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Politica Nazionale

Le lenti opache di Di Maio e le parole di Di Battista

Una riflessione.

22 Gennaio
07:45 2019

Oggi sui media vengono unanimemente riportate e confutate le affermazioni prive di riscontri oggettivi, pronunciate da Di Battista, a proposito delle grandi opere, nel corso di una trasmissione televisiva trasmessa domenica sera. In perfetta simbiosi con quanto pronunciato da Di Maio a proposito delle previsioni economiche. A beneficio dei nostri lettori, pubblichiamo una lucida analisi inviataci da Ruben Razzante.

 

Siamo vicini alla recessione. E c'è chi parla di "boom"...

I dati Istat sono inquietanti. Su sedici settori produttivi, solo tre hanno messo a segno andamenti positivi, per tutti gli altri i dati sono in rosso. Il settore auto va a picco. E ciò accade dopo che nel terzo trimestre 2018 si era registrato un calo del Pil dello 0,1%. E il vicepremier Di Maio parla di "prossimo boom economico". Ma su che basi?

 

E’ vero che in campagna elettorale prevale spesso chi la spara più grossa, ma sentire un vicepremier parlare di nuovo boom economico mentre l’Istat segnala che la nostra economia è arretrata ai livelli di cinque anni fa appare a dir poco singolare.

L’istituto di statistica ci ha informato che nel novembre 2018 la produzione industriale è calata del 2,6% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente e dell’1,6% rispetto ad ottobre, raggiungendo i livelli del 2014.

Il premier Giuseppe Conte, ben consapevole che l’andamento di un’economia dipende anche dalla fiducia che si riesce a trasmettere a investitori, risparmiatori, consumatori, famiglie e aziende, minimizza e ricorda che l’andamento negativo riguarda tutto il Vecchio Continente. Chi però addirittura finge di non guardare in faccia la realtà e prova ad addolcire la pillola dell’Istat è il vicepremier Luigi Di Maio, che profetizza addirittura un nuovo boom economico.

Secondo il leader dei Cinque Stelle, dopo il “miracolo” degli anni Sessanta, con la costruzione delle autostrade che facilitarono il traffico commerciale stimolando la produzione industriale, si avvicina il momento delle autostrade digitali, che traineranno l’intera economia italiana, propiziando un nuovo travolgente e contagioso exploit.

Peccato che le autostrade digitali siano un sogno, che la banda ultralarga sia ancora sottodimensionata rispetto alle potenzialità e alle esigenze del sistema Italia e peccato anche che gli investimenti in infrastrutture e in cultura della Rete siano, anche nella manovra finanziaria appena approvata, ancora molto al di sotto di quanto ci si poteva attendere.

Dunque non ci sarà alcun boom economico, anzi l’Istat parla di una debolezza destinata a persistere. Non solo per fattori congiunturali. Non solo per la debolezza della nostra economia e la fragilità dei conti pubblici italiani.

Bensì anche per la visione che dello sviluppo ha il Movimento Cinque Stelle, fermo a un ambientalismo anacronistico e oscurantista, che confligge con la necessità inderogabile di dar vita a grandi opere e ad attività di ricerca di nuove fonti energetiche, e prigioniero di un pauperismo sociale che muove nella direzione contraria rispetto a quella della crescita industriale tanto auspicata dalle organizzazioni di imprenditori e dai sindacati dei lavoratori, sia pure con soluzioni e rivendicazioni diverse.

 

Le cifre dell’Istituto di statistica fanno rabbrividire. Su sedici settori produttivi, solamente tre hanno messo a segno andamenti positivi (alimentari e tabacco, prodotti farmaceutici e altre industrie). Per tutti gli altri i dati sono in rosso e il rosso è particolarmente profondo per il settore auto, a picco del 19,4% rispetto a novembre 2017 e dell'8,6% rispetto ad ottobre. Non a caso l'industria automobilistica, fondamentale per la Germania e ormai indelebilmente segnata dalle conseguenze dello scandalo dieselgate, è la stessa che ha mandato a picco anche la produzione tedesca, scesa dell'1,9% rispetto ad ottobre. I segnali in arrivo dagli Usa non sono peraltro più incoraggianti che in Europa. La recessione appare vicina anche negli States, sia a causa della guerra commerciale con la Cina che per altri fattori interni ed esterni.

 

Ma a preoccupare, come detto, è la situazione italiana. Quella dell’Istat è un’altra doccia fredda sul nostro Paese, dopo che, nel terzo trimestre 2018, si era registrato un calo del Pil dello 0,1%. Se le cifre del quarto trimestre dell’anno appena archiviato dovessero confermare questo trend al ribasso, saremmo tecnicamente in recessione. D’altra parte è noto che gli anticorpi della nostra economia sono ben più fragili di quelli di altre economie, la tedesca in primis.

Non a caso a Bruxelles, anche dopo l’approvazione della manovra finanziaria del governo gialloverde, restiamo sotto osservazione e le scelte dell’esecutivo guidato da Giuseppe Conte continueranno ad essere attenzionate dai commissari europei mese per mese, al fine di verificare l’attendibilità e il rispetto delle stime alla base della manovra stessa.

Tanto più che, come detto, tutte le componenti fondamentali del mondo produttivo rumoreggiano e iniziano a far sentire la loro voce contro un esecutivo che non starebbe promuovendo lo sviluppo e la crescita, ma solo elargendo mance, sussidi e prebende elettorali in vista della decisiva sfida di maggio 2019, quelle elezioni europee che potrebbero ridisegnare la mappa del potere a Bruxelles e premiare le forze sovraniste.

Confcommercio esprime preoccupazione per «una sfavorevole chiusura del 2018 con conseguenze negative per il 2019», che sarà un anno di sfide difficili. Per la leader della Cisl, Annamaria Furlan il dato è «un segnale preoccupante che può avere ripercussioni sull'occupazione: serve una sterzata». Parla di “preoccupante campanello d'allarme” anche il segretario generale della Uil Carmelo Barbagallo, che chiede di ridurre le tasse sui lavoratori per rilanciare i consumi.

Confindustria ha mostrato qualche apertura al governo nelle ultime settimane, mentre Assolombarda continua a manifestare scetticismo verso le ricette pentastellate e leghiste in materia economica. Ecco perché appare assai probabile che il 2019 possa essere l’anno delle manifestazioni di piazza di quanti in piazza non sono mai scesi, industriali in primis.

Ruben Razzante

 

(Fotografia Milanopost)

 

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