La sua crescita è stata accompagnata dalle critiche di tutte le altre formazioni politiche, che lo accusano di avere assunto pericolose contiguità ideologiche col nazionalsocialismo. Höcke in particolare si è attirato addosso le critiche più profonde a causa del suo tentativo di rivalutare i paradigmi con cui i tedeschi interpretano la propria storia e il proprio passato.

 

Da quando nel 2015 è stato eletto capogruppo di Afd presso il Land della Turingia ha rilasciato una serie di dichiarazioni per molti preoccupanti. Quella più clamorosa risale al 2017 quando, in un discorso pubblico, ha preso di mira i monumenti che il governo federale ha fatto costruire nel cuore di Berlino in memoria dell'Olocausto e per non dimenticare i crimini nazisti. La Germania, a suo dire, si sarebbe "piantata" un monumento alla propria vergogna nel cuore della capitale, cosa ai suoi occhi sbagliata.

 

Signor Höcke, la sua compagna di partito Alice Weidel ha fortemente attaccato il Governo italiano, Matteo Salvini e la manovra economica che si apprestano a varare. Cosa ne pensa?

Salvini per me è un esempio e penso che l'attacco nei suoi confronti e verso il Governo italiano sia stato un errore. Ritengo infatti sia necessaria una riforma strutturale dell'intero sistema capitalista. Dal punto di vista economico non è infatti sostenibile alcuna crescita in questa direzione.

 

Sono decenni che in Germania la crescita della produttività non corrisponde alla redistribuzione equa della ricchezza, bensì all'abbassamento salariale e pensionistico e al tragico sviluppo della povertà tra gli anziani. Di questo passo nel 2035 il 50% dei pensionati della Germania avranno una pensione di meno di mille euro lordi al mese. Per questo capisco l'Italia quando critica la politica economica tedesca.

 

I nostri politici si vantano davanti al mondo della crescita costante dell'export come se fosse un successo economico quando in realtà le ricchezze stanno raggiungendo una piccola parte di persone e impoverendone la maggioranza, soprattutto il ceto medio, cioè colui che storicamente dà stabilità alla democrazia e senza il quale è sotto minaccia l'intero sistema democratico. Dobbiamo riconoscere che le politiche neoliberali sono dannose per la maggior parte delle persone. Sono contento che gli italiani difendano la propria sovranità dal diktat europeo.

 

Lei si ispira quindi al Governo populista italiano?

Mi ispiro al populismo di Salvini, che vedo come un populista in termini positivi, una persona carismatica che per me personalmente è un esempio. Nel 2019 sarò nuovamente candiderò alle elezioni in Turingia e terrò a mente il modo in cui Salvini fa campagna elettorale andato andando in mezzo alla gente e ascoltandone i problemi.

 

Salvini ha capito che i Paesi del Mediterraneo sono la frontiera dell'Europa. Confinano con un continente, quello africano, che ha una crescita mensile di due milioni di persone e con 700 milioni di uomini pronti a migrare verso l'Europa. Se ciò avverrà sarà una catastrofe mai affrontata prima dal punto di vista sociale, economico, culturale e della sicurezza che non porterebbe alcun beneficio neanche ai Paesi africani. I Paesi europei, infatti, verrebbero portati al collasso economico e la sicurezza interna diminuirebbe. Meno sicurezza significa meno coesione sociale, dunque minore capitale sociale e di conseguenza meno produttività economica, come spiega bene in sociologo Robert Putnam.

 

In questa situazione diminuirebbe inevitabilmente la capacità europea di salvare i Paesi in via di sviluppo. I Paesi mediterranei hanno dunque il compito di proteggere l'Europa come se fosse una fortezza. Da questo punto di vista l'Italia è diventata un modello da seguire per tutta l'Europa. Essa mostra come laddove la situazione si fa più emergenziale servono soluzioni di tipo sistemico e non piccole modifiche diplomatiche e amministrative. Quando la classe politica non governa le emergenze emergono nuovi attori protagonisti come Salvini.

