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Di tutto un po'

1944: Natale in montagna

Racconto storico natalizio di Alessandro Mella

25 Dicembre
12:00 2018

Nevicava, candidi fiocchi andavano lentamente a coprire ogni cosa. I contorni si deformavano e le rocce parevano meno aguzze, meno irte, meno minacciose. I sentieri andavano perdendosi sotto il bianco mantello e questo poteva anche essere un bene, avrebbe garantito qualche giorno di pace. Un poco di respiro, di serenità e per qualche tempo non si sarebbero uditi i colpi secchi degli sten vibrare in tutta la valle. Un muro di neve si agitava in ogni dove, come una fitta nebbia impenetrabile, mentre dalle baite s’alzavano grigi fumaioli. Vecchie stufe arrossavano la propria ghisa ma in quei casolari non avrebbe dovuto esserci nessuno, servivano ai pastori per ripararsi d’estate quando il bestiame raggiunge le alte quote.

Attorno ad uno di quei focolari, più mani si sfregavano. Pareva vi fosse nebbia anche all’interno, tra quelle quattro mura tirate su con sassi a secco da altre mani ormai perse nei secoli. Purtroppo la stufa tirava male ma permaneva soprattutto il fumo denso delle Milit e di qualche sigaretta “nazionale”. La porta s’aprì ed Adelmo entrò con un fagotto di tela al cui interno celava una sorpresa: «Gagno, vai a riempire il paiolo della polenta di neve, ci serve acqua! Guardate che bel pollo ho qui!».

Molti sorrisero, qualcuno si chiese se quel pollo non fosse stato estorto a qualche valligiano, ma Adelmo non era tipo da modi briganteschi. Semplicemente era valligiano anche lui e tutti lo conoscevano, nessuno poteva o voleva rifiutargli un aiuto. Era partito nel luglio del 1940 per la Libia e si era spaccato la schiena nel deserto contro gli inglesi. Con tanta e tale foga che l’avevano fatto sergente e nel 1941 gli avevano dato un bronzino al valor militare poco prima di prendersi una scheggia inglese nei reni.

Tornò in Italia, fece l’istruttore a Ivrea per qualche mese e poi venne l’8 settembre e lui, che vedeva lontano, rientrò a casa tra mille peripezie. Quando Graziani chiamò a raccolta i soldati italiani per la riscossa dell’Italia “fascista e repubblicana” lui non si mosse di un centimetro. «Io ho giurato fedeltà al Re, papà era sul Piave, nonno a Custoza, mica ho giurato fedeltà al pelatone io!». Poi vennero le rappresaglie, la violenza e l’odio e Adelmo capì che non poteva stare mani in mano. Prese la via dei boschi e si fece partigiano con il suo bel fazzoletto azzurro al collo.

I partigiani erano così, c’era di tutto. Monarchici, liberali, cattolici, socialisti, azionisti, repubblicani, comunisti e così via. Spesso in formazioni politicamente omogenee, alle volte in calderoni in cui entravano militanti di tutte le idee, accomunati soltanto dal desiderio di scacciare i tedeschi ed abbattere il fascismo moribondo.

Così era la piccola brigata di Adelmo, un coacervo di fermenti ideali in cui lui appariva come personaggio contradditorio agli occhi dei giovani. Perché era monarchico e liberale e questo inquietava i giovanissimi esaltati dalle promesse della rivoluzione proletaria, ma al tempo stesso stimato e ascoltato perché era il veterano, l’anziano del gruppo. Un riferimento umano prima che militare e politico. Quella sera fecero festa attorno al pollo e tutti furono concordi, almeno, sulla bontà delle sue carni malamente bollite sulla stufa.

Con quel gelo, quella fame e quella povertà tutto pareva un lussuoso banchetto. Mentre accendeva una sigaretta, Gianni pronunciò a voce alta una serie di bestemmie violente contro il tempo, la neve, la guerra, i fascisti, i tedeschi, il Re e perfino il Natale ormai prossimo.

