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L’uomo, i misteri e l’ignoto

L’eredità di Carl Gustav Jung

Testa. Scultura di Modigliani del 1909
9 Febbraio
12:00 2019

Jung nacque alla fine del XIX secolo, quando la scienza empirica, fondata su un’ottimistica fede nel progresso umano, era in piena espansione. Si trattava di un approccio scientifico che tendeva a ricondurre tutto a risultati quantificabili, a osservazioni oggettive e alle grandezze di ciò che poteva essere calcolato. In un contesto siffatto, il mondo mitico e religioso era inevitabilmente considerato come irrazionale e illusorio. Il cielo e l’inferno diventarono totalmente invisibili, essendo dei e demoni morti e sepolti senza eccezione alcuna. Jung, il cui primo intendimento era quello di studiare le scienze naturali, e poi forse la medicina, tentò di diventare uno scienziato credibile – questo era quello che pensava ci si aspettasse da lui.

Accanto a tutto questo, tuttavia, fin dalla sua prima infanzia ci fu un’influenza misteriosa, invisibile all’inizio e appena percettibile. Jung fu allevato da una madre dotata di capacità psichiche paranormali, se non addirittura medianiche, la quale portava il figlio con sé alle sedute di spiritismo organizzate in famiglia. Jung venne meno influenzato dalla personalità relativamente modesta di suo padre, piuttosto che da quella, notevole, del nonno materno, illustre ebraista e linguista, “Antistès” (Presidente del consiglio ecclesiale) e pastore; e del nonno paterno, che ricoprì la carica di rettore dell’università dove insegnava e fu anche Gran Maestro dei “massoni svizzeri unificati”.

Girava anche voce che il nonno paterno fosse un figlio naturale di Goethe, cosa di cui Jung gioiva segretamente. Nella fanciullezza, Jung conobbe anche delle esperienze spirituali sotto forma di strani sogni iniziatici.

Nel profondo di sé, si riconosceva non solamente come un bambino, ma anche come un vecchio saggio che era vissuto in tempi remoti. Non stupisce dunque che sia divenuto più tardi un avido lettore di pensatori ispirati come Nietzsche, Goethe, Swedenborg, Schopenhauer, Eckhart e Böhme, che avevano percorso tutti un cammino di iniziazione.

Le conferenze di Zofingen tenute da Jung riflettevano tutto ciò in modo chiaro. Si tratta di incontri che si svolsero tra il 1896 e il 1899, quando lui studiava all’Università di Bâle, una città ancora abitata dallo spirito di Paracelso.

Da queste conferenze traspariva anche un pessimismo gnostico, principalmente quando egli afferma: «Noi abbiamo un po’ troppa fede in questo mondo, crediamo troppo fermamente che la felicità derivi dal successo, a dispetto dei più grandi come il Cristo e i saggi di tutti i tempi che ci insegnano e ci mostrano che dovremmo fare esattamente il contrario. (…) è da un po’ che le persone sembrano essersi dimenticate di questo, e non vogliono più che si ricordi loro che tutte le visioni trascendentali del mondo sono pessimistiche. Esse hanno bandito ogni forma di metafisica e tengono, con un ingenuità che sfiora l’idiozia, dei gran discorsi su un’etica libera da ogni metafisica, cosa che si traduce in un ottimismo dei più esasperanti».

Queste parole non sono, esattamente quelle che si potrebbero attendere da un futuro scienziato. Curiosamente, furono gli scienziati stessi – ci riferiamo a Charcot, Janet, Breuer e Freud – che scoprirono lo strano fenomeno dell’inconscio. All’inizio venne definito come subcosciente, come un qualcosa di inferiore al pensiero cosciente, risalente a un lontano passato infantile che ritornava in superficie sotto forma di reazioni devianti, di comportamenti nevrotici e psicotici.

Proprio come il mondo soggettivo dei sogni, l’inconscio perturba dall’interno ogni comportamento razionale, e per questo è fortemente represso dalle nostre opinioni ragionevoli e dai nostri pensieri coscienti.

Ebbene, nel momento in cui la scienza dell’epoca riscopriva così il mondo della fede e della superstizione, esso (il subconscio) era ancora considerato come indicatore di una sorta di malattia mentale. Essa non poteva che essere guarita con l’ipnosi, l’analisi dei sogni o la libera associazione.

«Wo Es war, soll ICH werden», (La dove ora c’è l’inconscio, un giorno ci dovrà essere l’io; oppure, come venne tradotto da Cesare Musatti: Dove era l’Es deve subentrare l’Io).