 

Lei, come Salvini, attacca regolarmente la stampa, che spesso la dipinge a tinte fosche e la associa all'ideologia nazionalsocialista. Cosa ne pensa del nazionalsocialismo?

La sconfitta della dittatura nazionalsocialista è stato un fatto positivo. Io ho personalmente sempre avuto difficoltà nel riconoscere l'autorità, cosa che mi ha anche creato problemi durante il servizio militare e penso di essere caratterialmente inconciliabile con la dittatura. Sono un amico della democrazia ed è proprio per difenderla che qualche anno fa ho deciso di scendere in politica. Man mano che la democrazia tedesca si è sviluppata nel corso dei decenni, infatti, ha smesso di essere realmente tale. Non sono solo io ad averlo detto ma per esempio anche il giurista Hans-Herbert von Arnem l'ex presidente Richard von Weizsäcker.

 

La democrazia tedesca di oggi è pilotata da un establishment composto dai grandi partiti di sistema - Cdu, Spd, Verdi e Fdp – tutti d'accordo nell'eseguire gli ordini che provengono da strutture sovranazionali di cedere sempre più fette della nostra sovranità al mostro burocratico di Bruxelles e di assecondare la fatale politica delle frontiere aperte. In ogni ambito strategico che riguarda il futuro del nostro Paese e del nostro popolo tutti i vecchi partiti parlano la stessa lingua. Questo è uno dei principali motivi per cui Afd è nata e cresce così velocemente. Tra i partiti di establishment, infatti, non c'è nessuna voce alternativa.

 

L'establishment di cui lei parla è nato durante o a seguito della denazificazione promossa dagli alleati dal 1945. Non c'è dunque alcuna correlazione?

Non credo che il problema che abbiamo con la democrazia sia un prodotto della denazificazione. I tedeschi hanno imparato la lezione, sanno che il nazionalsocialismo è stato un vicolo cieco politico che non deve mai ripetersi. La Repubblica Federale Tedesca è nata su forti basi democratiche figlie della denazificazione, pertanto non vedo il problema nella relazione tra questo processo e i partiti ma piuttosto nella relazione che questi partiti hanno sviluppato con i media.

 

In Germania molti grossi partiti, in primis la Spd, sono azionisti e soci di maggioranza dei giornali, in grado quindi di incanalare nei media le proprie direttive politiche e minando così indirettamente alla libertà di stampa e di pensiero. Col tempo media e partiti hanno trovato un modus vivendi fino alla coniazione dell'odierna democrazia consensuale: cioè un sistema democratico effettivamente funzionante fondato sul parlamentarismo che promuove però un corridoio di pensiero molto stretto che si restringe sempre di più.

 

Chi non rientra nelle linee di pensiero dettate dall'establishment viene rappresentato dai media come un antidemocratico. Chi critica la Ue automaticamente un nemico dell'Europa, chi critica la maggioranza un nemico della democrazia. È una tattica politica a cui i media si prestano che punta a ridicolizzare agli occhi della gente chi esercita una funzione critica. Ciò è una vera manipolazione dell'opinione pubblica che porta a orientare le opinioni e a scongiurare un trasparente dibattito pubblico.

 

Lei ha criticato lo status quo affermando che "noi tedeschi siamo l'unico popolo ad essersi piantato nel cuore della propria capitale un monumento alla propria vergogna" riferendosi alla topografia del terrore. Sente di avere una responsabilità verso gli ebrei e verso Israele?

Non l'ho mai messo in discussione. Ritengo che per definire la nostra identità sia un errore non prendere come riferimenti gli aspetti positivi della nostra storia. È molto importante sviluppare un patriottismo che crei un senso di appartenenza in assenza del quale nessuna società civile libera può esistere. Ciò non comporta la rimozione degli anni bui della nostra storia, perché è proprio la consapevolezza di ciò che avvenne in quella oscurità che permette di riconoscere la luce. Gli aspetti positivi e negativi sono complementari e pertanto andrebbero entrambi ricordati.