Era un comunista di razza, aveva letto ritagli clandestini di Marx e Lenin e per lui tutto ciò che non orbitava attorno al fiabesco paradiso proletario, che immaginava, era da maledire. In quelle condizioni estreme i difetti dell’uomo si amplificano e così i fanatismi. Adelmo ormai si era stancato di quietarlo, di farlo ragionare, perché tanto ai suoi occhi egli era solo un vecchio reazionario legato agli interessi dei padroni. Scosse la testa per mostrare agli altri giovani il suo dissenso ma non andò oltre. Non era ancora il momento di dividersi, dopo la guerra sarebbe stato fatale. Ognuno sarebbe tornato a perseguire i propri interessi e fini politici ma ora no, ora c’era solo da portare a termine quella guerra sciagurata.

La mattina dopo Gianni ed il Roscio presero la via del paese che si trovava da basso, ad un paio d’ore di marcia rese anche tre o quattro dalla molta neve, per tentare di recuperare qualche rifornimento. Giunti al Ponte Vecchio, avrebbero infilato nella gerla i fazzoletti, le armi ed ogni cosa avesse potuto farne riconoscere la natura di combattenti o ribelli come dicevano i giornali.

Dovevano sembrare montanari come gli altri, non di più e non di meno. Tornarono verso sera, la porta del vecchio e cadente casolare si spalancò e prima di veder entrare i due partigiani di ritorno, piombò come un sacco un giovanotto in grigioverde incapace di tenersi in piedi. Una maschera di sangue in panni militari strappati. Trionfante, gonfio come un pavone, Gianni entrò al seguito: «Ragazzi ecco la mia preda, gli ho dato tante di quelle botte che non sa nemmeno più come si chiama questo bastardo della Monterosa! Domani gli facciamo la festa! Potevo tirargli un colpo ma mica potevo divertirmi solo io!».

Tutti ristettero di fronte al prigioniero catturato, steso tra la paglia in terra, con gli occhi bluastri e gonfi come mele, con il respiro affannato, il sangue che colava da ogni angolo. Era un nemico, era un fascista forse, era un repubblichino certamente. Ma faceva loro una tremenda impressione.

Adelmo non ebbe fiato, non ebbe parole di fronte a quello scempio. Si fece aiutare a mettere comodo il ferito, gli medicò le ferite, gli fece sorseggiare un poco del cognac che ancora gli restava. In quel volto deforme egli rivedeva i cadaveri dei ragazzi italiani, gonfiati dal calore del sole nel deserto. L’orrore della guerra, così vivo nella sua mente e nel suo cuore. Silente, soffriva di fronte al nemico violato, seviziato, picchiato. Gianni non capiva, acciecato dall’odio, rancoroso. Egli non poteva capire perché la guerra non l’aveva vista che per gioco e, pur tra mille sacrifici in montagna, ancora non l’aveva davvero patita.

Si inalberò: «Ma siete coglioni? Adesso facciamo le dame di carità con la repubblica? Se vi avessi saputo così donnette lo sgozzavo io per strada questo stronzo!». La misura fu colma, tutti tremarono mentre la barba di Adelmo si arricciò. E si levò dalle ginocchia su cui poggiava mentre medicava l’infermo, si alzò come si alza una montagna, come un vulcano prossimo ad esplodere.

Fuori nevicava di nuovo, con una dolcezza che solo la natura sa imprimere ad ogni cosa, mentre dentro cresceva l’inferno. Ma l’ex sergente era una buona pasta d’uomo, solido come una roccia ma astuto e sapeva il fatto suo. Prese il suo giaccone (preda bellica di un ex jager tedesco) e prese per il collo Gianni come fosse un sacco di malta e se lo trascinò fuori al gelo. Avrebbe voluto fargli il volto paonazzo a forza di ceffoni ma da bravo sottufficiale capì che l’avrebbe solo incattivito di più.

