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Di tutto un po'

Difesa di un soldato prussiano

Racconto che ci insegna a non pensar male di nessuno, se non vogliamo fare la figura del Fante di Picche!

18 Febbraio
10:00 2019

La «Difesa di un soldato prussiano» è un libretto educativo-didascalico a diffusione popolare, stampato a Firenze da Adriano Salani nel 1911, forse traduzione di un testo tedesco visto che le illustrazioni raffigurano soldati con uniformi prussiane. Ho pensato di farlo conoscere ai Lettori di “Civico 20 News” perché rappresenta un inusuale lettura del tradizionale mazzo di carte piemontesi e anche per condividere con loro la scoperta di una singolare coincidenza riguardante i libri scritti da mia moglie per il recupero della cultura popolare della Valle di Viù (Torino).

Ecco il testo.

DIFESA DI UN SOLDATO PRUSSIANO

Condannato a dieci giri di verghe, passando in mezzo a 200 uomini, per avere in Chiesa, nel tempo della Messa, contemplato un mazzo di carte.

Era un giorno di festa, e come è il costume e dovere, i soldati vanno alla Messa.

Mentre un reggimento prussiano era ad ascoltarla, avvenne che un soldato, invece di prendere in mano qualche libro di devozione, si levò di tasca un mazzo di carte da giuoco, e se ne stette per tutto il tempo della Messa meditandole ad una ad una.

Il Sergente, che l’osservò, gli impose di deporle; ma il soldato né rispose, né obbedì; e seguitò la sua meditazione sino a tanto che la Messa fu terminata.

Il Sergente, sdegnato di un tale affronto, terminata la Messa condusse il soldato dal Maggiore, narrandogli l’accaduto.

Il Maggiore, acceso di sdegno contro costui, gli disse: - Come! tu ardisci in Chiesa tener carte da giuoco in mano, invece di libri devoti?... Ebbene, se tu domani non saprai difenderti, passerai per dieci giri di verghe fra 200 uomini.

Allora il Soldato rispose al Maggiore: - Lei dice bene che il luogo è santo, e che ognuno deve attendere alle sue meditazioni, come io pure attendeva alle mie!

- Non basta ciò per iscusarsi! dice il Maggiore. Preparati dunque domani a subire il gastigo annunziato.

Allora il Soldato riprese il mazzo di carte dalla tasca e disse al Maggiore: - Ecco la mia difesa!

E fece ad una ad una la seguente spiegazione:

Qualora io vedo un asso, rifletto che vi è un Dio solo, creatore del cielo e della terra.

Il due, mi significa che vi sono due nature in Cristo; cioè la divina e l’umana.

Il tre, mi significano le tre Persone ed un solo Dio.

Il quattro, i quattro Evangelisti: Matteo, Luca, Marco e Giovanni.

Il cinque, le cinque piaghe di Cristo.

Il sei, mi fa considerare i sei giorni della creazione del mondo.

Il sette, che dopo i sei giorni della creazione, nel settimo, il Signore si riposò.

L’ otto, mi rappresenta le otto persone che si salvarono dal diluvio nell’ Arca, cioè: Noè, sua moglie con tre loro figli, e le loro mogli.

Il nove, i nove uomini risanati dal Signore, che, ingrati, non gli resero le dovute grazie.

Il dieci, mi fa rammentare i dieci comandamenti che Mosè ha ricevuto da Dio sul monte Sinai, in mezzo ai lampi e ai tuoni.

Dopo il Soldato prese tutte le figure, e messe a parte solo il fante di picche, dicendo: - Tu, disonorato infame, non devi rimanere fra gli altri.

Questi poi (cioè gli altri tre) sono i manigoldi che hanno crocifisso Nostro Signore Gesù Cristo.

Le quattro donne dimostrano la Vergine Madre colle tre Marie che visitarono il S. Sepolcro.

I quattro Re mi significano i Re Magi che vennero dall’Oriente ad adorare il Re impareggiabile, cioè Gesù Cristo appena nato.

Ogni qual volta io vedo le carte a fiori, mi viene in mente che il Redentore, invece di essere coronato di fiori, fu coronato di pungentissime spine.

Vedendo picche, mi fa memoria la lancia e i chiodi che trafissero il costato, le mani ed i piedi dell’adorato Nostro Divin Redentore!

