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Politica Nazionale

Piazza Fontana 50 anni dopo

Andrea BiscÓro propone alcune riflessioni per accostarsi al cinquantennale di Piazza Fontana

3 Gennaio
10:00 2019

Piazza Fontana, Milano. Banca Nazionale dell’Agricoltura. 12 dicembre 1969, ore 16:37. Queste sono le coordinate della «perdita dell’innocenza» di un intero Paese. Il nostro.

Tre settimane fa ricorreva il quarantanovesimo anniversario della strage che in Italia sancirà l’avvio di quella che è stata correttamente definita la «strategia della tensione».

Il 12 dicembre 1969 una gigantesca deflagrazione all’interno del salone della Banca Nazionale dell’Agricoltura provoca 17 morti e una novantina di feriti. Lo stesso giorno, sempre a Milano, viene trovata una seconda bomba (inesplosa) nella Banca Commerciale in piazza della Scala. Nel frattempo, a Roma esplodono altri 3 ordigni: uno sull’Altare della Patria, l’altro all’ingresso del Museo del Risorgimento, il terzo alla Banca Nazionale del Lavoro, causando una ventina di feriti. Complessivamente 17 morti, un centinaio di feriti (da chi ha riportato ferite superficiali ai mutilati) e la diciottesima vittima, il ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli, colpevole “preventivo” di una strage non sua. Ricordare Pinelli significa ricordare le italiche contraddizioni. Contraddizioni pericolose, striscianti, ideologiche, ambigue e mortali, dove le Istituzioni non sempre agiscono per il Bene, ma a cinica protezione di Disegni stabilizzatori di matrice nazionale e internazionale.

La notte tra il 15 e il 16 dicembre 1969, Pinelli è volato giù (morendo) da una finestra delle Istituzioni (Questura di Milano), in una condizione che potremmo definire di “sequestro di persona”. Il male minore, vista la fine che ha fatto. Comunque sia, il suo trattenimento in Questura oltre le 48 ore (il fermo, ricordiamolo, non era stato convalidato dall’autorità giudiziaria), secondo quanto previsto dall’art. 13 della Costituzione, doveva intendersi revocato e privo di ogni effetto. Conoscere la vicenda di Pinelli, come viene presentata in questo video, significa conoscere un pezzo di Storia sulla pelle viva di un suo cittadino.

L’analisi del fermo di Pinelli – dal suo ingresso in Questura alla defenestrazione mortale – è da iscriversi nel contesto generale del giorno delle bombe, quel maledetto 12 dicembre 1969 che inaugurò la nuova stagione politica di un’Italia che stava profondamente cambiando, sin dal 1966. Gli studenti iniziano a parlare di sesso (lo aveva già fatto Pasolini con le sue meravigliose interviste in «Comizi d’Amore» del 1965, che invito a vedere su YouTube); si inizia a morire nello scontro tra studenti rossi e neri ed anche per mano delle forze dell’ordine. Iniziano le occupazioni delle università; riecheggiano (a livello di dibattito politico nella destra extraparlamentare italiana) i riflessi della dittatura dei colonnelli in Grecia (aprile 1967). La primavera del ’68 è segnata da numerosi scontri tra Polizia e studenti; la Chiesa si pronuncia contro la contraccezione (luglio ’68); ad Avola, siamo a dicembre, la Polizia spara e uccide due contadini nel corso di una manifestazione; l’adulterio femminile viene depenalizzato. Si fa strada la commedia erotica e le riviste erotiche, che prenderanno piede negli anni Settanta, pornografia inclusa. Nell’autunno del 1969 nasce l’organizzazione di estrema sinistra «Lotta Continua»; tra settembre e ottobre si registra un’ondata di scioperi per il rinnovo dei contratti di lavoro delle principali categorie (l’autunno caldo). Le pubblicità si fanno sempre più moderne, la sensualità più manifesta, il dissenso giovanile una costante; il rispetto, sino ad allora indiscusso per l’autorità rappresentata dalla famiglia, inizia ad essere messo in discussione, così come il concetto stesso di famiglia tradizionale.

In sostanza, il Paese sta cambiando pelle. I partiti classici (DC in testa, ma anche il PCI) sembrano non comprendere del tutto il processo di mutazione. Il Paese, detto in soldoni, si sta spostando a sinistra. Sottolineo “in soldoni” perché questa dev’essere stata la percezione e la valutazione tranchant di ampi settori della politica, dell’estrema destra, delle forze armate, del governo americano, di quello sovietico (che non vedeva di buon occhio un comunismo sempre più sganciato dall’URSS) e della Nato.

In questo contesto a dir poco articolato, scoppiano le bombe ed i civili ammazzati sono le vittime di questa nuova guerra non convenzionale in un Paese a democrazia limitata.

A dicembre la televisione, la carta stampata e le maggiori cariche dello Stato ricorderanno Piazza Fontana. Le commemorazioni – di per sé moralmente necessarie – di eventi criminali privi di un colpevole, lasciano l’amaro in bocca. Ed è per questo che la Verità della Storia deve intervenire quando i processi sono ormai incapaci di stabilire una Verità giudiziaria.

Quando gli organi inquirenti (dalle prime indagini fin su alla Cassazione) devono indagare su crimini di valenza nazionale (in particolare politici, ma non solo), il nostro Paese, quello che studia e si informa con onestà intellettuale, sa che il tentativo di raggiungimento della Verità avviene, non di rado, attraverso le inchieste giornalistiche e le analisi storiche. Inchieste serie, ficcanti, frutto di una analisi logica degli eventi.

Per commemorare al meglio – con rigore e rispetto per i morti, i familiari e le vittime mutilate nel corpo e nello spirito – il cinquantennale della strage di piazza Fontana, invito ad acquistare un tomo (tomo per spessore, in realtà è scritto con penna felice) dal titolo «Il Segreto di Piazza Fontana» (Ponte alle Grazie editore, 2009) dell’ottimo giornalista Paolo Cucchiarelli.

Al di là di ogni retorica di Stato e partitica che forse incontreremo a dicembre, suggerisco questa inchiesta precisa e coraggiosa che merita più letture.

La Guerra Fredda ha prodotto una logica mostruosa atta a tenere in asse (un asse sostanzialmente anticomunista e filo atlantico) i regimi democratici Europei, specie italiano, privilegiando su tutto il primato dello Stato, ignorando ogni moderna rivendicazione sociale in ambito studentesco, intellettuale, morale e lavorativo. Tale logica ha avuto il suo battesimo con Piazza Fontana ed è culminata col sequestro Moro.

«Il Segreto di Piazza Fontana» – oltre a condurre per mano il lettore nelle pieghe investigative del caso, fondamentali per comprendere il Senso di quell’operazione di guerra non ortodossa – propone una lettura di quegli anni decisamente meno schematica di quella didascalica che spesso ci viene presentata, dove i rossi sono contro i neri, dove le contrapposizioni ideologiche sono ben distinte. La Storia di quegli anni è una storia sporca e l’immensa piazza che ha partecipato – composta, silenziosa, attonita – ai funerali delle vittime in piazza del Duomo, ancora non lo sapeva. Pochissimi anni e lo avrebbe saputo. E nulla sarebbe più stato come prima…

 

Andrea Biscàro

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