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Cronaca

La Repubblica delle donne e il Polo del Novecento.

L’art 37 co 1 della Costituzione e il dibattito sull’ essenziale funzione familiare della donna.

18 Marzo
11:00 2019

Il Polo del 900, Centro culturale torinese, ha curato un’esperienza informativa insieme al Centro studi Piero Gobetti, nell’ambito del progetto dal titolo ‘ La Repubblica delle donne ‘. Il Polo è partito da un referendum simbolico su un articolo della Costituzione che riguarda il tema delle pari opportunità, l’art. 37 co1, per giungere a dei dati, oggetto di studio.

Ne hanno parlato al circolo dei lettori, il 24.3.2018, il dr. Pietro Pulito, Direttore del Centro studi Gobetti e le dott.sse, Mia Carieri e Angela Arceri.

 

Nella storia e nella tradizione dell’istituto Gobetti che ha avuto come fondatrice una donna, direttrice a lungo del centro, Carla Gobetti, è poi nato il libro ‘Ada e le altre, legami femminili tra educazione e valore della differenza ‘ curato da Angela Arcieri, in cui sono presenti voci di donne che hanno profondamente segnato la vita culturale del nostro paese.

 

Il Centro interdisciplinare di studi delle donne e di genere dell’Università di Torino, puntava, in questo progetto, nato nel 2016, a dare un segnale considerevole, a settanta anni dalla Repubblica e in occasione del primo suffragio universale, al fine di ragionare sul tema del ‘ se ci fosse o no la coscienza femminile’ per poi indagare ‘ se l’equità di genere è stata raggiunta oppure no’.

 

Momenti importanti di questo progetto, sono stati la collaborazione con l’Accademia Albertina, in un percorso volto a raccontare la storia delle donne, dalla resistenza fino al momento in cui, per la prima volta, poterono votare.

 

Altro momento importante è stata la collaborazione con l’Unione Culturale Franco Antonicelli che ha portato a diverse proiezioni per raccontare la storia delle donne, dal secondo novecento a oggi e poi un incontro con la Scuola Internazionale di Comics di Torino, in cui la professione del fumettista oggi è ancora prevalentemente maschile. 

 

Aspetto principale di questo progetto, come già detto, è stato il referendum simbolico sull’articolo 37 co 1 della Costituzione, simbolico perché non ha avuto alcuna valenza giuridica. 

 

Si voleva semplicemente indagare sulle coscienze.

Il quesito fu elaborato da ricercatori e ricercatrici delle Centro Gobetti, in collaborazione con il Centro interdisciplinare di studi delle donne e di genere dell’Università di Torino, cioè con coloro che avevano una competenza giuridica e sociologica.

 

Si poteva votare online in alcuni momenti della giornata, in date specifiche nella finestra che era stata aperta dal Polo del Novecento, alla Biblioteca civica e online.

Il voto delle donne che ha fatto vincere la Repubblica, è stato quello di 1 milione in più rispetto a quello degli uomini.

 

Questo voto femminile nasce da un lungo percorso che le donne hanno attuato già a partire dalla resistenza. Anna Marchesini Gobetti è stata una partigiana ed è stata tra le donne, quella che ha fondato un gruppo per la resistenza e la Repubblica, sostanzialmente il primo gruppo di massa delle donne che si è avvicinavano alla resistenza politica, in cui le stesse hanno capito che potevano uscire dal proprio ambito, non essere più relegate e finalmente aprirsi ad un ruolo più pubblico. Potevano esprimere un’opinione, potevano fare parte di una lotta e sappiamo bene che la resistenza è stata una lotta civile.

 

Gli studiosi storici si sono accorti, un po’ troppo tardi, del contributo delle donne.

A questo punto, bisogna interrogarci sull’oggi, ossia se quelle lotte delle donne hanno influito positivamente sulla vita contemporanea.

 

Lo vediamo attraverso i risultati del referendum. Il quesito che riguarda l’art.  37 co 1 della Costituzione è stato tra i più dibattuti.

Il testo originale dice: ‘la donna lavoratrice ha agli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono garantire la sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale e adeguata protezione.

 

La proposta referendaria simbolica, invece, dice così:

 

….gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire a donne e uomini anche l’adempimento delle proprie responsabilità familiari e assicurare alla madre e al bambino una adeguata e speciale e protezione.

 

Il perno della questione è proprio nella definizione della essenziale funzione familiare. Questo quesito è stato posto nella serata del 22 novembre 2016 e ha fatto prevalere il sì, anche se, nel contesto della votazione, l’80% erano donne e il 18% all’incirca uomini.

 

Erano più interessate le donne a modificare questo articolo della Costituzione. Il target dei votanti è stato poi dai 45 ai 59 anni. Minore è stato il numero delle persone che sono andate a votare tra i giovani , dai 18 ai 25 anni.

 

Quindi i giovani hanno dimostrato di essere abbastanza indifferenti su questo tipo di questione per cui, sono necessarie delle politiche che tendano a far riflettere i giovani su questa questione. La maggioranza di coloro che hanno votato, erano soprattutto coloro che svolgevano le attività di impiego. I liberi professionisti e gli studenti sono stati una percentuale più bassa. Questo dimostrerebbe che i liberi professionisti hanno una percezione minore del problema, invece il settore impiegatizio ha sentito di più il problema, perché lo vive nella concretezza della vita.

 

La premessa parte da una lettura quasi imprescindibile, per chi si occupa di studi di genere, di una notissima opera intitolata ’Il contratto sessuale’ di Carol Pateman.

