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L’uomo, i misteri e l’ignoto

Genitori e figli – 5 di 10

Possono coesistere esigenze formative di massa e libertà di educazione del singolo?

1 Aprile
11:00 2019

Educare significa aiutare a far emergere ciò che già esiste dentro un individuo, evitando il più possibile l’introduzione di informazioni non coerenti con il piano e l’obiettivo di vita che gli è proprio.

 

 

 

Come è possibile educare senza costringere?

 

Nel corso della storia dell’essere umano sono stati proposti vari metodi educativi più o meno efficaci e particolari. Tuttavia oggi risulta evidente che nessun metodo è funzionale allo stesso modo per ogni singolo individuo.

 

Differenze di ogni tipo, che rappresentano una evidente ricchezza di variazioni sul tema, impediscono di stabilire un denominatore comune, riconoscibile ed indiscutibile, sul quale edificare tale attività.

 

Famiglie che si sfaldano o si allargano, tempi e programmi scolastici imposti, interessi e attività diversi, pressione culturale e comportamentale suggerita in modo soverchiante dai mass media, costituiscono un gran numero di importanti variabili di cui tenere conto nella gestione delle relazioni tra gli individui.

 

Ciò vale ancora di più nel periodo in cui il giovane essere inizia il suo percorso di esperienza.

 

I primi anni sono i più importanti perché durante tale periodo esso dipende in gran parte dai genitori, sia a livello logistico che emotivo, mentale e comportamentale.

 

L’esempio vale più di mille parole; ma deve essere un esempio coerente sul quale il giovane possa fare affidamento. Se tra il dire e il fare non c’è coerenza si perde immediatamente credibilità, che difficilmente si potrà recuperare.

 

Poi ognuno deve fare la sua parte, genitori, figli, scuola, società, cooperando senza confusione di ruoli e senza alibi.

 

Nessuno può delegare ad altri le proprie responsabilità.

Neppure può attendere di prendersele solo dopo che lo abbiano fatto altri.

 

Proviamo a riflettere su alcuni dei punti citati, iniziando dalla famiglia e dalla parentela.

 

Abbiamo accennato al fatto che le famiglie si sfaldano o si allargano. Facendo riferimento a quanto scritto in un precedente articolo, riportiamo alla nostra attenzione il fatto che in ogni essere umano si compendiano prevalentemente le esperienze delle precedenti generazioni da cui discendono genealogicamente ognuno dei genitori.

 

Questa complessità relazionale è difficilmente indagabile, tuttavia si può evitare di complicarla ulteriormente. Infatti, per esempio, quando i genitori si separano conflittualmente, tutte le caratteristiche comportamentali peculiari alle due linee di discendenza entrano anch’esse in conflitto, mentre in precedenza cercavano di essere alleate.

 

Di conseguenza anche i riferimenti su cui i figli potevano fare affidamento entrano in contrapposizione, suscitando uno smarrimento da cui si generano confusione e sballottamento continuo tra le diverse condizioni che si presentano.

 

Inoltre, per ragioni che vedremo più avanti, tali divisioni potranno essere usate strumentalmente dai figli stessi per trarne vantaggio.

 

Se potessimo vedere chiaramente che relazioni coniugali e relazioni genitoriali sono in stretta relazione, e automaticamente interdipendenti, risulterebbe opportuno ed intelligente tenerne conto per evitare complicazioni inutili o dannose che incideranno nel programma di vita dei singoli componenti della famiglia.

 

Anche situazioni apparentemente positive ed auspicabili, come l’apporto dei nonni a sostegno dell’andamento della gestione familiare in caso di necessità, possono rivelarsi armi a doppio taglio.

 

Infatti quando l’aiuto si protrae oltre lo stretto necessario, o diventa un sostitutivo comodo, se non addirittura calcolato, le cose diventano problematiche per le stesse ragioni prima espresse a proposito dei caratteri comportamentali presenti nelle linee discendenti della genealogia familiare.

 

Diverso è se i nonni vivono all’interno della famiglia poiché per i loro figli e i figli dei figli sarà più semplice capirne senso e funzione. Però anche in tal caso occorre massima attenzione per non fare confusione di ruoli.

 

Quanto appena descritto si verifica in modo ancora più evidentemente conflittuale all’interno di ambienti formativi particolarmente selettivi, come asili e scuole, in cui si tenta di gestire, secondo programmi e modalità prefissate, giovani individui provenienti da famiglie, condizioni sociali e culturali estremamente differenti, o maturità individuali non allineate per numerose altre ragioni, che ovviamente, proprio per ciò, non possono che reagire a tali sollecitazioni in modo non rispondente alle aspettative.

 

Infatti educare non è sinonimo di istruire, né di formare in modo quanto più omogeneo la massa, come invece richiesto dalla società civile per evidenti ragioni di gestione razionale e prevedibile delle risorse umane che la costituiscono.

 

Lo sforzo educativo reciproco tra genitori e figli si trasferisce quindi anche nel contesto scolastico tra adulti-genitori-insegnanti e bambini-figli-alunni, o ragazzi-figli-studenti, richiedendo una ancora maggiore attenzione relazionale collaborativa tra le parti in causa e i ruoli che rappresentano.

 

In ogni caso non esistono parti solamente attive o passive, ma esse si alternano nei tempi e modalità comunicativi stabiliti, estemporaneamente e precisamente, dalle esigenze della comprensione reciproca.

 

Se ciò non avviene, tutte le provenienze e tensioni caratteriali genealogiche familiari si scateneranno in una sarabanda infernale inarrestabile, come ben possono constatare le parti in causa, cioè genitori, figli ed educatori (perché tali dovrebbero essere in primis e solo dopo eventualmente insegnanti di un qualcosa di specifico, inseribile nel contesto educativo in modo coerente e comprensibile al singolo).

 

È ormai chiaro a tutti che non bastano le procedure standard messe in atto negli ambienti scolastici per ovviare alla grande diversità che si manifesta all’interno di una classe di alunni provenienti da situazioni estremamente variegate, neanche nel caso in cui la classe stessa divenga temporaneamente un organismo autonomo, acquisendo di conseguenza caratteristiche proprie imprevedibili.

 

Se poi gli alunni sono figli di genitori che si sono separati più volte e quindi hanno dovuto fare esperienza di cambiamenti di riferimenti continui sia verso gli adulti che verso i figli dei nuovi partner, propri o generati con uno dei genitori originali rimasti, è evidente che le cose si complicano ulteriormente.

 

In ogni caso, anche le difficoltà, che si intravedono facilmente in relazioni di questo tipo, possono trasformarsi in risorse capaci di stimolare i coinvolti ad andare oltre, e crescere coscientemente, in modo sorprendente per la nostra limitata capacità di intendere e volere, ma assolutamente in linea con il piano di vita individuale.

 

Infatti le difficoltà fortificano la coscienza, portandola a vivere nuove esperienze in modo creativo ed inaspettato, che è esattamente lo scopo essenziale della vita.

 

Così come il carattere di ogni individuo è unico, così come sono uniche le modalità con cui può vivere ogni tipo di esperienza, così non può che essere il percorso educativo che gli è proprio per poter far emergere da sé la propria vera identità essenziale.

 

Diversamente …… non c’è trippa per gatti!

 

Buon lavoro a tutti gli interessati e coinvolti.

 

segue nella sesta parte

disegno, schema e testo

Pietro Cartella                                                              

 

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