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Di tutto un po'

Il vandalismo: una patologia umana incurabile che affligge una buona parte dell’umanità

Un fenomeno di grande rilevanza economica che danneggia la società civile

31 Dicembre
10:30 2018

Cosa spinge una persona a danneggiare o distruggere un manufatto che fa parte dell’arredo civile o culturale della società?

Domanda che ha trovato nel tempo tentativi di risposta, ma nessuna di queste sufficientemente convincente.

Un dato che in ogni caso emerge e che si può constatare è il “piacere” che il soggetto sembra dimostrare in questa attività distruttiva.

Molti ricercatori hanno tentato di inquadrare tale azione nella patologia latente che ogni individuo può nascondere tra le “tenebre” dell’inconscio.

L’opinione pubblica corrente invece, senza preoccuparsi di trovare motivazioni e giustificazioni particolari, liquida il tutto considerando questa categoria umana come elementi da inserire tra i “balordi e teppisti”.

Come emerge dalla cronaca quotidiana, questo comportamento vandalico spazia in un intervallo di manifestazioni molto ampio e variegato.

Una constatazione immediata: perché gli animali evoluti, anche quando per necessità di sopravvivenza alimentare creano danni a culture agricole e danni alle comunità, non manifestano mai la volontà o la determinazione esplicita di distruggere per il piacere di distruggere?

Non abbiamo una risposta a questo intrigante quesito, ma ci sentiamo autorizzati a riscontrare che questa “propensione” anomala è esclusivamente una caratteristica dell’uomo “sapiens” e relativa alla variante “distruttiva”.

Effettivamente questo è un paradosso clamoroso, in cui l’uomo, ultimo prodotto dell’evoluzione cerebrale, dotato di intelligenza, di libero arbitrio, di razionalità, ospita questa negatività che appare incomprensibile all’evoluzione stessa.

In realtà si tratta di due “entità speculari” dove la razionalità si contrappone e convive in modo conflittuale con una irrazionalità distruttiva sempre latente, evento psicologico che nasconde e rimanda a profondi disagi e disturbi del comportamento dell’individuo.

Le conoscenze attuali individuano molte cause che potrebbero stimolare questo comportamento: la noia, l’incapacità di gestire la solitudine, l’odio, la difficoltà di contenere le energie, dove la sommatoria di questi disagi creerebbe una forte spinta interna che porterebbe a sfogare sugli oggetti altrui la propria aggressività e nel contempo a provare un gratificante sollievo.

In ogni caso lasciamo alla scienza la ricerca e l’eventuale terapia di questa complessa patologia. Nell’immediato siamo obbligati a prendere atto delle effettive ricadute negative dell’attività vandalica sulla collettività.

Se prendiamo in considerazione l’elenco dei danni arrecati all’arredo urbano delle città, dei parchi, ai beni immobili pubblici e privati, ai monumenti storici e artistici, ai mezzi di trasporto, ecc., c’è da restare stupefatti.

Si tratta di danni che si possono quantizzare in cifre di milioni e milioni di euro per le singole città.

Pertanto sarebbe interessante e doveroso conoscere una stima ufficiale dell’importo complessivo dei danni, da parte delle autorità competenti a livello nazionale, causati annualmente da questa intollerabile congrega vandalica.

Probabilmente nel bilancio dello Stato questo “costo” riserverebbe una clamorosa sorpresa.

Conseguentemente c’è da riflettere su questo “comportamento patologico” che da sempre infetta una buona parte della collettività e per la quale sembra non esserci alcun rimedio preventivo o intimidatorio efficace, almeno con le attuali leggi e pene in vigore.

Forse sarebbe utile, al fine di una riflessione provocatoria, proporre per questa “congrega di disturbati” un ritorno alle pene corporali, che dal punto di vista antropologico potrebbero toccare maggiormente l’inconscio, ma questo “suggerimento terapeutico-riabilitativo” sembra essere una scelta improponibile nella nostra cultura e ordinamento giudiziario penale attuale.

Pertanto non rimane che prendere atto che il vandalismo, l’accanimento teppistico e lo sfregio a tutto quello di innovativo che la collettività normale apprezza e vorrebbe conservare, saranno ancora una presenza costante e purtroppo avvilente e irritante con cui dovremo convivere.

L’indignazione della società civile in ogni caso esiste e si percepisce,  anche se sempre di più come un lamento di rassegnata inutilità.

Considerazione conclusiva: da quanto sopra esposto non sarebbe il caso di rivalutare il comportamento degli animali, che consideriamo con indifferenza, insensibilità, più oggetti-merce senza diritti, che esseri viventi che manifestano sentimenti, emozioni "umane" e sofferenza?

Nel contempo incominciare a rivedere e riposizionare il comportamento dell’homo sapiens, che presenta evidenti aspetti di regressione, d’irrazionalità e senza ombra di dubbio anche patologici?

Sarebbe finalmente ora, per fare un passo avanti sostanziale al fine di armonizzare una nuova consapevolezza e convivenza tra tutti gli esseri viventi.

Come si può constatare, con queste domande inquietanti a cui dare risposta, c’è ancora molto lavoro di ricerca da fare per gli studiosi di antropologia umana, per gli psicologi  e per i biologi evoluzionisti.

 

Immagine di copertina da: Google-cataniatoday.it ; Trame di Follia da Google-alessandrafagioli.com

 

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