L’autrice alludeva sicuramente al contratto sociale, un patto, un accordo, un contratto sociale, un accordo tra uomini. Gli stessi uomini avrebbero assegnato alle donne un tipo di ruolo che è quello domestico e riproduttivo, escludendole ovviamente dall’esercizio di lavori e professioni retribuite e ovviamente dalla partecipazione alla vita politica. 

 

La base fondante di quelle che oggi sono le liberal democrazie che proclamano tutti i diritti e che mettono in campo la parità tra uomo e donna, si poggiano su questo contratto.

 

Cosa avrebbe, a questo punto, determinato in questo contratto, accordo, una separazione di ambiti? Una visione distorta del contratto, in cui l’ambito domestico privato e dipendente era riservato alla donna, mentre quello pubblico, politico, autonomo, all’uomo. L’ autrice ritenne che questo modello, che questa separazione, in qualche modo persisteva anche nei lavori della Costituzione. La Costituzione che ha compiuto settant’anni, infatti, è stata adottata in un momento, in un arco temporale, in cui era appena stata interrotta una dominanza assoluta degli uomini.

 

Le donne avevano appena iniziato a votare per essere libere. Il lavoro delle donne costituenti, in particolare le cinque che parteciparono alla Commissione costituente, fu difficile, incaricate come erano, di scrivere il progetto costituzionale.

 

Si era in un momento in cui si stava interrompendo quella dominanza maschile politica e anche economica, per cui era ancora evidente il guardare alle donne relegandole in impieghi manuali, caratterizzati dalla cura dei minori e degli anziani.

 

Lina Merlin è stata la principale autrice femminile dell’inserimento del termine sesso, in quello che venne chiamato il nucleo forte del principio di uguaglianza, ossia nell’ art. 29, sull’ uguaglianza morale e giuridica dei coniugi e nell’art. 37, in cui si è incentrato il referendum virtuale del 2016.

 

Nulla si disse sulla parità salariale, invece si discusse molto sulle condizioni di lavoro che devono consentire l’adempimento delle funzioni familiari: in questo caso ci fu uno scontro molto acceso.

 

Si parlò di uno scontro tra maschile e femminile e non quindi di uno scontro ideologico/politico, come ad esempio tra la democrazia e cristiana e il partito socialista che pure ci fu, ma che non fu così rilevante, ci fu soprattutto  la consapevolezza femminile di volere uscire da questo tipo di modello.

Si possono ricordare due tipi di interventi tra i moltissimi e che conclusero il dibattito sull’articolo.

 

L’onorevole Spallicci, uomo del partito repubblicano, fece un lunghissimo intervento che non è il caso di riportare integralmente ma che si concluse puntando sull’ aggettivo essenziale con le seguenti parole:

‘ auguriamoci che la donna in avvenire, possa essere sottratta allo stabilimento, all’officina e sia riportata alla sua funzione vera di donna: possa il settore economico, il clima sociale, essere così elevato da permettere che la casa risuoni ancora delle faccende domestiche e magari del ticchettio della macchina da cucire, cioè che alla donna sia realmente riservato e consacrato il suo compito di Angelo della famiglia. 

 

Quindi l’origine di questa parola ‘essenziale’, di molti padri costituenti è questa. È il momento storico in cui si è ancora in guerra, gli uomini sono invalidi, sono morti e le donne per forza, devono portare a casa il pane ma… un giorno le donne potranno ritornare a quel ruolo. 

Ricordiamo l’onorevole Aldo Moro che disse: ‘Voteremo contro la soppressione della parola essenziale che a noi sembra importante, perché così si garantiscono alla donna idonee protezioni nel lavoro. Si ricordi la funzione familiare materna della donna, anzi, che ad essa è connaturata.

Ci sembra che questo rifermento all’essenzialità della condizione familiare della donna sia ad essa connaturato, e che il fare riferimento all’essenzialità nella condizione familiare della donna, sia un chiarimento necessario e un avviamento per il futuro legislatore, per legare la donna nell’ambito della famiglia e destinarla ai compiti che ne rappresentano la vita. 

 

Lina Merlin, fu l’unica vera donna costituente che si oppone all’essenziale e lo fece con argomenti molto validi che oggi sarebbero ancora molto importanti per il nostro legislatore, trascorsi settant’anni, ma anche per quello europeo e per i nostri giudici. 

 

Sono da aggiornare quindi, le nostre norme ad es. sulla conciliazione tra vita familiare e vita professionale e quelle concernenti una più equa ripartizione tra i carichi domestici tra l’uomo e la donna e sugli orari, in particolare la Merlin disse: “ io sono a favore della soppressione della parola essenziale per una duplice considerazione: se i redattoti dell’articolo proposto non hanno voluto dare alla parola un significato particolare ma solo per abbellire il 37 e allora che sia soppressa, come si fa per tanti pleonasmi che infiorano la nostra Costituzione ma se i redattori hanno voluto dare a questo termine un significato limitativo che consacrerebbe un principio tradizionale che circoscrive l’attività della donna nell’ ambito della famiglia, noi ci riteniamo contrari.

 

Noi sentiamo che la maternità è un aspetto importante, è cioè la nostra funzione naturale, nel senso che è la natura che ha affidato alle donne questa capacità procreativa ma non è una condanna, è una benedizione e deve essere protetta dalle leggi dello Stato, senza che si circoscriva il nostro diritto a dare quanto più sappiamo e possiamo in tutti i campi della vita nazionale e sociale, certe come siamo di continuare a completare liberamente la nostra maternità.“

 

Mi sembrano, in conclusione, delle argomentazioni di piena attualità sulle quali riflettere.

 

Immagine: compagniasanpaolo.it

 

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