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Politica Nazionale

Altre strade? No, grazie. Renzi resta nel Pd e prova a distruggere quel (poco) che ne rimane.

13 Febbraio
08:30 2019

Vorrei ma non posso. Mai come ora il celebre detto si può adattare all'approccio politico con il quale Matteo Renzi sta per lanciare il suo nuovo libro, intitolato simbolicamente "Un'altra strada", in uscita in tutte le librerie il prossimo fine settimana. Doveva essere una sorta di manifesto politico e culturale del nuovo soggetto politico che, per dirla alla Sandro Gozi, andasse "oltre il Pd", invece sarà "solo", almeno per il momento, un’avventura letteraria.

 

Il timing era studiato nei minimi dettagli. Nelle intenzioni dell'ex segretario del Pd, metà febbraio era il periodo perfetto per sancire la sua separazione dal "vecchio" partito, per far nascere una "cosa nuova", lontana dai rituali della politica politicienne, dalle beghe interne ai dem, dalle dinamiche di cui il Renzi 1 (quello della rottamazione) doveva rappresentare il superamento definitivo, ma che il Renzi 2 (quello di Palazzo Chigi e del Nazareno) non è riuscito minimamente a scalfire. Anzi, come a certificare il proprio fallimento, si era messo in testa di dare spazio al Renzi 3, che si doveva lasciare alle spalle quello che nella sua testa è un corpaccione che distrugge ogni leader, che cannibalizza ogni risorsa, che condiziona negativamente ogni processo evolutivo.

 

Il problema è che il Renzi 3 non ha trovato terreno fertile per dare vita alla sua nuova creatura. Le rilevazioni commissionate a sondaggisti di fiducia non hanno restituito i numeri sperati, con poche possibilità di exploit in ottica elettorale. Molti uomini di fiducia, poi, gli hanno voltato le spalle, dopo che ha fatto trapelare che non voleva avere vecchi peonestra i piedi. E, cosa ancora più importante, non ha trovato finanziatori disponibili ad impegnarsi per il suo progetto, nonostante il coinvolgimento di personaggi di primo piano del mondo della finanza come Claudio Costamagna. Tutti fattori che hanno convinto Renzi – che voleva dar vita al nuovo partito, come gli consigliavano Gozi e Ivan Scalfarotto prima delle europee – a desistere, almeno per ora. E rinviare tutto di qualche mese.

 

La strategia dell'ex premier si fa ora più articolata e passa per le primarie del Pd. In primo luogo le sue "risorse" sul territorio (a partire da Maria Elena Boschi e i suoi fedelissimi) e sui social sono al lavoro per fare in modo che la candidatura "ortodossa" di Roberto Giachetti e Anna Ascani risulti maggioritaria nell'area riformista del partito, sopravanzando nel risultato finale quella "non allineata" di Maurizio Martina. Non è un caso che, specie nelle community su Facebook che una volta si muovevano come un monolite, oggi i sostenitori di Giachetti e quelli di Martina se le stiano dando (virtualmente) di santa ragione.

 

Il secondo livello su cui stanno lavorando i renziani è più delicato. Data per scontata la vittoria di Nicola Zingaretti, l'obiettivo (o la speranza) è evitare in ogni modo il bagno di folla per il nuovo segretario. Nei corridoi del Nazareno è già stata fissato il magic number: con un'affluenza sopra il milione, visti i tempi di magra che corrono, si parlerebbe di successo. Se il dato finale si fermasse sotto quella quota, i renziani saranno i prima fila per cercare di delegittimare la vittoria del governatore del Lazio.

 

L'idea è quella di abbassare in ogni modo le aspettative. Definire freddina la copertura web e social del Pd nazionale (gestita ancora dal renzianissimo Alessio De Giorgi) è un eufemismo. Per non parlare degli svogliati commenti con cui il leader e i suoi colonnelli apostrofano la competizione congressuale in tv e sui social. Insomma, qualsiasi cosa purché vadano a votare in pochi.

 

E poi ci sono gli attacchi individuali. Che non si fermano necessariamente al piano politico. In questo senso, ha provocato un vero e proprio terremoto interno l'ultima mossa del tesoriere del Pd Francesco Bonifazi, protesi renziana al Nazareno e guardaspalle di Maria Elena Boschi. In una lettera indirizzata ai capigruppo di Camera e Senato, Granziano Delrio e Andrea Marcucci, e al presidente del Pd Matteo Orfini, Bonifazi ha definito «increscioso, ingiustificabile e penoso» il fatto che, in un momento di grave crisi economica, con tutti i dipendenti in cassa integrazione e a rischio licenziamento, e con la fine del finanziamento pubblico, «il Pd nazionale abbia già maturato crediti per 460mila euro dei neo parlamentari morosi».

 

Bonifazi, però, non si è limitato alla lettera. Il giorno dopo infatti, un articolo comparso sul Corriere della Sera a firma Claudio Bozza (retroscenista vicino al Giglio Magico che fu) faceva alcuni nomi e cognomi dei parlamentari non in regola con i pagamenti. Non è sfuggito a nessuno che, a fronte di almeno una cinquantina di deputati e senatori coinvolti, i nomi fatti trapelare sono tutti antirenziani, come Andrea Orlando, o ex renziani considerati "traditori" per aver scelto di sostenere Zingaretti, come Enza Bruno Bossio, o Martina, come lo stesso Delrio, Antonello Giacomelli (braccio destro di Luca Lotti) e Matteo Richetti.

 

Un fatto che ha provocato reazioni durissime, tanto che sembra che lo stesso Bonifazi abbia poi chiesto di porre fine alle polemiche. La risposta di Richetti, ex portavoce della segreteria di Renzi, fa capire bene quale sia il clima: «Ognuno fa campagna elettorale con quello che ha. E con quello che è. A chi, nel mio partito, pensa di infangarmi con qualche falsa notizia, vorrei rispondere che su di lui non servono false notizie, il fango lo porta dentro. E poi continuiamo a meravigliarci se stiamo al 18%». Difficile pensare che una frattura simile si possa ricomporre.

 

Linliesta.it

 

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