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L’uomo, i misteri e l’ignoto

dynacross

la difficoltà aguzza l’ingegno

1 Febbraio
11:00 2019

Nel 1982 a Torino una start up antesignana operante nel campo della progettazione di componenti automobilistici ideò, brevettò e realizzò un attrezzo sportivo anfibio polivalente denominato dynacross.

 

Si trattava di un triciclo progettato per scommessa in un momento di grave crisi economica e lavorativa per sperimentare possibilità inesplorate al di fuori delle normali competenze generali, per fare “innovazione concettuale”.

 

La sfida consisteva nel farlo con risorse economiche ridottissime e senza troppe complicazioni tecnologiche.

 

In sintesi ne venne fuori un “triciclo anfibio a pedali” semplice e stupefacente allo stesso tempo.

 

Progettato per essere completamente montato a mano senza bisogno di attrezzi era regolabile per ogni taglia, peso, età, forza e necessità.

 

Poteva essere usato per divertirsi oppure come una palestra completa, inducendo movimenti corporei in grado di portare ad una riduzione drastica degli accumuli di grasso sui fianchi.

 

Funzionava su tutte le superfici solide, liquide o a ridotta consistenza come neve, fango, ghiaia, sabbia, mediante l’applicazione di una tecnica specifica per ogni condizione senza tuttavia doversi adattare, modificando qualche sua parte o aggiungendo altri componenti.

 

Non aveva freni ma poteva essere frenato; aveva uno sterzo ma non serviva per girare; per farlo frenare, girare, impennare, piroettare su sé stesso, saltare sulle onde, occorreva sterzare adeguatamente e usare il proprio peso in modo particolare in modo da caricare o scaricare le ruote dell’asse posteriore.

 

Per poter pedalare occorreva indossare appositi zoccoli di sicurezza, adattabili ad ogni piede e calzatura, e agire sull’albero a gomiti solidale alle ruote posteriori.

 

I tricicli potevano essere assemblati in versione tandem o a più posti oppure in versione a quattro ruote e dotati di attrezzature aggiuntive come tettucci parasole, pedane di risalita o stabilizzatrici.

 

Su superfici solide si potevano superare pendenze rilevanti; in acqua si potevano cavalcare onde consistenti.

 

Queste erano solo alcune delle proprietà tra le tante che ognuno poteva scoprire ed inventare, scoprendo come riuscire a mantenere una forma fisica e mentale con grande soddisfazione e divertimento.

 

Questo attrezzo era utilizzabile ovunque desiderato; non era più veloce di una persona che corre o nuota, e in acqua, chiunque vi si trovasse, lo poteva fermare con un semplice tocco di mano.

 

Tuttavia non tutti riuscivano ad usarlo immediatamente: occorreva reimparare a coordinare la mente con il corpo.

 

In cortile, in piscina, in boschi o prati, su pendici innevate o paludi, in piste apposite, in gare di abilità, atleticamente preparati oppure no, questa autentica palestra semovente si adattava a chiunque come una estensione corporale;

 

l’unica cosa che vi richiedeva un vero sforzo era comprendere come un attrezzo così semplice permettesse di fare tutto questo.

 

In poco tempo, usandolo opportunamente, la muscolatura diventava tonica e proporzionata.

 

Inoltre la stimolazione della circolazione sanguigna e l’ampiezza di respiro facevano conseguire un naturale buonumore.

 

Avendo necessità di recuperare funzionalità in qualche comparto del sistema fisico o mentale, in seguito a incidenti o malattie, questo attrezzo era un valido alleato.

 

Il robusto telaio in acciaio, le indistruttibili ruote in polietilene, gli zoccoli nelle versioni in legno o plastica, avevano bisogno di poche cure ed erano interamente riciclabili o riutilizzabili; per esempio le ruote diventavano facilmente fioriere, tavolini, basi per ombrelloni o sedili da giardino.

 

Il complessivo, del peso di circa 30 kg, era fornito smontato in un sacco di circa 70x70x130 cm.

 

I colori standard delle ruote erano nero o arancio; altri erano disponibili a richiesta.

 

L’attrezzo doveva comunque essere usato seguendo le istruzioni allegate alla confezione, applicate con buonsenso e responsabilità, per evitare spiacevoli conseguenze a sé e agli altri;

 

evitare le esagerazioni, evitare di correre pericoli inutili, rispettare le persone, la natura e le cose era un modo intelligente di usarlo e il miglior modo di presentarsi.

 

Brevettato in Italia, alcuni paesi europei e in Usa, fu prodotto in 52 esemplari di cui uno venduto persino in Giappone.

 

20 furono commissionati da una azienda produttrice di componenti auto che ne distribuì 5 in un villaggio turistico in Calabria e altri 5 in un altro villaggio turistico in Sicilia;

 

12 in un solo colpo furono venduti ad un distributore di moto francese che poi decise di lasciare tale attività per dedicarsi all’affitto di dynacross alle Canarie, insieme alla compagna;

 

12 esemplari parteciparono, su invito della Rai, ai Giochi senza Frontiere a Rimini nel 1988 e a Nizza nel 1989.

 

Un triciclo fu venduto al Salone della Montagna di Torino del 1983 ad un espositore produttore di lattine mignon di birra che lo usò il giorno in cui la Juventus vinse lo scudetto. La sua foto mentre impennava attraversando piazza San Carlo finì su la Stampa.

 

Alcuni esemplari usati furono trasformati in catapulte e usati, insieme ad un enorme drago di gommapiuma, palloncini e cavalieri, al Torneo del Drago del Carnevale di Sciolze del 1994

 

A riprova che certe idee attraversano l’aria lungo i secoli, prima della concessione del brevetto Usa fu necessario contestare alcuni brevetti precedenti di tricicli simili risalenti addirittura al 1882.

 

E dopo la scadenza del brevetto in Usa, il principio di funzionamento fu adottato da un innovativo mezzo che vediamo circolare ancora oggi e che si guida in piedi mediante lo spostamento del peso del corpo. La differenza tecnologica è che tale mezzo è elettrico anziché a pedali, e adotta dei giroscopi al posto della ruota anteriore.

 

Capito quale?

 

Fuori produzione da 30 anni, l’ultimo rimasto è ancora oggi a mia disposizione e l’ho utilizzato per dimostrazioni nei corsi di ergonomia.

 

Ovvero, detto come si suole:

un fatto vale più di tante parole!

 

Foto e testo

Pietro Cartella      


 

 

 

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