 

Come può garantire che lo sviluppo dei patriottismi e dei sovranismi non diventino l'anticamera dei nazionalismi di stampo novecentesco?

Noi europei abbiamo fatto incredibili passi avanti nella metabolizzazione della nostra storia. Le catastrofe della Grande Guerra e la Seconda Guerra Mondiale sono stati eventi così drammatici nella storia di tutti i popoli europei da influenzarne potentemente le mentalità, cosa che sopravvive attraverso le generazioni.

 

Rispetto ad allora viviamo ormai in una nuova fase. Con la fine della Guerra Fredda è venuta a meno la stabilità garantita dai due blocchi, all'interno della quale c'era una chiara dicotomia che permetteva di distinguere l'alleato dal nemico. Dopo il 1989 abbiamo assistito ad un fenomeno analogo a quello avvenuto nel primo dopoguerra con la Rivoluzione Conservatrice, cioè all'eterogeneo tentativo di metabolizzare quanto appena avvenuto e di indicare quale sistema politico sarebbe stato il più appropriato per il futuro.

 

Francis Fukuyama ha predetto la fine della storia sostenendo l'irreversibile evoluzione verso la globalizzazione a guida occidentale, liberale e americana. Samuel Huntington predisse invece l'emersione di diverse civilizzazioni esistenti da millenni ma rimaste nascoste negli equilibri precedenti. Questo significherebbe che non siamo ancora in una postdemocrazia ma in un mondo un cui diverse mentalità emergenti portino a nuove guerre e a una nuova eterogeneità in cui le diverse culture si sviluppino in maniera autonoma.

 

I globalisti vogliono realizzare un unico sviluppo omogeneo in tutto il mondo, cioè un unico mondo globalizzato con un unico governo centralizzato in cui le nazioni vengono retrocesse a locali unità amministrative. Pensano che la globalizzazione sia la porta di ingresso alla pace perpetua di cui parlava Kant, a prezzo di sacrificare la bellezza della diversità tra le diverse culture. La storia è da sempre stata fatta dall'arricchimento che le diverse culture si danno contaminandosi reciprocamente, la fine della storia è invece un mondo grigio ad un'unica dimensione destinato a fallire.

 

Per saperlo basta vedere i dati della polizia in merito all'allarmante crescita del tasso di criminalità dell'occidente europeo o assistere alle scene della notte di San Silvestro a Colonia. Biologicamente l'essere umano non ha solo componenti positive al suo interno ma anche negative come lo status di aggressione. Anche qualora non ci fossero più guerre tra Stati quando questi non esisteranno più i conflitti si sposteranno all'interno delle nostre città e coinvolgeranno diversi gruppi etnici, religiosi o politici. Il progetto dei globalisti è una distopia irreversibile che viene alimentato dall'immigrazione massiccia verso l'Europa dai Paesi arabi e africani.

 

L'immigrazione serve da arma per destabilizzare e indebolire gli Stati e distruggerne la coesione interna. Secondo i tecnocrati delle Nazioni Unite gli europei verranno sostituiti con giovani uomini del terzo mondo. Non si curano però della compatibilità culturale tra gli autoctoni e milioni di giovani uomini con una propensione all'aggressione diversa rispetto alla nostra. Il patto sull'immigrazione di Marrakech rientra nella strategia delle Nazioni Unite per aumentare la quantità di migranti. La politica dovrebbe sviluppare progetti tesi alla stabilità e ciò non va in questa direzione.

 

In nome della stabilità ritiene necessario aprire i negoziati con la Siria di Assad?

Certo. La Siria è stato un Paese relativamente stabile in cui diverse religioni hanno convissuto in modo relativamente pacifico e armonico. Pur non essendo certo una democrazia garantiva un sistema sanitario e di istruzione decisamente superiore agli standard regionali. Oggi l'Occidente è responsabile per avere combattuto in quel Paese una terribile guerra su commissione che ha portato solo instabilità.

