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Cultura

Aldo Alessandro Mola Relatore al Convegno presso il Casinò di Sanremo

“CORDA FRATRES” per l'amicizia Italo-Francese, Goliardi che vedevano lungo

Palazzo del Casinò di Sanremo
25 Gennaio
13:46 2019

Per gentile concessione del Prof. Aldo Alessandro Mola, pubblichiamo il testo di un Intervento presentato dal notissimo storico al Casinò di Sanremo.   

 

           

 

                      CONVEGNO AL CASINO' DI SANREMO

 

                  

                        “CORDA FRATRES” PER L'AMICIZIA ITALO-FRANCESE

                               GOLIARDI CHE VEDEVANO LUNGO

 

 

di Aldo A. Mola

 

Dalle incomprensioni...

Italia e Francia. A fine Ottocento, a parte le guerre dei secoli andati, le loro relazioni calarono a picco. Dopo il linciaggio a colpi di vanga di decine di migranti nostrani ad Aigues-Mortes nell'agosto 1893 (ne ha scritto Gérard Noiriel in “Il massacro degli italiani. Quando il lavoro lo rubavamo noi”, ed. Tropea) e la “caccia all'italiano” a Lione nel 1894, Roma e Parigi si scontrarono indirettamente nella “prima guerra d'Africa”, chiusa con la sconfitta degli italiani ad Adua (1° marzo 1896). Il negus Menelik ebbe assistenza militare diretta e indiretta di Francia e Russia.

 

A sostegno di Parigi nel 1892 papa Leone XIII dichiarò che la chiesa non fa preferenze tra monarchia e repubblica ma solo sulla base della condotta dei governi. La Francia era alle prese con l'affaire Dreyfus, l'ebreo asceso a ufficiale di stato maggiore ma condannato per alto tradimento a favore dell'odiata Germania, e sparò a zero i romanzacci di Léo Taxil contro l'Italia dei “Tre puntini” Crispi, Lemmi e Carducci, massoni in combutta col diavolo.

 

Sin dalla guerra doganale italo-francese del 1886 gli italiani migranti in Francia in cerca di lavoro se la passavano malissimo. Lo sfruttamento anche sessuale dei bambini italiani in vario modo attratti in Francia raggiunse livelli preoccupanti. Traspare dal saggio di Romain H. Rainero “Les Piémontais en Provence. Aspetcs d'une émigration oubliée” (Ed. Serre. 2000). 

 

Le insurrezioni eterodirette in Lombardia e Toscana in coincidenza con le feste (soprattutto torinesi) per il cinquantenario dello Statuto (1898) e l'assassinio di Umberto I a Monza (29 luglio 1900) dettero la misura dell'isolamento dell'Italia. Per uscirne bisognava salire faticosamente la china: trattative diplomatiche sommesse, approdate agli accordi segreti Prinetti-Barrère del dicembre 1900. Da sola, però, la diplomazia non bastava. Occorreva moltiplicare le relazioni dirette in ambienti capaci di fare opinione.

 

...Alle relazioni dirette: la Federazione  Internazionale Studentesca

Vi si impegnò assiduamente il geniale Efisio Giglio-Tos (Chiaverano, 1870 – Torino, 1941). Autodidatta e plurilaureato, già impiegato al Club Alpino italiano e all'Associazione universitaria torinese, il 9 aprile 1897 propose l'organizzazione di una “associazione universale” degli studenti, varata nell'autunno 1898, quando 3.000 studenti universitari affluirono da tutto il mondo a Torino e a Roma per fondare la Federazione internazionale studentesca “Corda Fratres”.

 

Due anni dopo, il gran passo avanti: il 2° convegno dei “Cuori Fratelli” si svolse a Parigi. Sull'esempio delle antiche università e per impulso del presidente fondatore e del francese Jean Reveillaud furono istituite sezioni sia degli Stati esistenti (Italia, Francia, Belgio, Spagna, Germania, Gran Bretagna...) sia delle “nazioni senza Stato”: Polonia, Boemia, Norvegia (all'epoca unita alla Svezia), Finlandia. La sezione romena incluse gli studenti della Transilvania, rivendicata da Bucarest, più volte visitata da Giglio-Tos quando Roma donò ai romeni la Lupa Capitolina, a suggello del legame tra “sorelle latine”. 

 

Ancora più emblematica fu la costituzione della “sezione speciale”, presieduta da Léon  Fildermann e comprendente gli ebrei dei diversi Paesi in un corpus unitario. Da molti fu sospettata di sionismo, anche se molti suoi iscritti non ritenevano affatto indispensabile il ritorno di tutti gli israeliti in Palestina. Molto prima della diaspora avevano abitato il mondo: potevano conciliare Stato ebraico e Alleanza universale.