Freud sperava che il suo collega Jung diventasse un fedele rappresentante di questo motto e lo considerava come un successore degno di fiducia. Ma dopo aver sostenuto il suo mentore per diversi anni, Jung cambio radicalmente la sua concezione dell’inconscio. Il suo lavoro presso la clinica Burghölzli a Zurigo gli aveva chiaramente mostrato che c’era qualcosa di significativo nelle vociferazioni apparentemente insensate dei suoi pazienti psicotici e schizofrenici, e che i loro complessi carichi di emozioni contenevano di fatto un significato segreto.

In più, egli aveva constatato una similitudine sorprendente tra le rappresentazioni estemporanee delle persone malate e, per esempio, le immagini religiose, le idee gnostiche e i riti di antichi misteri.

Convinto che l’inconscio non fosse solamente una deviazione personale e soggettiva di una realtà oggettiva, Jung infine rigettò l’ipotesi freudiana. Egli non considerò più l’inconscio come un magazzino di contenuti repressi, ma come uno stato psicologico indipendente, capace di produrre delle immagini personali trascendenti che si rivelavano essere le stesse in epoche e culture differenti.

Più importante ancora per Jung, nella sua veste di psichiatra, era il fatto che egli sperasse che una comunicazione con gli strati inconsci profondi potesse guarire le malattie dei suoi pazienti, o almeno contribuire a fare in modo che essi fossero in grado di aiutarsi da soli.

Jung entrò così nel campo della ricerca oggettiva, verso quella che egli inizialmente definì delle dominanti dell’inconscio, e più tardi degli archetipi; siamo nei dintorni di Platone, Agostino e delle sorgenti dell’ermetismo. Dopo uno studio comparato e approfondito della mitologia, della storia della cultura e delle scienze religiose, come si trattasse di una scienza fisica della psiche, egli fu in grado di seguire l’energia psichica che si nasconde dietro la creazione dei simboli, dietro la fantasia e l’immaginazione. Immagini morte e vuote di senso, appartenenti a un passato lontano, furono riportate in vita.

All’epoca, per spiegare tutto questo, Jung non disponeva di un quadro di interpretazione differente da quello di Freud, che traduceva ogni simbolo in termini di energia sessuale e di libido. Questo provocò nella sua anima un conflitto interiore profondo, simile a quello dell’eroe della libido o, in termini mitici, dell’eroe solare che deve battersi, nel corso di un viaggio marino notturno, col mostro dell’inconscio da cui ha rischiato di essere ucciso. Delle energie oscure lo opprimono quindi, come forze strane e buie.

Freud, che aveva fermamente respinto il suo “misticismo”, sentendosi tradito lo bandì dalle sue cerchie. Dopo questa rottura, Jung ebbe una grave depressione, al limite della psicosi, chiamata da alcuni malattia creativa. Il mondo spirituale che egli aveva conosciuto “inconsciamente” durante la sua giovinezza e che era scomparso da molto tempo, era adesso pronto a ritornare in vita nella sua esistenza come un elemento importante, ma allo stesso tempo pericoloso.

Senza alcuna protezione, egli volle sottostare agli stessi stati di coscienza dei suoi pazienti e passare là dove essi stessi erano passati. In base a quanto sappiamo, è in quest’epoca – fra il 1913 e il 1916 – che Jung cominciò a tenere un diario intimo nel quale, in una lingua semi-religiosa, egli descrisse tutti i suoi sogni e le sue visioni. Questo diario fu conosciuto in seguito come il Libro Rosso e pubblicato circa cento anni più tardi, introdotto e ampliato da note a cura di Sonu Shamdasani.

Questo libro contiene dunque il resoconto della ricerca della sua anima. Prendiamo atto del tenore di questa onesta confessione: «Anima mia, dove tu sei, tu mi ascolti, poiché ti parlo, ti chiamo. Sei là? Sono tornato, sono di nuovo qui. Dai miei sandali ho scosso la polvere di tutti i paesi; sono venuto a te, e sono ora con te. Dopo lunghi anni di errori, sono ritornato verso te. Vuoi ascoltare tutti i rumori della vita del mondo? La sola cosa che ho imparato è che si deve vivere la propria vita. Questa vita è il cammino, la strada a lungo cercata verso l’indicibile che noi chiamiamo il “divino”. Non ce n’è un altro, tutti gli altri cammini sono dei vagabondaggi. Ho trovato adesso il cammino diritto che mi ha condotto a te, anima mia. Io ritorno in pace e purificato... Anima mia, il mio viaggio a partire da ora prosegue con te. Io voglio andare con te e entrare nella mia solitudine. È lo spirito degli abissi che mi spinge a dirlo e a soffrirne nonostante me e le mie aspettative. Ho lavorato ingannato dallo spirito dei tempi, e ho quindi riflettuto spesso riguardo all’anima umana. Pensavo e parlavo molto dell’anima. Conoscevo molte parole dotte su questo argomento, l’ho giudicato e trattato come un oggetto scientifico. Non ero arrivato a considerare che la mia anima non poteva mai essere l’oggetto del mio giudizio e della mia conoscenza, perché il giudizio e la conoscenza, a loro volta, sono piuttosto il soggetto della mia anima. È per questo che lo spirito degli abissi mi spinge a parlare alla mia anima, a invocarla come un essere vivente e reale. Io dovevo diventare cosciente di aver perduto la mia anima».

