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Musica

#Sanremo2019: serata finale

10 Febbraio
02:05 2019

Gli ascolti tv della quarta serata di #Sanremo2019 si confermano in calo rispetto a quelli della passata edizione: i telespettatori sintonizzati su Raiuno quest'anno sono stati 9 milioni 552 mila, pari al 46,1% di share. Per l'appuntamento con i duetti la passata edizione, aveva registrato una clamorosa esplosione degli ascolti, tenendo davanti allo schermo 10 milioni 108 mila telespettatori, pari al 51,1% di share.

Questo è il dato, chiaro e netto, che piaccia o meno a Teresa De Santis, Direttore di RAI1, vera protagonista delle conferenze stampa mattutine e strenua difenditrice del “clamoroso” successo di questa sessantanovesima edizione, nonostante i dati d’ascolto dicano esattamente il contrario. 

Manca poco al calar del sipario, e per introdurre l’approfondimento su questo #Festival, mi viene in mente un verso ben preciso, di un certo artista (vero): “Il carrozzone riprende la via, facce truccate di malinconia. Tempo per piangere, no, non ce n’è, tutto continua anche senza di te”.

Per quanto mi riguarda, la montagna ha partorito il topolino: è stato il festival del fake, a partire da artisti spacciati per big che a malapena rientrerebbero nella categoria giovani, per finire con i big che invece avrebbero dovuto gareggiare e che  hanno fatto i supporter. 

Il tanto strombazzato “nuovo corso” festivaliero, dal punto di vista strettamente musicale, si è rivelato un vero flop: canzoni, si dai definiamole così, piatte (a parte pochissime eccezioni, fra tutti i Boomdabash), testi così così (esclusi Silvestri e Cristicchi), performances da dimenticare (Negrita e ancora Silvestri esclusi), quote rosa quest’anno ai minimi termini (chissà perchè).

Ma la cosa che più mi ha stupito, in negativo, sempre dal punto di vista musicale, è stata questa: i rapper (quest’anno mai così numerosi), non hanno rappato (escluso anche qui Silvestri, che si è avvalso di Rancore per arricchire l’esecuzione). Motivazione? “Sanremo non è il posto adatto per questo tipo di musica”, parole di Shade, Achille Lauro e Mahmmod in sala stampa.

Bene, si fa per dire, allora che cosa ci sono venuti a fare? Perchè sono stati scelti?

Domande che giro al Direttore Artistico.

Direttore Artistico, se preferite “dittatore” e da quest’anno pure “dirottatore” (de che?), che in questa edizione si è auto-nominato anche in super-ospite di tutte le puntate, con il risultato di massacrare alcuni duetti, dimenticandosi le parole, baglionizzando tutte le cover, diventando spesso insopportabile, forse ai suoi stessi ospiti. Credo proprio che il finale di “Margherita”, interpretato “a cappella” da Riccardo Cocciante, sia stata una cosa completamente improvvisata e non prevista dal copione (basti guardare la faccia di Baglioni stesso mentre il collega canta), giusto per rimediare alle cazzate fatte da “Clà” durante il duetto.

Per non parlare del tributo a Battisti in coppia con Mengoni (Lucio perdonali se puoi) e della versione da incubo di “Dio è morto”, complice il Liga (Guccini chiedi i danni).

Ma una grossa polemica ha scosso le serate festivaliere: il neanche tanto presunto inno alla droga, contenuto nel brano di Achille Lauro.

In tanti, sui social e di persona, mi hanno chiesto cosa ne penso, sia dell’interprete che del caso.

Bene, fuori dai denti come sempre, rispondo che questo tizio altro non è che un bimbominkia che si atteggia rock star (la collega che lo ha paragonato a Vasco in sala stampa, ha rischiato una testata sui denti), e che proprio questa sua spocchia, aggiunta alla totale nullità artistica, segnerà la sua fine, che mi auguro cominci già da domani.

Per quanto riguarda il riferimento all’estasi (non sessuale, questo manco sa cosa sia, ma chimicamente indotta), riprendo il pensiero di Red Ronnie, riguardo al conflitto di interessi, che condivido in pieno: sarà pure così, ma mi sa tanto di polemica montata ad arte, giusto per tenere l’attenzione su un Festival che, nonostante si faccia di tutto per dimostrare il contrario, non si è assolutamente dimostrato all’altezza delle aspettative.

Che poi... io appartengo ad una generazione che è cresciuta con canzoni tipo “Strawberry fields forever” e “Lucy in the sky with diamonds” dei Fab-Four, “Cocaine” di Eric Clapton, “Heroin” di Lou Reed , giusto per fare qualche nome: canzoni con riferimenti alle droghe ben più pesanti e che al loro tempo non destarono tutto questo scalpore. Vero è che non erano in gara a Sanremo, dove a quanto pare, c'è un'attenta selezione a quello che può essere considerato antieducativo, ma sto comunque parlando di brani immortali, che hanno fatto la storia della musica: “Rolls Royce” non lo diventerà, questo è certo, e fra qualche mese tutto sarà finito nel dimenticatoio. I Beatles, Eric e Lou are still alive. 

