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Di tutto un po'

La neve rossa

Racconto storico di Alessandro Mella

11 Gennaio
11:00 2019

Silvio non aveva avuto buone rendite, nessun amico di famiglia influente a Milano, nessun usciere di fiducia in qualche ministero. Aveva una gamba claudicante fin da quanto, bambino, era scivolato nell’Adda cercando d’afferrare quei gioiosi pescetti che si facevano apprezzare quando c’era fame.

E quelli della sua infanzia erano anni in cui tanta se ne trovava di fame con tutti quegli eserciti forestieri di continuo passaggio e così lui era cresciuto gracilino e con quella gamba che mai s’era ben ripresa. Zoppicava un poco ma con dignità e senza troppo farsi notare seppur quanto bastasse dal medico dell’esercito.

Non era certo un buon soldato lui che non poteva marciare in linea, ne saltare come un furetto nella fanteria leggera o tantomeno montare a cavallo. Figurarselo poi a manovrare i pesanti cannoni dell’artiglieria o quelle asce da fiaba medioevale degli zappatori.

In tempi migliori l’avrebbero impacchettato e rimandato al suo paese tra i campi ed i torrenti ma quelli non erano tempi migliori. Tanti giovani avrebbero fatto ben carte false per vestire l’uniforme sgargiante della Guardia Reale.

Lui vi finì senza troppe richieste, senza pretese, in compagnia sanitaria perché, pensarono, più che portar garze non saprà e potrà fare. Di quel giudizio ingeneroso non si preoccupò e andò al suo nuovo posto con indifferenza, rassegnazione e sconforto perché la coscrizione non piaceva a nessuno e poi c’erano venti di guerra e si vociferava d’una nuova guerra in Polonia entro l’estate.

Non seppe come, perché e per colpa di chi ma si trovò pochi giorni sui carriaggi diretti verso nord, verso la Germania e poi proprio in Polonia ma, che strana cosa, senza fermarsi. Avanti ed ancora avanti finché passò i ponti sul Niemen ed entrò anch’egli nell’impero di Russia.  Che gran caldo sentiva, lui montanaro com’era, e giorno dopo giorno si sentiva bruciare tra le steppe senza immaginare che avrebbe ben rimpianto quei giorni di canicola.

Ci si fermava poco, sempre in movimento, poco lavoro perché i russi scappavano, vilmente pensava ingenuamente lui, e la Guardia non caricava mai. Ma non si annoiava l’imperatore ad inseguire questi fuggiaschi? Non fosse per le incursioni dei cosacchi quasi un russo non lo si era mai visto salvo qualche pope in giro per le campagne o qualche rabbino negli angoli più impensabili delle poche città. «Son venuto in capo al mondo e non ho visto che pianure, potevo ben restare a zappare il mio orto allora!» ebbe lungamente a pensare mentre si chiedeva se la capra gravida fosse sopravvissuta al parto ed il capretto stesse bene. Perché il babbo non gli aveva scritto di queste notizie? Ricordò, battendosi la mano in capo, che il babbo sapeva far nascere il grano sulle pietre ma scrivere proprio non lo sapeva fare.

I proclami, le urla ed il gran vociare galvanizzò. Finalmente era la battaglia, finalmente la guerra. La Guardia s’attestò sulle alture di Borodino in riserva e molti la presero a male. Ancora a riposo, ancora a guardar gli altri menar le mani. Quando metteremo mani al moschetto? Quando mostreremo a questi russi che gli italiani son ben arrabbiati con loro? Qualcuno teneva nelle mani la pipa di schiuma ormai calda, qualcuno la fiaschetta d’acquavite quando il rombare dei cannoni annunziò l’inizio delle danze.

Dall’alto gli italiani guardavano i loro cugini francesi caricare la fanteria russa, ed il fumo ed il rosso fulminare dei cannoni che sfaldavano le formazioni dei due contendenti come se Napoleone e Kutuzov fossero due duellanti.

