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L’uomo, i misteri e l’ignoto

La seconda e più nota fase del percorso spirituale: l'Illuminazione

La sua natura stessa è definita come un “risveglio”, perché chi fa questa esperienza comprende e percepisce che fino a quel momento era stato profondamente addormentato.

Ritratto di Babur (Tigre) (1483-1530), il fondatore della dinastia mongola in India
10 Gennaio
11:00 2019

Noi, uomini pensanti che devono trovare un cammino in una vita complessa, beneficiamo di una linea di pensiero strutturato fornito dai testi di qualità. Testi che illuminano le situazioni in cui viviamo e aprono una finestra sulla grandezza della vita universale.

Nel linguaggio comune, una nuova nascita è a volte descritta con le parole “dare alla luce”. Il nuovo essere, in gestazione nell’oscurità e nella sicurezza dell’utero materno, deve attraversare uno stretto tunnel per accedere al mondo della luce del sole. Una volta uscito può respirare, poiché entra in contatto diretto con l’aria.

Nell’aria, nell’atmosfera che circonda il nostro pianeta, sono presenti tutte le materie prime della vita: l’idrogeno, l’azoto, l’ossigeno e il carbonio. Ha sperimentato qualcosa di simile al momento della nascita – in realtà della rinascita – come uomo-anima-spirito.

L’illuminazione può essere intesa come un risveglio. Nuovi occhi si aprono, quelli della statura dell’anima che si è formata durante il processo d’iniziazione.

La grandiosa esperienza vissuta da Gautama Buddha, sotto i rami dell’albero bodhi, è descritta come un risveglio. Quando ci si sveglia, tutto ciò che si è vissuto nel mondo del sonno è come cancellato radicalmente dalla coscienza. Al risveglio non c’è più alcuna relazione con ciò che si è vissuto nel sonno.

L’illuminazione non è soltanto un cambiamento dello stato di coscienza, ma anche un cambiamento netto della struttura psichica e della sua capacità di percepire la realtà. I circuiti cerebrali sono come attualizzati. Utilizzando il linguaggio informatico, è come se si producesse un “reset”, una restaurazione che cancella le catene delle immagini e delle sequenze errate e ristabilisce la configurazione originale.

Chi sperimenta ciò vede ora le cose sotto un’altra luce. Le cavità cerebrali vengono impregnate di una luce intensa, che espelle ogni ombra e oscurità. E in questo momento il candidato conosce se stesso veramente. Si (ri)conosce di esser figlio dell’Unico e recupera pertanto la propria autentica identità.

In seguito a questa esperienza, Buddha riceve il nome di Tathagata, “colui che ha lasciato tutto dietro di sé”. E dice: «Di tutti i fenomeni che sorgono da una causa, Tathagata ha rivelato la causa».

L’illuminazione è il primo e fondamentale contatto con il piano d’esistenza nirvanico, è come un’irruzione nel mondo delle cause, di tutte le cause che originano i fenomeni che si producono intorno a noi, inclusa la nostra esistenza naturale e le sue forme.

C’è una differenza tra il “sapere” e il “conoscere”. Voi “sapete” che in questo momento state leggendo, ma possiamo affermare che molto probabilmente nessuno di voi “conosce” la vera causa che l’ha condotto alla lettura. Non vi pare che sarebbe quantomeno necessario conoscere di prima mano il motivo per il quale si agisce in un certo modo? Per fare ciò è però necessario accedere al mondo delle cause.

Il mondo esteriore, tutto ciò che vediamo e captiamo con i nostri sensi, tutto ciò che deduciamo e su cui facciamo congetture, a partire dalle nostre esperienze con il mondo esterno, appartiene al mondo degli effetti. E anche quelle che noi definiamo cause non sono altro che effetti di altri effetti, ancora più profondi e impercettibili. Per conoscere le vere cause occorre porsi in una coscienza nuova, superiore, diversa. Questa coscienza si muove in una dimensione diversa, una dimensione superiore rispetto a quella a cui siamo abituati.

La nostra coscienza ha come asse le tre dimensioni spaziali di lunghezza, larghezza e altezza e le dimensioni temporali del prima, dell’ora e del dopo.

La “nuova coscienza” è al di là di queste dimensioni spaziali e temporali, in una dimensione che potremmo definire la “profondità”. Essa può penetrare tutte le dimensioni conosciute, come se lo facesse in modo perpendicolare a ciascuna di esse. Il fatto stesso che la nostra coscienza ordinaria non sia capace di farsi un’idea o un’immagine di questa dimensione differente della vita è la prova esauriente che la nostra non è una coscienza superiore e illuminata, ed è pertanto incapace di penetrare nell’universo delle cause.

Per vedere lo spazio tridimensionale è necessario avere due occhi; per percepire questa quarta dimensione (che in realtà è la quinta) è necessario un terzo occhio. E questo terzo occhio si apre con l’illuminazione!

«E il suo volto brillò come il sole», così Matteo descrive l’illuminazione di Gesù. Una luce nuova emana dal volto di chi è illuminato, e questa luce ha il suo focolaio nella fronte, dietro l’osso frontale, con un punto di contatto nell’ipofisi.