Lo posò, sempre come un sacco, su una cassa che stava di fronte alla baita, si accese un toscano e poi chiese: «Perché questo? Non ti pare che ci sia già abbastanza odio? Che non scorra sangue abbastanza in questa guerra? Io mi sono fatto partigiano per combattere l’orrore e la violenza gratuita che ho visto nelle azioni dei nazisti e di certi italiani sbandati. Un conto è uccidere in combattimento che già è brutta cosa. Ma diverso è diventare bestie. Cosa c’è di diverso tra te ed una iena nazista? Tu hai gonfiato quel ragazzino solo perché era alpino repubblichino. Magari non ha mai ucciso nessuno, magari non ti ha fatto niente. Lo hai riempito di botte dopo averlo catturato in paese. Un ragazzetto indifeso. E volevi pure ammazzarlo. Pensi davvero di costruire un’Italia nuova e migliore usando gli stessi metodi dei tuoi nemici? Dopo di lui chi ammazzerai? I padroni che sfruttano gli operai? I cattolici? Chi ucciderai in nome della tua cecità? Ammazzerai anche me quando avrai finito di far fuori gli italiani che hanno perso la giusta via?».

E Adelmo parlava pacato, calmo, aveva la voce triste del buon padre di famiglia ferito dal delitto figliuolo. Gianni ascoltava, muto perché privato del diritto di urlare la sua rabbia. Avrebbe strozzato Adelmo volentieri. Quel sentimentale da quattro soldi, quel vecchio rimbambito che non capiva la grandezza del vento dell’est. Quel vento che gli faceva bruciare il cuore e confondeva i suoi pensieri.

Il vecchio sergente vedeva le braci ardenti negli occhi del giovane ed aggiunse: «Gianni sei giovane, ribelle. Ed è anche giusto così. Hai ideali ed io li rispetto anche se non li condivido. Oggi mi spaccheresti la testa, domani mi capirai. La passione ti arde dentro. Ma imparerai che la passione brucia. È l’amore che riscalda».

Il ragazzo non si smosse nell’animo ma si alzò, spalancò la porta e puntò il mitra sten verso il prigioniero ancora privo di conoscenza. Tutti i giovani partigiani mollarono le carte da gioco, le lettere alla morosa ed ogni attività e si pararono davanti al ferito. Gianni schiumava e la rabbia deformava il suo viso, reso olivastro dal troppo bere di quei mesi difficili. Uno di loro parlò: «Se siamo qui a crepare di freddo o sotto i tiri dei fascisti è perché queste cose smettano di accadere, posa il mitra compagno. Lascia perdere».

Il più piccolo, quello appena sedicenne, aveva ancora nel cuore l’educazione amorevole della madre e sussurrò: «Domani è Natale, non si può uccidere un uomo nella notte di Natale». E calò un silenzio quasi cupo, un silenzio che esplose come una granata. «Va bene – disse Gianni – siete solo quattro donnette fasciste, stanotte lo lascio perdere quel verme. Ma domattina lo accoppo e me ne vado!».

Non ci fu altro da aggiungere, ognuno tornò alle sue cose o si accovacciò tra i pochi panni, la paglia, le coperte militari recuperate in giro per la valle.