Vedendo cuori, mi rammentano il grande amore di cui arse Gesù morendo per noi.

Vedendo quadri, mi danno a conoscere che la Chiesa si dilatò per tutte le altre parti del mondo.

Di più osservo che nelle carte vi sono 366 punti, e 366 sono i giorni dell’anno.

Le figure sono 12, e 12 sono i mesi dell’anno.

I quattro colori significano le quattro stagioni.

Le bestemmie poi che mandano i giuocatori, mi ricordano quelle che i Giudei mandavano a Gesù Cristo.

II denaro che giuocano, significa le 30 monete per le quali fu da Giuda venduto.

L’allegria poi che segue sul giuoco, mi rammenta l’allegria di quelle anime sante del Limbo nell’atto che ne vengono da Dio liberate per essere ammesse in Paradiso.

Il diritto ed il rovescio delle carte mi significano il Paradiso e l’Inferno.

Altro non saprei dirle, o signor Maggiore, in mia difesa, solo che io vo meditando molto meglio sopra un mazzo di carte, che sopra qualunqu’altro libro di devozione!

Allora il Maggiore gli domanda: - Che vuol dire quel fante a picche che hai messo in disparte, dicendo che era un infame e disonorato?

- Questo (rispose il Soldato) è quello che mi ha condotto qui davanti a V. S. Illustrissima, per farmi gastigare.

Il Maggiore, udendo una tale spiritosa difesa, lo assolvé immediatamente dal suaccennato gastigo, e colmò d’applausi la sua prontezza di spirito.

Imparate adunque a non dubitar male dei vostri fratelli, se no, figurerete sempre come il fante di picche!

Premesso che la morale di questo racconto appare in netto contrasto con il detto «A pensare male si fa peccato ma spesso si indovina», attribuito all’onorevole Giulio Andreotti e citato molto di frequente, vado a spiegare la coincidenza di cui ho parlato in apertura.

Negli anni ’70 del secolo scorso mia moglie Donatella Cane ha condotto una vasta ricerca per il recupero di favole e leggende raccontate in patois francoprovenzale da persone anziane di Viù e di altri comuni della Valle. Un centinaio sono state pubblicate nel libro “Favole e leggende della Valle di Viù” mentre nel successivo “C’era una volta a Viù” (1980), a proposito dei giochi di carte praticati nel passato, compariva «La difòisa d’in soldà», in pratica la versione in francoprovenzale del libretto del 1911, narrata da Maria Brachet Cota, nata a Corio Canavese il 22-11-1906 e morta a Ciriè il 21-2-1987.

La narratrice, che ha saputo riferire una favola così complessa e di ardua memorizzazione, ha omesso l’aggettivo “prussiano” ma si è mantenuta molto aderente al testo originale, anche per quanto riguarda la punizione di «des gir ëd verghe an mes a dozònt òmm!», forse più intuita nella sua severità che realmente compresa nella sua esecuzione tecnica da parte di molti ascoltatori. A distanza di tanti anni ho così casualmente conosciuto la fonte di ispirazione di Maria Brachet Cota: aveva ascoltato questo racconto da bambina oppure lo aveva letto personalmente e le era piaciuto tanto da memorizzarlo e tradurlo in patois francoprovenzale. Un racconto che ha spesso suscitato la curiosità dei lettori e che, alcuni anni or sono, ha ispirato uno spettacolo estivo dei bambini di una frazione di Viù.

 

Cane D. (in collaborazione con E. Guglielmino, A. e L. Rivotti), Favole e leggende della Valle di Viù, Torino, 1977.

Cane D. (in collaborazione con E. Guglielmino e M. Brunero) - C’era una volta a Viù. Usanze e tradizioni nel corso dell’anno e della vita, Torino, 1980.

Cane D. (in collaborazione con Claudio Santacroce) - C’era una volta a Viù - Feste, lavori e credenze nel corso dell'anno e della vita, Edizioni dell’Orso, Alessandria, 1997.

Ringrazio l’amico Livio Cepollina e il ricercatore Mariano Tomatis (http://www.marianotomatis.it/) che mi hanno fatto conoscere il libretto «Difesa di un soldato prussiano».

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