Le conseguenze per il corpo sono enormi, ma limitiamoci a descrivere quanto segue. Nel nostro organismo l’ipofisi è la ghiandola a secrezione interna più importante. Ogni ormone secreto nel nostro corpo è prodotto sotto la sua direzione. Una considerevole parte del nostro carattere si spiega mediante il funzionamento di questa ghiandola. I nostri stati d’animo, il nostro orientamento sessuale, una gran parte della nostra sensibilità e delle nostre inclinazioni derivano dall’attività dell’ipofisi.

Per questo si può facilmente comprendere come l’illuminazione modifichi completamente tutte queste disposizioni, collocandole su un’ottava superiore.

Una nuova energia e una nuova attitudine nei confronti della vita ne sono la conseguenza. Non come un qualcosa di programmato, di organizzato, qualcosa soggetto a un metodo o a una disciplina, bensì come uno spontaneo stato d’essere. La ragione, libera da tutti i condizionamenti animali, sperimenta per la prima volta cosa significa “pensare”.

L’illuminazione è il risultato di una totalità di esperienze, che vanno al di là dell’esistenza attuale nello spazio temporale. Come sapete, uno dei fondamenti filosofici della Rosacroce è l’insegnamento della trasmigrazione delle anime o reincarnazione.

Nella visione rosacrociana, è l’Essere divino che si trova al centro del campo vitale umano – che definiamo microcosmo – a reincarnarsi, rivestendosi di una personalità e di un’anima nate dalla natura. Nel corso di innumerevoli immersioni nel mondo della vita fisica, nel microcosmo si accumula un bagaglio di conoscenze ed esperienze che sono una sorta di dotazione d’intelligenza per ciascuna nuova anima umana.

Naturalmente ciascun’anima è libera di utilizzare questa eredità oppure no.

Alcuni microcosmi sono molto maturi, colmi di esperienze. E può facilmente accadere che un microcosmo di questo tipo rivesta una personalità come la nostra e che, al momento psicologico adatto, si produca un’irruzione cosciente nel mondo delle cause, accompagnata da una esperienza luminosa.

Questa meravigliosa esperienza ha un valore enorme, ma non è il risultato di un processo d’iniziazione. Potreste dire: «Cosa importa? L’importante è l’esperienza in sé!». Un semplice esempio potrà esservi utile.Immaginate di addormentarvi nel vostro letto, nella calma più totale, e di ritrovarvi al vostro risveglio in un letto di paglia in un villaggio di una lontana tribù della selva amazzonica che, prima di addormentarvi, avevate desiderato ardentemente conoscere.

Paragonate questa esperienza con quella di altre persone che, mosse dal vostro stesso desiderio, si sono preparate a questa situazione per anni, imparando la lingua, i costumi, l’habitat e la forma d’intendere la vita di questa tribù. Quando vi si recano, essi sono preparati e si adattano a ciò che trovano. L’esperienza di ritrovarsi nel bel mezzo della tribù è la stessa per entrambi, ma le possibilità di relazionarsi con i suoi componenti sono radicalmente differenti.

Abbiamo scelto questo esempio, forse un po’ bizzarro per il tema in questione, perché volevamo trovare un’immagine che rappresentasse una situazione assolutamente inusuale, che avesse una componente notevole di pericolo e che esigesse una preparazione sia fisica sia psicologica.

Se leggiamo le numerose testimonianze delle persone che hanno vissuto un’esperienza con la Luce, appare chiaro che chi non ha fatto prima un processo di purificazione e iniziazione descrive l’esperienza utilizzando le immagini della propria formazione religiosa personale. Un hindu avrà come punto di riferimento Krishna, insieme ad altre immagini proprie dell’ambito culturale hindu. Un cristiano attingerà dall’eredità della sua cultura e un agnostico parlerà, ad esempio, di campi energetici e di sfere planetarie.

Possiamo pertanto affermare che il processo d’iniziazione dà al candidato un bagaglio di pensieri e di immagini molto preciso, che gli consente d’interpretare le sue esperienze nella Luce in una maniera molto definita.

Egli può così fare un uso assai proficuo e concreto delle immense possibilità conferite dall’illuminazione, mentre chi non ha vissuto questo processo iniziatico ha enormi difficoltà per superare la tappa in cui si è immersi nell’aspetto meramente contemplativo. L’illuminazione non è la meta. Non è sufficiente ottenere l’esperienza della Luce e nella Luce, poiché l’autentica e definitiva meta è la liberazione.

La liberazione dipende totalmente da come l’illuminato agisce nella nuova situazione. La liberazione è lo stato adulto e maturo dell’anima umana unita allo Spirito. Come sapete, non tutti coloro che giungono allo stato di adulti nella nostra vita attuale sono esseri veramente liberi; essere liberi non è un processo automatico, non basta compiere gli anni. È necessaria un’attività auto-creatrice molto intensa. Per questa ragione, il metodo d’iniziazione, il suo sistema, è molto importante, potremmo dire essenziale. Esso è in diretta relazione con la meta finale, la liberazione che corona il processo dell’evoluzione umana.

 

Articolo tratto dalla rivista Pentagramma - Edizioni Lectorium Rosicrucianum

Scuola Internazionale della Rosacroce d'Oro

https://www.lectoriumrosicrucianum.it/

 

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