Nel cuore della notte tutti dormivano. Nessuno, stranamente, russava e solo il crepitio della stufa faceva squarcio nel silenzio della baita. Tutti dormivano beati, con quella poderosa nevicata non ci sarebbero stati rastrellamenti a breve. Niente fughe precipitose, niente proiettili che fischiano attorno alla testa, niente urla, niente bombe a mano e niente paura. Solo Gianni si rigirava nel suo sacco, non poteva prender sonno. Lui sentiva, sì, lui sentiva. Qualcosa che gli altri non potevano udire. Il respiro difficile del prigioniero ferito, il respiro affannato che poi d’un tratto si interrompeva come se stesse giungendo una morte liberatrice. Poi riprendeva a colpi scoordinati come quelli di chi sta molto, molto, male. Ed ogni respiro pareva una martellata nella testa del partigiano rancoroso. Sentiva dentro al petto un peso, un nodo nella gola e quel soffio leggero del moribondo lo opprimeva. Ricordò il respiro di sua madre, di come lo stringeva al suo petto, della zuppa che cucinava nel giorno di Natale. Dell’amore di suo padre, quell’uomo dalle mani rotte dalla fatica, dalla pelle bruciata dalla calce.

Ora lui, proprio lui, sentiva l’animo smuoversi. Cosa poteva essere quell’angoscia? Quel dolore nelle costole? Quella nausea? Quel moto dell’animo che sconvolgeva le sue membra giovani e forti? Quel respiro nella notte lo stava facendo impazzire. Ricordò ad un tratto la scuola. La scuola, si, quei banchi di legno e la maestrina bella. Il suo primo inconfessabile amore di ragazzino. Che penserebbe se lo vedesse ora? Barba incolta e poi così sudato e sporco. Ma dove andava la sua mente invece di farlo dormire? Lui la rivedeva mentre spiegava i Promessi Sposi di Manzoni.

Il Nibbio che provava compassione, l’Innominato e la sua notte tormentata nel sublime pentimento. Ma non era forse una notte come la sua? Poteva esser vero quello che scriveva Manzoni? Ma perché Marx non ne ha parlato? E Lenin nemmeno? Soffriva d’un tormento che non poteva descrivere. La compassione, già, quella del Nibbio proprio, quella che se «un uomo si lascia prendere non è più uomo».

Ora lui la sentiva, la provava in modo così traumatico e senza il conforto d’un Borromeo. Si mise seduto e si asciugò il sudore. Poi prese il portafogli del prigioniero e l’aprì. Pochi spiccioli, la tessera, un foglietto ed una foto. La foto della mamma, la mamma si. Così simile alla sua. Così dolce e dimessa. Quanto somigliava alla propria. Venne l’alba, venne la luce dalle finestre ed il prigioniero si riprese. Aprì gli occhi, pieni di terrore, angosciati alla vista di quel giovine che tante botte gli aveva rifilato. Mentre Adelmo guardava fingendo di dormire, Gianni si avvicinò, al ferito e gli tese la mano per aiutarlo ad alzarsi.

Gli restituì gli scarponi, gli versò un poco di cognac, lo spinse fuori dalla baracca e gli infilò una sigaretta in bocca. Poi gli disse: «Scendi lungo quel crinale, arriverai in paese. Vai e torna da tua madre, pensa a tornare a casa invece di far la guerra agli altri italiani. Non farti bruciare dalla passione. Vattene, fila via… e buon Natale!».

L’alpino ruzzolò via per il sentiero, non poteva crederci e temeva, certo, di prendere una raffica nella schiena. Si svegliarono gli altri partigiani intanto e Gianni rientrò: «Il porco è scappato questa notte, mi è saltata la festa di Natale» e tutti rimasero in silenzio perché non c’era niente da dire.

Solo uno parlò, il vecchio sergente. Adelmo si avvicinò a Gianni lo abbracciò sussurrandogli nell’orecchio: «Bentornato alla lotta, bentornato all’amore per la giustizia e la libertà. Bentornato ad essere partigiano. Bentornato tra noi. Ora pensiamo all’Italia e non abbandonarci più!».

Il Roscio uscì è abbatté un cinghiale con il suo Mauser.

Natale andò via così, tra un poco di vino e la selvaggina, mai avevano mangiato così tanto ma soprattutto così sereni. Così redenti nell’anima e nel cuore in quel 25 dicembre del 1944, in quel Natale con il suo piccolo ma grande miracolo.

Alessandro Mella

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