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Di tutto un po'

La «Torino noir» vista e narrata da Milo Julini

Natale di sangue. Un pietoso dramma passionale a Torino.

Figurino di moda francese (La Femme e la Famille, 1899)
25 Dicembre
10:00 2018

All’umanità è sempre piaciuto parlare e sentir raccontare casi criminali, realmente accaduti oppure frutto di fantasia, come afferma, in tono simpatico, Alfred Hitchcock: «Credo che a ognuno piaccia un bell’omicidio, a patto che non sia lui la vittima».

Questa considerazione è alla base dei racconti di crimini natalizi che nella mia rubrica “La Torino Noir…”, ormai da alcuni anni, inflig… ehm propongo ai Lettori di “Civico20News”.

Alcuni delitti, per coordinate temporali e spaziali, sembrano appartenere più al giallo e alla narrativa noir che alla cronaca nera. Tra questi casi criminali più incredibili e sconvolgenti meritano un posto d’onore quelli che si svolgono nella notte di Natale. Questi delitti, che inquietano ancor più per la loro cornice, spiccano come macchie di sangue su una coltre di neve.

Il racconto che propongo per il Natale 2018 non ha però connotazioni così crudeli e truculente e, tutto sommato, può essere definita come una storia lieto fine.

Così “La Stampa” del 26 dicembre 1898 racconta questo caso, sotto il titolo «Un altro dramma d’amore. / Un giovanotto che spara contro l’innamorata.» e, a 120 anni di distanza, per contestualizzarlo adeguatamente, sembra opportuno affidarsi alla prosa dell’anonimo cronista.

È il secondo dramma d’amore nel volgere di pochi giorni. Questo secondo avvenne ieri [25 dicembre, N.d.R.], poco dopo le 19, sulla scala della casa N. 18 di via Giulio. Ecco, il più brevemente possibile, i precedenti ed i particolari del fatto.

Nella casa suddetta abita la famiglia del signor Facelli Michele, negoziante in foraggi, il quale tiene con sé, in qualità di garzone, certo Osinati Emilio, di anni 23. Questi, figlio d’ignoti, era stato ritirato dall’Ospizio della maternità da una sorella del Facelli, la quale lo portò poi con sé in America. Il giovinotto rimase colà, insieme alla sua madre adottiva, lino all’epoca della coscrizione. Ritornato in patria, andò soldato, e finito che ebbe il suo tempo, invece di riattraversare l’Oceano, si fermò a Torino in casa del Facelli, da lui considerato come parente.

Da oltre un anno egli si trovava costì, ed in questo frattempo egli aveva fatto conoscenza con certa Chiocchio Maria, d’anni 22, pesatrice al cotonificio detto Il Fabbricone, alla Barriera di Lanzo, ed abitante sul corso Regina Margherita, N. 138.

I due giovani si amarono, e per parecchi mesi la loro affettuosa relazione non venne offuscata da nubi. Già si parlava anzi di un matrimonio in tempo non remoto. In questi ultimi tempi però qualche discordia incominciò a manifestarsi fra i due innamorati, causa alcuni sospetti gelosi che si erano insinuati nella mente dell’Osinati, tanto da conturbargli persino la ragione.

Il Facelli, impressionato dal suo stato, e nel legittimo timore che la sua esaltazione aumentasse e succedesse qualche guaio, aveva fatto di tutto per calmarlo, dimostrandogli che suoi sospetti erano ingiustificati, e che nulla aveva fatto la ragazza che giustificasse la sua gelosia.

Sabato sera poi la moglie del Facelli, por meglio persuadere il giovine, fece pregare la Chiocchio di recarsi a casa sua in via Giulio, ove avrebbero potuto far pace.

La Chiocchio vi si recò e nel colloquio che ebbe coll’innamorato, in presenza dei coniugi Facelli, si dimostrò meravigliata del contegno dell’Osinati, non avendo fatto nulla che potesse renderlo geloso.

L’Osinati parve racconsolarsi, si dimostrò persuaso, e apparentemente contento, accompagnò a casa sua la ragazza, insieme al Facelli il quale, per maggior sua tranquillità, non aveva voluto lasciarli soli.

Alla mezzanotte i due giovani si rividero alla Messa di mezzanotte nella chiesa di San Gioachino, e nel lasciarsi poi dopo la Messa si promisero di ritrovarsi nel mattino.

Cosi fecero infatti; ed insieme rimasero soli, in giro per la città, fino verso il mezzogiorno; ora in cui entrambi si recarono nella casa del Facelli.

Che cosa sia intervenuto fra i due giovani durante quelle ore non è saputo precisamente; ma certo è che la gelosia dell’Osinati, che nella sera precedente pareva scomparsa, riprese sopravvento sul suo animo, tanto da indurlo ad attentare ai giorni della giovane, col proposito di suicidarsi dopo.

Questo almeno risulterebbe da una lettera che l’Osinati scrisse il giorno prima e che fu trovata sopra un mobile della sua camera.

Che il colpo fosse stato premeditato lo dimostra d’altronde anche il possesso dell’arma di cui il giovane si era munito.

Giunti che furono i due giovani sulla scala di via Giulio, e precisamente presso l’uscio dell’abitazione del Facelli, l’Osinati estrasse la rivoltella che teneva in tasca e ne sparò due colpi quasi a bruciapelo alla ragazza.

Un colpo andò perduto, l’altro la ferì alla guancia destra. La disgraziata, per il dolore e soprattutto per lo spavento, stramazzò al suolo.

L’Osinati allora, credendo di averla uccisa, rivolse l’arma contro se stesso, ma prima che avesse avuto tempo di sparare, il Facelli che era uscito sul pianerottolo, ebbe tempo di trattenergli il braccio e di strappargli l’arma. .

