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Di tutto un po'

La «Torino noir» vista e narrata da Milo Julini

Via Dora Grossa come una «foresta calabrese, irta di vecchi alberi e piena di briganti»

9 Gennaio
10:00 2019

Abbiamo più volte parlato dei “barabba”, fenomeno di devianza dei giovani operai tipico della Torino della seconda metà dell’Ottocento e dei primi del Novecento, più spesso citato nella cronaca nera dei giornali coevi che da studi a carattere antropologico e sociologico, di ieri e di oggi.

Il termine di “barabba” è di origine milanese come ben documentato dagli scritti che considerano le “Cinque Giornate di Milano” ma, con gli anni ’70 del XIX Secolo, viene adottato a Torino mentre a Milano si parla di “Teppa” e di “Teppisti”. Si vuole che il termine milanese sia stato adottato a Torino perché introdotto da funzionari di polizia lombardi rimasti in servizio anche dopo la proclamazione del Regno d’Italia e trasferiti nella nostra città.

Mi sono chiesto quando, per la prima volta, il termine “barabba” è stato impiegato dai giornali torinesi: grazie all’Archivio della Stampa on line ho potuto rapidamente soddisfare questa curiosità.

I “barabba” sono nominati per la prima volta dalla “Gazzetta Piemontese” del 7 giugno 1870 in un articolo di prima pagina intitolato «Sicurezza pubblica» che rimprovera alla Questura il cattivo servizio svolto a tutela della pubblica tranquillità.

Leggiamo:

 

Che il sig. Questore e gli agenti suoi non se l’abbiano a male, ma ci conviene dirlo: nella notte scorsa la pubblica tranquillità non fu custodita, come dovevasi, da quelli cui essa è affidata.

E da lungo tempo osservammo che quella parte della città che richiede maggior sorveglianza ed in cui mascalzoni notturni si trovano più spessi e più minacciosi, è appunto la via Dora Grossa, a cui mettono capo tante stradicciuole, e per cui gli avventurieri della notte hanno più facile e più sicuro scampo dagli agenti della forza pubblica. Nella notte scorsa una decina di più che barabba, malfattori, avea posto campo in Dora Grossa ed armati di bastoni minacciavano coloro che a tarda notte si ritiravano alle case loro, spingendo l’audacia sino a molestar quelli che in vettura pubblica o privata passavano per quella via principale della città.

Ai cocchieri si gridava l’alt, i cavalli si spaventavano, quelli che erano tranquillamente in vettura poteano illudersi di viaggiare non per una spaziosa via della tranquilla Torino, bensì di essere in viaggio per qualche foresta calabrese, irta di vecchi alberi e piena di briganti.

Vorremmo nell’interesse delle guardie di P. S. e dei cittadini, far una proposta. Oggi non facciamo che esporla, in altro giorno la spiegheremo, la svolgeremo, come si dice alla Camera.

Non sarebbe meglio che la cura della pubblica tranquillità venisse divisa tra le guardie di P. S. ed i carabinieri?

Se una parte della città venisse agli uni affidata, e riserbata l’altra agli altri non sarebbe ciò un vantaggio pei cittadini, una causa d’emulazione tra i protettori dell’ordine pubblico?

È una questione da studiarsi e che nell’interesse di tutti può essere risolta.

Intanto però che ne attendiamo la risoluzione, speriamo che massime nella località da noi accennata, si spiegherà dalla signora Questura maggior zelo, maggior ispezione.

 

Così il cronista della “Gazzetta Piemontese”.

A commento del suo articolo, va premesso che il dibattito e le polemiche per un miglioramento della tutela della tranquillità pubblica a Torino da parte delle forze dell’ordine, sono state particolarmente vivaci sui giornali cittadini nel precedente anno 1869 e questo articolo ne rappresenta una sorta di continuazione.

Da sottolineare lo stereotipo della foresta calabrese che forse indurrà qualche lettore a parlare di “razzismo” piemontese… benché largamente condiviso al tempo anche in Francia e nel Regno Unito.

Quanto ai barabba, la citazione è fatta dal cronista senza spiegazioni, segno evidente che questo termine è già ben noto ai lettori. Si può anche notare che si parla dei barabba in senso riduttivo visto che i disturbatori sono definiti «più che barabba, malfattori». Evidentemente a questi devianti sono ancora visti, se non con simpatia, con un certo senso di tolleranza, nell’idea che si tratti di una declinazione meno grave della malavita.

Una distinzione che ben presto sarebbe stata superata dalla cruda realtà dei fatti.

 

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