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L’uomo, i misteri e l’ignoto

Genitori e figli – 3 di 10

Continuità della vita

26 Marzo
11:00 2019

I figli rappresentano la continuità della vita.

In alcune culture africane, e lo stesso avviene in certe parti del nostro paese, si dice che quando una persona muore lascia il suo posto ad un altro essere umano; ma anche se non è così davvero, è invece certo che quando all’interno di una famiglia arriva un nuovo nato, niente è più come prima; tutto cambia e occorre trovare un nuovo equilibrio tra i suoi componenti.

 

 

Nella nostra cultura, basandoci su evidenze scientifiche, ci sono noti i caratteri ereditari all’interno della discendenza familiare.

 

Ereditari possono essere gli aspetti fisici, comportamentali, genetici, e molti altri relativi a caratteristiche metaboliche, emotive e mentali ancora difficilmente esplorabili e tuttavia evidenti ad una osservazione più ampia dell’individuo, della famiglia e della società in cui esso vive.

 

Possono essere ereditarie, come sappiamo, persino le predisposizioni ad alcune malattie e l’aspetto psicosomatico generale.

 

Tuttavia vi sono altre caratteristiche che difficilmente potremo riferire alla continuità ereditaria, anche se lo sono, perché si perdono e si fondono nella mescolanza genetica delle varie famiglie che costituiscono la genealogia dei genitori e dell’ultimo nato. Esse però esistono, sono presenti nel profondo di ognuno e sono in grado di interagire, a volte in modo molto importante, con gli aspetti più ordinari della vita di ogni essere umano.

 

Costituiscono gli aspetti inconsci della nostra esistenza e determinano ciò che viviamo anche se non lo vogliamo.

 

Che cosa hanno ereditato i genitori, che provengono da due discendenze diverse, e cosa i figli che da loro discendono?

 

Cosa sono liberi di fare genitori e figli senza dipendere da tali eredità?

 

Non sono domande di poco conto perché aprono finestre su universi completamente diversi, ed in gran parte inesplorati ed inesplorabili, che però influiscono in modo predominante su quanto crediamo di desiderare, pensare e agire liberamente.

 

Vi è quindi certamente una continuità della vita attraverso le varie generazioni famigliari, ma essa si esprime secondo leggi naturali, che generalmente sfuggono all’individuo, e non come crediamo o desideriamo.

 

Spesso accade che attraverso i figli si esprimano aspetti dei genitori che i genitori stessi neppure immaginano di avere o rifiutano di vedere.

 

Ciò accade perché, mentre i genitori possono intercettare e filtrare, per esperienza o maturità di coscienza, gli impulsi che provengono dall’interno di essi stessi, i figli non sono ancora completamente strutturati in tal senso e quindi non possono che reagire di conseguenza senza poter opporre barriere difensive.

 

È quindi chiaro che se un genitore, che si presume adulto, maturo e responsabile, può essere in grado di controllare parole, reazioni e comportamenti all’interno di una certa “decenza civica cosciente”, così può non essere nel figlio ancora immaturo per poterlo fare.

 

C’è però un aspetto positivo in ciò: colui che non può filtrare i suoi comportamenti attraverso gli strumenti artificiali creati a tal fine dall’intera società, esprime in modo onesto e sincero da quali pulsioni, forze ed intenzioni viene spinto a comportarsi in un certo modo.

 

Ciò che avviene non è solo dovuto al suo stato individuale ma è anche prodotto da quanto ereditato delle generazioni precedenti di entrambe le famiglie da cui i suoi genitori provengono.

 

A loro volta anche in ognuna delle precedenti famiglie che si sono formate secondo l’albero genealogico di discendenza sono confluite e mescolate caratteristiche generali diverse da almeno “sette generazioni” precedenti. In altre parole l’ultimo nato è mescolanza e compendio di tutti coloro che sono vissuti prima di lui.

 

Indagare all’interno di tali relazioni e legami per scoprire quali siano le radici del nostro modo di agire è praticamente impossibile; tuttavia guardare lo stato dell’arte che è sintetizzato dentro ciascuno di noi in questo momento può essere sufficiente a darcene un’idea generale.

 

Quello che se ne può trarre praticamente, se si accetta di perseverare quanto più obiettivamente possibile nell’indagine all’interno di sé, è la capacità di riuscire ad osservare, riconoscere, e quindi comprendere il perché del comportamento di un figlio, senza cedere alla tentazione di cercare di cambiarlo forzatamente.

 

Sembra assurdo ma non esiste un “confronto costruttivo” verso l’esterno se prima non è avvenuto dentro di noi tra le varie opzioni che la nostra eredità ed esperienza ci mette a disposizione a tal fine.

 

In alternativa, meglio fare un passo indietro e lasciare che i fatti si chiariscano da soli, come è sicuro che avverrà se non ci mettiamo di mezzo il nostro zampino.

 

Ricordiamoci per quanto possibile, senza farcene una colpa visto che anche noi stessi siamo costretti ad agire come agiamo a causa di una ancora insufficiente possibilità di libera scelta, che il comportamento dei figli è principalmente specchio di ciò che è profondamente nascosto nei genitori, ed è la sintesi incontestabile di quanto è stato negli antenati ed è presente nell’intera società umana.

 

Ovvero i figli sono più figli del mondo che dei genitori.

 

Nei prossimi articoli scopriremo in dettaglio cosa questo significhi.

 

segue nella quarta parte

disegno, schema e testo

Pietro Cartella                                                              

 

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