Nel quinquennio seguente Giglio-Tos infittì le relazioni italo-francesi, fondamentali in vista del Cinquantesimo del regno, la cui regia venne affidata al senatore Tommaso Villa e a Teofilo Rossi di Montelera, che vi si dedicò corpo e anima come documentano Rosanna Roccia e altri nel denso volume collettaneo curato da Tomaso Ricardi di Netro per il Centro Studi Piemontesi.

 

Più ferrovie, più strade, più vita...: Emile Loubet a Roma

Come emerge dai documentati studi di Giulio Vignoli e di Maurice Mauviel, anche allora la normalizzazione dei rapporti italo-francesi passava attraverso il potenziamento delle infrastrutture: meno sperperi per corrucciate opere difensive a futura memoria e più investimenti in strade e ferrovie, a cominciare dalla Cuneo-Ventimiglia-Nizza, avviata quarant'anni prima ma sempre al palo nella decisiva tratta transalpina (mezzo secolo dopo la riapertura è nuovamente in affanno).  

 

Giglio-Tos ebbe chiaro che l'“amicizia” italo-francese era fatta anche di lunghi silenzi. L'Italia doveva mettere la sordina a qualunque rivendicazione non solo della Savoia (francofona) e della Corsica, ma anche di Nizza. Al contrario, occorrevano discorsi, come quelli pronunciati il 17 agosto 1902 a Besançon nel centenario della nascita di Victor Hugo, il romanziere caro a Garibaldi e vessillo dei democratici nella Terza Repubblica. Ricevette le Palme d'argento.

 

L'anno seguente plaudì al viaggio di Vittorio Emanuele III e della Regina Elena a Parigi, preceduto dal conferimento del Collare della Santissima Annunziata al presidente Emile Loubet. Nel frattempo organizzò a Nizza un festoso incontro di studenti e studentesse: comunione e liberazione, anzitutto dall'oscurantismo e dal farisaismo. Ne trasse lezione il giovane Orazio Raimondo, socialista, massone, sindaco di Sanremo, profeta del Casinò municipale. Quando nell'aprile 1904 il presidente francese ricambiò la visita a Roma “senza vedere il papa”, Giglio-Tos allestì di fretta una “Inchiesta italo-francese”, pubblicata tempestivamente nell'“Italia moderna”.

 

Vi raccolse le risposte di illustri personalità dei due Paesi, come Achille Loria e Charles Beauquier, presidente della lega franco-italiana, alla domanda sulla necessità di “alleanza fraterna e indissolubile” tra le due “nazioni sorelle per razza e tradizione”, nell'ambito delle Nazioni latine, anche a sostegno dei “popoli oppressi” da giogo straniero, per assicurare “un'era di pace e di fratellanza internazionale”. Come nulla fosse, mise in discussione la carta politica d'Europa, risalente al Sei-Settecento e ribadita dal Congresso di Vienna del 1815: i quattro imperi di Russia, Germania, Austria-Ungheria e turco-ottomano si fondavano sulla spartizione di Polonia, Boemia, penisola balcanica e su confini artificiosi degli Stati sorti nell'Ottocento.

 

Non solo Grecia, Bulgaria e Romania “fratelli separati”; anche l'Italia aveva il suo irredentismo: Trento (ove nel 1896 venne scoperto il monumento di Dante Alighieri) e Trieste, col sottinteso della contea di Gorizia e dell'Istria. La Grande Guerra era già tutta lì. Dopo le Palme d'Oro (1904) nel 1926 Giglio-Tos ebbe la Legion d'Onore...

 

Cuori Fratelli e...Sorelle

  Lo statuto della “Corda Fratres” prescriveva che i suoi iscritti, come fossero in logge massoniche, non dovevano discutere di questioni politiche e religiose, ma la libertà dei popoli e la loro fratellanza erano principi filosofici, giuridici, morali e quindi avevano libero campo. Organizzata in sezioni nazionali, a loro volta ripartite in consolati, la Federazione ebbe il merito di dare ampio spazio alle studentesse in un Paese ancora misogino.

 

Solo nel 1892 per la prima volta una donna venne ammessa alla Facoltà di medicina di Roma: Maria Montessori, rompighiaccio della storia d'Italia, “rivoluzionaria” a voce bassa, come Maria Teresa Bargis, prima ragazza vent'anni prima ammessa in un liceo classico del regno, a Cuneo (poi fu la prima laureata in lettere a Torino). Nell'età della Corda Fratres anche in Italia cresceva la rivendicazione del diritto di voto alle donne e si svolse a Roma il primo congresso femminile, con la partecipazione di Enrichetta Giolitti, figlia del presidente del Consiglio e moglie di Mario Chiaraviglio, “tre puntini” di Rito simbolico e deputato radicale.