Riguardo al cast e alla conduzione, non so se rivedremo Claudio Baglioni sul palco come presentatore e dietro le quinte come direttore Artistico. Spero di no, ma ho paura di si.

Il Festival necessita, a mio parere personale, supportato però dai commenti che ho raccolto in questi giorni, primo, di un vero “patron”, come si diceva una volta, stile Aragozzini o Salvetti, perintenderci, colluso fin che si vuole con i poteri forti, ma che porti veri “big” in gara, e non aspiranti artisti senza storia e senza talento (pensate se gli ospiti di quest’anno fossero stati in gara, avremmo assistito ad un Sanremo memorabile); secondo, di un vero presentatore, non di comici riciclati come conduttori, che rischiano lo sputtanamento e la carriera (mi viene in mente Amadeus, professionale, garbato e competente); terzo, di ripristinare la gara e quindi le eliminazioni (alla lunga, il concetto di “mostra” della canzone, annoia).  

Queste sono solo alcune considerazioni sparse, assolutamente personali e non obbligatoriamente condivisibili; ci sarebbe forse molto altro da dire, ma non voglio tediarvi troppo.

Tornando alla serata finale, come al solito non vi parlerò delle canzoni, l’ho già fatto nei precedenti articoli, mi limiterò a qualche pensiero sparso, in attesa di sapere a chi sono stati assegnati i vari premi, e soprattutto di conoscere il vincitore di questo #Sanremo2019.

Il meccanismo sarà il seguente: i primi tre classificati verranno giudicati con il televoto 50%, dalla giuria della sala stampa 30% e dalla giuria d’onore 20% (non è dato di sapere se i voti delle precedenti serate verranno conteggiati). I tre finalisti non reinterpreteranno le canzoni, verranno mandati sul maxi-schermo degli higlights dei rispettivi brani.

A proposito di premi, anch’io voglio consegnarne qualcuno: a Ghemon va il riconoscimento #versaceonthefloor per il peggior look (non c’è proprio partita); alla tigre che è tornata a ruggire,  Loredana Bertè assegno #alè-oò (miglior performance solista e di coppia con Irene Grandi); Nino D’angelo & Carlo Cori meritano invece #stendiamounvelopietoso (testo incomprensibile e voce di Nino che ormai è un lontano ricordo), mentre Federica Carta & Shade guadagnano #esumabinciapà (se questo è il futuro della musica italiana siamo in buone mani).

Aggiungo un premio speciale, che mi è venuto inmente in questi giorni: #menebattuubelin, visto che siamo in Liguria, e lo dedico con tutto il cuore agli Ex-Otago, genovesi guarda caso, che durante la conferenza stampa, ad una mia precisa domanda, sono andati per i cazzi loro nella risposta senza neanche guardarmi in faccia mentre parlavano.

La serata scorre abbastanza stancamente e anche questa sera C.B. trova il modo di massacrare una cover-duetto: stavolta tocca a Luigi Tenco. Non se ne può più.

Unico momento si suspence e di divertimento, la lettura della classifica: non sto a raccontarvela tutta, avrete sentito i fischi dal Teatro Ariston, vi dico solo i nomi dei tre finalisti ovvero Ultimo, Mahmood e Il Volo. Scandaloso.

Momento di grosso imbarazzo tra i conduttori quando il pubblico inneggia a Loredana Bertè, quarta classificata.

Applauso mio personale alla posizione di Achille Lauro, trombato alla grande.

In attesa del vincitore si procede alle altre premiazioni: Daniele Silvestri e Rancore si aggiudicano sia il premio della Sala Stampa Lucio Dalla, sia il premio della critica “Mia Martini”. Meritati entrambi.

Simone Cristicchi si aggiudica il premio “Sergio Endrigo”, alla miglior interpretazione (giuria sala stampa roof e sala stampa Lucio Dalla).

Daniele Silvestri e Rancore si aggiudicano ancora il premio “Sergio Bardotti” per il miglior testo (assegnato dalla giuria degli esperti). Meritato anche questo.

Simone Cristicchi si aggiudica anche il premio “Giancarlo Bigazzi” per la miglior composizione musicale (premio assegnato dall’Orchestra del Festival).

Ultimo vince il premio TIMmusic, assegnato alla canzone piùascoltata sulla app musicale del gestore telefonico.

E’ il momento topico: terzo classificato Il volo, secondo classificato Ultimo e vincitore della 69° edizione del Festival di Sanremo Mahmood.

Come ieri sera non ho parole e preferisco non commentare: sono un critico musicale e vorrei parlare di musica.

Concludo però con una constatazione: in realtà il vero vincitore è Daniele Silvestri, che fa man bassa di tutti i premi collaterali. Del resto: un testo forte e assolutamente attuale, per il contesto storico e sociale, un messaggio trasmesso con il linguaggio musicale giusto e con la comunicazione più che mai adatta ai giovani e non, e non ultimo, con un arrangiamento musicale più che mai d'effetto. Un mix vincente. 

All’anno prossimo, forse.

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