Lo spettacolo però finì per mietere vittime tra gli spettatori quando i russi voltarono i cannoni contro le alte linee italiane e le palle roventi si schiantarono sui soldati italici. Urla, esplosioni e rosso sangue volarono in ogni dove. Braccia e gambe spezzate come fuscelli e Silvio restò congelato dall’orrore.

Portava come un automa i feriti al chirurgo che amputava, tagliava, cuciva e impazziva su quel tavolaccio da cui sgocciolava il rossore di feriti. Ora aveva visto, ora aveva capito, ora aveva conosciuto. Quante ore erano passate? Non poté contarle. Prese per le gambe un ufficiale e ne mise le spoglie spente in un angolo e mentre spostava altri corpi si senti tirare la manica arrossata della divisa. Era una mano stanca, avvolta nella manica grigia d’una redingote sdrucita.

«Ragazzo, dove avete raccolto questo valoroso?» chiese indicando quel capitano dal ventre sviscerato da una granata. Silvio tremò, non ebbe quasi coraggio di parlare poi sussurrò balbettando: «Sotto quell’albero laggiù sire, respirava ancora, pesava tre volte me ma lo portai qui, il medico fu amorevole ma nemmeno questo bastò. Si spense tra le nostre braccia». L’uomo si levò il berretto, s’asciugò la fronte, poi accarezzò il volto dello sfortunato e quello di tutti i feriti ancora viventi e raccolti alla meglio sotto la tenda di fortuna.

«I miei bravi italiani» sussurrò a voce bassa.

Si voltò e guardò Silvio, la sua verde divisa aveva cambiato colore. La barba s’era fatta lunga perché, non s’era accorto nemmeno lui, portava moribondi da diciotto ore e grandi borse s’erano fatte sotto i suoi giovani occhi invecchiati.

Napoleone portò la sua mano sulla spalla del giovane e chiese «Come ti chiami? Di dove vieni?» e lui rispose «Son Silvio vengo da Monza» e l’altro «Hai incontrato la morte figliuolo, un buon soldato deve conoscerne lo sguardo purtroppo, sei stato bravo ti faccio sergente». Poi andò via seguito dal codazzo di marescialli che l’aspettavano poco distante.

Borodino era stato l’inferno. Silvio riposò qualche giorno a Mosca, si ubriacò del vino abbandonato nelle cantine e conobbe i pochi bordelli ancora aperti nella città. La guerra l’aveva reso così diverso dal ragazzino che voleva prendere i pesci nei fiumi e ruzzolava sulle pietre degli argini.

Nelle settimane che vennero conobbe un altro inferno.

Candido, bianco, gelido tra le pianure ormai innevate di quella Russia senza fine. Gli amici, i chirurghi, gli ufficiali e perfino i cavalli stramazzavano nel ghiaccio, morivano attraversando torrenti gelati, cadevano trafitti dalle lance dei cavalleggeri cosacchi.

Lui, che malediva il creato tutto e quel malefico 1812, che bestemmiava per i duroni alle dita dei piedi, non moriva. Non riusciva a morire. Pregava, piangeva, invocava la morte perché ne terminasse gli stenti, perché si prendesse anche lui e lo coprisse di neve come gli altri. Invece no, camminava ancora, aggregato a pochi disperati andò avanti fino al Niemen e fino ai carri che lo portarono in Polonia, in Germania e fino a Milano.

Quando rivide il cortile di casa non gli parve vero e si sedette sotto al pergolato, zaino e shakò in terra, gli stivali rammendati tolti a fatica per i piedi troppo gonfi.

La famiglia l’accolse tra i pianti, gli portò il vino, un pezzo di caciotta. Il piccolo fratello gli chiese a voce alta: «Silvio racconta, che hai visto da soldato? Che hai visto per il mondo?». Lui sospirò, masticò un pezzo di cacio e pane e poi a voce bassa, singhiozzando, disse solo: «Ho visto la neve rossa!».

 

Alessandro Mella

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