 

Nazionalità senza nazionalisti:liberare i “popoli oppressi”

 Il 20 settembre 1907 Giglio-Tos rievocò Garibaldi a Caprera e vi annunciò la nascita della “Terza Italia”, associazione votata a coronare il Risorgimento. L'inno della Corda Fratres era stato scritto dal “fratello” Giovanni Pascoli, pacifista ma al tempo stesso patriota, come il suo grande maestro Carducci. Ora bisognava guardare oltre. Dovevano essere i Nuovi Goliardi, ardimentosi emuli di Golia, a varcare il Rubicone della storia. Gli antichi “clerici vagantes” avevano salmodiato sulla precarietà della vita:

“Gaudeamus igitur, juvenes dum sumus...”, precorrendo il Lorenzo Magnifico di “Quant'è bella giovinezza/ che sen fugge tuttavia// chi vuol essere lieto sia/del doman non v'è certezza...”.

 

Altri universitari vivevano gli studi e l'attesa della laurea come investimento per poi chiudersi in lucrose professioni in mediocri città di provincia, con qualche scappatella nei bordelli che all'epoca placavano i bollenti spiriti. Ben altra fu la sfida dei Nuovi Goliardi, politicamente consapevoli. La espresse l'inno degli studenti italiani, scritto da Giovanni Gizzi:“Di canti di gioia, di canti d'amore/ risuoni la vita, ma spenta nel core/ non cala per essi la nostra virtù”. //Dai lacci sciogliemmo l'avvinto pensiero/ch'or libero spazia nei campi del vero;/e sparsa la luce sui popoli fu.//Ribelli ai tiranni, di sangue bagnammo/ le zolle d'Italia; fra l'armi sposammo/ il sacro connubio la patria al saper.// Ed essa [l'Italia] faremo col core e coll'armi/ l'Italia dei padri sognata nei carmi/ l'Italia redenta dal giogo stranier”.

 

Reduce da un lungo ciclo di conferenze a sostegno dell'intervento dell'Italia in guerra a fianco dell'Intesa per la redenzione di Trento e Trieste, il 21 aprile 1915 Giglio-Tos si spinse a telegrafare al Re: “Per l'onore dei Savoia, per l'amore dei fratelli che soffrono e vi anelano, scongiurate la guerra civile, dichiarate guerra all'Austria e salvate la Patria”.

 

I Goliardi d'antant: “Ifigonia” e impegno civile   

Quel mondo complesso, gonfio di utopie e a volte contraddittorio è ampiamente illustrato da Marco Albera e da Manlio Collino in “Saecularia Sexta Album”, sontuoso volume sui sei secoli di studenti universitari di Torino, al centro del gran pomeriggio di festa e di cultura in programma alle 16.30 di martedì 29 gennaio 2019 al Casinò di Sanremo con la regia di Marzia Taruffi, direttrice dell'Ufficio Cultura. La città di Mario e Italo Calvino, sede del lungimirante Istituto Internazionale di Diritto Umanitario, paradiso di profezie, invenzioni e serenità, dette i natali al goliardo Antonio Rubino (1880-1964), poeta, illustratore, tra i fondatori del “Corriere dei Piccoli”.

 

A Bordighera, due passi da Sanremo, Cesare Perfetto, ideatore del Salone Internazionale dell'Umorismo apprezzato da Giulio Andreotti, nel 1975 conferì la Rama di Palma d'Oro all'ormai anziano ma sempre arzillo urologo Hertz De Benedetti (1904-1989), autore del celebre poemetto “Ifigonia”, scritto nel 1928, presentato furtivamente sotto i portici di Piazza Carlo Felice a Torino lo stesso anno e nel 1939 messo fugacemente in scena per soli maschi adulti e vaccinati al Teatro Alfieri di Torino dalla Compagnia Teatrale Goliardica Camasio e Oxilia, animata da Ovidio Borgondo (detto Cavùr): un riconoscimento che sarebbe piaciuto a due super-goliardi come Angelo Nizza e Riccardo Morbelli, uniti fraternamente non solo dalle feluche.

 

Strana sorte quella dell'“Ifigonia”. Passato di mano in mano clandestinamente per generazioni, vide le stampe solo nel 1969, un anno dopo il fatidico Sessantotto. Stava per essere pubblicato nel centenario del regno (1961) ma Roberto Vittucci Righini, all'epoca sovrano del Maximus Ordo Victoriae Augusta Taurinorum, lo sconsigliò: in quell'Italia bigotta gli editori rischiavano traversie giudiziarie per offesa alla “pubblica decenza”. Poi uscì in edizione critica a cura di  Roberto Brivio e di Alfredo Castelli nei “Canti Goliardici” e persino come album a fumetti.

 

Liberi dal Sessantotto!