Questi sospiri provengono dal profondo del cuore di Jung; essi costituiscono un grido per liberarsi dalla prigione scientifica dell’epoca. Sebbene in questo impressionante libro si possa sentire l’eco di capolavori della letteratura mondiale, è soprattutto la lingua degli gnostici che qui viene espressa.

Jung aveva letti alcuni bellissimi inni che gli erano stati sottoposti dal teosofo George Robert Stowe Mead. Molto più tardi, Jung gli fece visita a Londra al fine di ringraziarlo personalmente per l’eccellente traduzione e la pubblicazione di quei testi.

Si noti che Jung definiva come i suoi soli veri amici gli gnostici che l’avevano aiutato in questa discesa solitaria verso le profondità dell’inconscio; tuttavia, all’epoca egli non poteva comprenderli pienamente, poiché gli mancava lo snodo indispensabile dell’alchimia, che avrebbe scoperto solo più tardi.

Jung considerava gli gnostici come fossero i primi psicologi ad aver veramente compreso e tradotto gli impulsi inconsci, in una visione mitologica del mondo molto più ricca di quella della Chiesa cattolica e dei suoi rigidi dogmi.

Nel Libro Rosso, noi troviamo comunque il concetto basilare della teoria junghiana, che viene designato con l’espressione “psicologia analitica”. Sulla base di questa nuova teoria, egli fondò nel 1916 il suo “Club di Psicologia di Zurigo”. Poco tempo dopo la guerra, egli presentò la sua teoria per la prima volta all’estero, a Londra, nel corso di un viaggio in Cornovaglia e nell’ovest dell’Inghilterra, dove la leggenda del Graal vive da sempre.

La psicologia analitica è nata alla confluenza di due correnti di cui una sorge direttamente dalle profondità del suo mondo irrazionale, come in un sogno o in una visione profetica, e l’altra serve da protezione verso le zone pericolose dell’inconscio. Infatti il mondo psichico appariva a Jung come molto ambivalente: a volte come una madre positiva e generatrice di vita, altre come una matrigna terrificante e vorace, alla ricerca della giovane coscienza dell’Io nascente. Si trattava della natura interiore nella sua forma più dualista e sconcertante. Jung vi vedeva la sorgente creatrice delle religioni, dei dogmi e dei rituali, rappresentata dalle chiese istituzionalizzate che avevano imposto una credenza collettiva.

Ora che quelle istituzioni avevano in gran parte perduto il loro impatto sulla coscienza delle persone, era importante per Jung entrare in un dialogo diretto con le correnti di energia inconscia. Era necessario un confronto personale al fine di divenire una persona autonoma e intera, un individuo in equilibrio con il conscio e l’inconscio. Jung era convinto che questo fosse possibile solo grazie a un processo di integrazione, che egli definiva di individuazione, Selbstverwirklichung in tedesco (traducibile come autorealizzazione o realizzazione del Sé).

Questo processo doveva iniziare con la rimozione delle numerose maschere della personalità, – il comportamento sociale e morale, determinato dall’influenza della coscienza collettiva – e proseguire, nel corso di un processo di immaginazione attiva (l’attivazione della formazione di simboli personali), col confronto con le forze oscure della coscienza individuale prima e collettiva poi, riconoscibili come figure ombra che occorre integrare.

Viene poi la lotta con la dualità della vita; questo significa un combattimento con l’anima o doppio femminile per un uomo, con l’animus o doppio maschile per una donna. In altri termini si tratta di proiezioni della nostra anima polarizzata e più generalmente della vita in tutta la sua ambiguità. Si acquisisce più tardi la capacita di ricevere degli insegnamenti dal vecchio saggio, o dalla personalità-mana e dall’archetipo dello spirito che agisce dietro, tutto questo a rischio di esserne assoggettati o di identificarsi erroneamente.

È solo con la realizzazione del sé personale, trasformando e interiorizzando le energie che corrispondono a queste identificazioni, e soprattutto senza che l’ego si confonda col sé, che si può conseguire l’obiettivo tanto desiderato della guarigione attraverso il “diventare uno”. Evidentemente, questo non può che essere il risultato di un processo continuo di differenziazione e integrazione.

Articolo tratto dalla rivista Pentagramma - Edizioni Lectorium Rosicrucianum

Scuola Internazionale della Rosacroce d'Oro

https://www.lectoriumrosicrucianum.it/

 

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