In questo frattempo la ragazza era stata soccorsa dal Facelli, come meglio seppe, e, giunto più tardi il dottor Vaula, ebbe quelle altre cure che il caso richiedeva. Fortunatamente la ferita riportata fu riconosciuta non grave, dimodoché potrà guarire in pochi giorni.

Essa venne tuttavia accompagnata al San Giovanni, ove fu ricoverata.

L’Osinati venne subito trasportato alle carceri, sempre in preda a grandissima esaltazione.

Lo sciagurato piange continuamente, nel timore che la sua Maria non voglia perdonargli il fatto.

Il Facelli ò naturalmente addoloratissimo dell’avvenuto inquantoché egli nutre una vera e profonda affezione pel giovane il cui carattere era stato finora dolce e affettuosissimo sempre e con tutti.

Lo sciagurato, in preda a grandissima esaltazione, fuggi, e come pazzo corse alla farmacia Barelli, ove trovò il dottor Vaula, che egli pregò di correre subito in via Giulio a prestare soccorso alla ragazza.

Uscito poscia dalla farmacia fuggi di nuovo, ma fu arrestato poco dopo da un brigadiere di pubblica sicurezza e da alcuni soldati.

Questa è la vicenda che porta il feritore, che in realtà si chiama «Osinato», davanti al Tribunale Penale di Torino. Questa la cronaca del suo processo apparsa su “La Stampa” del 9 marzo 1899, sotto il titolo «Natale di sangue.

Un pietoso dramma passionale a Torino.» Un bell’esempio di analisi della psicologia femminile condotta da un maschio che riportiamo nella versione originale per poterla focalizzare in modo adeguato.

Per un povero trovatello, Osinato Emilio, allevato dalla pietà gentile d’un’onesta famiglia di negozianti, l’ultimo Natale scorso non fu dolce e poetica data, ma giorno da una follia d’amore turbato. E fu data né dolce né poetica anche per l’amica sua, una ragazza a modo con la quale aveva condotto per più d’un anno il più lieto idillio amoroso. Ma in questo idillio i due giovanotti, accarezzando l’ideale di giuste nozze, l’ideale corretto della famiglia, seppero mantenersi nella retta via degli onesti costumi.

E l’idillio filavasi cosi che era un desìo a vedere! Ma siccome la donna or ha la zampa di coniglio ed or la zampa di gatto, la Maria (la giovane fidanzata dell’Osinato) un giorno volle porre nel core del compagno, fedelmente innamorato, un amaro dubbio ed in quel dubbio straziarlo. È un vezzo delle fanciulle che molto amano, ma che, pur amando, tormentano l’amato.

Ma il giuoco fu fatale. L’inesperta fanciulla lo spinse oltre il limite voluto dal buon senso. Osinato amava troppo perdutamente, ed il sospetto sorto nel suo animo, che si trova alla più torrida temperatura dell’amore, divenne giusta gelosia soggettiva ed egli cacciò, come il più infelice uomo del mondo, in un accasciamento ed in una disperazione sorda e profonda.

Un giorno affrontò risoluto l’amica tormentatrice:

- Dunque tu non m’ami più.

- No.

- Perché?

- Perché sei un figlio di nessuno, perché sono stanca di te e non ti voglio per mio sposo.

- Tu hai un altro?

- Ebbene, sì.

Il giovanetto credette d’un tratto infranto il suo ideale di riparare, creandosi una famiglia, all’oltraggio che un anonimo gli aveva fatto mettendolo al mondo, e maturò il disperato proposito. I buoni coniugi Facelli, presso cui vive, lo videro cosi affranto, cosi sconvolto, udirono le sue parole minacciose di darsi la morte, e ricondussero a lui la compagna che imprudente rivolle spingere all’eccesso lo scherzo malvagio.

Allora Emilio Osinato, dopo una notte agitatissima, la mattina di Natale s’ubbriacò di marsala, contrariamente alla sua temperanza consueta, pregò la fanciulla di accompagnarlo in chiesa, e poi rincasando le ripeté la tormentosa domanda:

- Mi ami dunque?

- No, non più; la tua casa non sarà mai la casa mia.

Allora Emilio, cieco, furibondo, sparò senza sapere come, senza sapere contro chi e perché, in un moto convulso, spontaneo o violento, poi cadde in terra di piombo, colpito da grave male.

Guarì in breve la fanciulla colpita, e guarì il feritore, e quella ebbe subito la resipiscenza del suo non accorto agire, e ieri, commovendo l’uditorio, dinanzi ai giudici ripeté la parola del perdono grande e incondizionato:

- Io l’amo più di prima.

Il giovane e appassionato amante per la sua rozzezza non seppe all’udienza far vibrare tutta la potenza della sua passione, ma disse solo:

- Io la voglio ancora per mia sposa, perché non amo altra donna che lei!

Ed allora il Tribunale loro disse: «Unitevi e siate felici», assolvendo l’Osinato dalla fattagli imputazione; ed ora non resta che augurare loro una bella nidiata di figliuoli buoni al pari della loro mamma e del loro babbo, come dissero, in coro di lodi, tutti i testimoni.

Fu l’Osinato solo condannato a 25 giorni di arresto per porto d’arma insidiosa.

Molto pubblico e molta commozione! […]

Un lieto fine, come si diceva in apertura, anche se questa vicenda, vista nell’ottica di una certa mentalità moderna, potrebbe dare luogo a una lunga serie di considerazioni critiche, peraltro anacronistiche…

In ogni caso, buon Natale!

 

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