 

Che rapporti dovrebbe avere secondo Lei l'Europa con la Russia e con gli Stati Uniti per avere garantita questa stabilità?

Dobbiamo chiederci: chi vogliamo diventare? Vogliamo un futuro europeo indipendente? Vogliamo vivere con l'american way of life? Oppure vogliamo essere russificati? Questa ultima opzione non ritengo sia né auspicabile, né verosimile né possibile. Ritengo che la politica estera americana sia stata impostata in maniera sbagliata e considero l'imperialismo americano riprovevole ed estraneo alla cultura europea.

 

Da europeo non mi identifico nell'ideologia del consumo. Naturalmente il benessere economico è necessario ma non è il cuore dell'esistenza. Questo è invece composto dalla nostra cultura e dalla possibilità di trasmetterla ai nostri figli preservando così le tradizioni, la filosofia, la musica, la vita di comunità.

 

Ritengo che gli americani non abbiano nessuna giustificazione per esportare il loro american way of life e men che mai attraverso i mezzi militari con cui hanno generato milioni di morti dal 1945 a oggi. Naturalmente non mi riferisco al popolo americano, che è a sua volta vittima del proprio regime. Se l'Europa vuole determinare in autonomia il proprio modo di vivere deve liberarsi dall'influenza americana. Cosa che gli USA, ovviamente, non accetteranno volentieri.

 

Noi europei dobbiamo però fare i nostri interessi, non quelli né dei russi né degli americani. Le sanzioni americane contro la Russia vanno abolite non per tutelare i russi ma per limitare gli enormi danni che queste stanno creando alla nostra economia mentre quella americana ne approfitta. Ritengo inoltre che l'impostazione della politica estera della Russia attuale e le idee sviluppate da Putin siano compatibili con un futuro libero per l'Europa, molto di più rispetto al globalismo.

 

È interessante osservare lo scontro in atto negli stessi Stati Uniti tra globalisti e nazionalisti. La vittoria elettorale di Trump esprime il malcontento del popolo americano per la globalizzazione e la richiesta di ritorno all'interesse nazionale, che purtroppo lui esprime ancora in forma imperialista.

 

Lei ha citato Samuel Huntington, che riteneva che lo scontro di civiltà sarà tra l'occidente e l'islam. Qual è la sua opinione su questa religione?

La bellezza dell'Europa si fonda sulle diversità tra le proprie culture, è dunque nostro compito difenderci e non permettere alle elite globaliste di utilizzare i popoli dell'Africa e la religione islamica come strumento per abbattere questa varietà. L'islam mi è personalmente totalmente estraneo. Sono cresciuto come protestante e vedo nel cristianesimo la religione in cui l'uomo è stato creato a immagine e somiglianza di Dio, con il quale si può creare una relazione tramite la preghiera.

 

Nell'islam invece il rapporto tra Dio e il fedele è di enorme distanza e di sottomissione, ciò nonostante non mi permetterei mai di contestare la fede altrui, che ritengo sia una cosa profondamente intima e personale. Dal punto di vista politico, però, non c'è nessun esempio al mondo in cui uno Stato fondato su precetti religiosi islamici abbia raggiunto i diritti democratici degli standard europei. Le probabilità che un'Europa dominata dall'islam si traduca in uno stato di diritto è pari allo zero, abbiamo quindi bisogno di meno islam in Europa.

 

So bene che questa religione non è monolitica, sono per esempio personalmente interessato al sufismo e alla sua forma di tramandare la sapienza degli antichi attraverso i riti. Il problema è la strumentalizzazione che ne viene fatta e che insieme all'immigrazione massiccia crea disgregazione sociale. Non possiamo tollerare né le società parallele, né la sharia né l'islam politico che in questo momento sono una minaccia al nostro diritto ad avere una patria. La patria non si perde soltanto attraverso le deportazioni dalla propria terra come avvenuto con la mia famiglia. La patria si perde anche diventando minoranza nel proprio Paese.

 

huffpost.it

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