Il Sessantotto, completo di Potere studentesco, okkupazioni e la deriva verso la babele delle lingue e l'ideologia elevata a regime, soffocò la goliardia, che era l'humus della classe dirigente, come documentano imponenti volumi sulla “Formazione della classe politica in Europa, 1945-1956" a cura di Giovanni Orsina e Gaetano Quagliariello, con eccellenti capitoli sull'Unuri, sull'Unione Goliardica e su miti, feste e simboli dell'associazionismo studentesco. Da lì arrivarono Marco Pannella, figlio del cordafratrino Leonardo, Paolino Ungari e tanti dirigenti dei partiti di area laica. Dopo il Sessantotto prevalsero nuove forme di bigottismo: i clerici non vagarono più.

 

Vennero inquadrati e giurarono fedeltà a scuole di partito e di chiese anziché alla libertà. Finì un mondo. A Sanremo ne parla l'architetto e collezionista Marco Albera, già Presidente dell'Accademia Albertina delle Belle Arti di Torino, accompagnato dai canti goliardici eseguiti dal chitarrista Gabriele Danesin, anima musicale del Summus Taroccorum Ordo Taurinensis, e dal fisarmonicista Ferdinando Rosso. 

                                                              

La Goliardia culla delle élites

Ma perché mai occuparsi oggi di goliardi? Non è forse un tema “politicamente scorretto” e persino scurrile? In realtà, nel dibattito finalmente in corso anche in Italia sulle “élites” entra a pieno titolo la storia dell'Università e degli studenti. In Europa la Scuola degli Studi  nacque come istituzione universale, protetta dai “Sovrani” ma libera e inviolabile, con regole precise su riti d'iniziazione e sui rapporti tra docenti e discepoli in arrivo da tutti i Paesi e studenti di varie “lingue”.

 

Qual era la sua “missione”? Formare “umanisti”, “dottori” dagli orizzonti culturali aperti, pronti a conquistare il mondo per migliorarlo. Nell'ambito dell'ecumene cristiana gli studenti erano leali verso il loro Principe ma accomunati nella ricerca al di sopra di ogni confine. In secoli di guerre politiche e religiose l'Università rivendicò libertà, unità e progresso del sapere.

 

Il Sette-Ottocento fu l'epoca di tante “internazionali” (Santa Alleanza, carboneria, massoneria, liberali, socialisti, cattolici, persino anarchici e alta finanza...), ciascuna con programmi politici o con obiettivi di dominio economico, inclini a metodi bellicosi, rivoluzionari, spesso spietati. La ricerca scientifica venne subordinata al Potere.

Per chi sapeva leggere la storia, dopo la guerra franco-prussiana del 1870-1871 fu chiaro che l'Europa, lanciata nella seconda tumultuosa colonizzazione del pianeta, era al bivio: affratellare le classi dirigenti o precipitare in conflitti devastanti e disumani.

 

Alla anarchia della Forza bisognava rispondere con l'internazionale del Diritto. La Federazione studentesca ideata da Efisio Giglio-Tos con l'adesione di ministri, politici, rettori, docenti e studenti universitari anno dopo anno raccolse migliaia di giovani nei congressi di Parigi, Venezia, Liegi, Marsiglia, Bordeaux, L'Aja, Roma e negli Stati Uniti d'America (1913). Lì vennero accolti dal presidente Woodrow Wilson. Volevano fermare la corsa verso l'abisso della guerra generale, per non trovarsi di lì a poco al comando di reparti armati, con le divise dei rispettivi Stati, anziché con mantelli e feluche, e condannati ad annientarsi a vicenda dopo anni di affratellamento nelle aule universitarie e nei congressi scientifici. Era solo un'ingenua utopia o la meditata anticipazione della Società delle Nazioni, dell'ONU, dell'Unione Europea, di una umanità finalmente pacifica e progredita?

 

Mentre il mondo è sempre sull'orlo dell'abisso giova riflettere sulle grandi illusioni di un secolo addietro: fermare la guerra, che è il colpo di coda dei vecchi, una sorta di vendetta contro la vita che sfugge dalle loro mani. L'utopia dei cordafratrini, giovani di spirito anche in tarda età, insegna che il nazionalismo è la tomba delle nazioni e il sovranismo è la caricatura degli Stati. Come tra Otto e Novecento, oggi tocca ancora ai giovani riprendere il testimone della Storia, forti delle divise d'un tempo: “i Goliardi hanno sempre vent'anni...”. “Quel che era torna, e tornerà per sempre”: fratellanza, umanesimo, la Comunità internazionale, comprendente Stati e Nazioni, l'immensa varietà degli uomini, col loro millenario fardello di errori e di progresso, la lenta marcia sul pavimento a scacchi bianchi e neri.

 

Aldo A. Mola       

 

Immagine di copertina del Casinò di Sanremo presente sul Web         

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