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14 aprile 1901: muore a Torino la baronessa Adele Savio di Birnstiel

La vita di questa protagonista del periodo risorgimentale narrata da Maria Alessandra Marcellan

14 Aprile
10:00 2019

«Moriva ieri mattina in Torino, dopo lunga malattia sopportata con sereno coraggio, la baronessa Adele Savio Birnstiel, il cui nome desterà in tutti i cuori il ricordo delle più elette virtù unite alla più delicatamente virile magnanimità di affetti», così scrive “La Stampa” di lunedì 15 aprile 1901 per porgere le condoglianze redazionali al «desolato» fratello, barone Federico.

Non ci dilunghiamo oltre in questo necrologio dal linguaggio assai datato e, per ricordare Adele Savio ai Lettori di Civico20News, facciamo ricorso alle parole della professoressa Maria Alessandra Marcellan, qualificata studiosa del Risorgimento, che dopo anni di paziente impegno, ha curato la pubblicazione del carteggio Savio-Castromediano (1859-1905) col titolo «Cara Adele, caro Sigismondo. Millerose fu cominciamento di un sogno…» (Congedo, 2018).

 

L’incanto di migliaia di rose della villa torinese dei Savio e il fascino del palazzo di Cavallino dei Castromediano si incrociano nella storia di Adele e Sigismondo. Il verde dei pascoli e il candore delle vette innevate delle Alpi si incontrano con il cielo “non solo di fuoco, ma di bronzo” del Salento: geografia fisica e, soprattutto, geografia di due anime mosse da ideali e sentimenti comuni di libertà e di patria. E da un amore, un amore lontano, romantico e appassionato, un amore mai consumato nella Storia del nostro Risorgimento e dei primi anni dell’Unità nazionale.

Il libro raccoglie circa 500 lettere che si scrivono i due protagonisti, ma non solo: intorno a loro scrivono famigliari e conoscenti, interlocutori loquaci o comparse mute che narrano altre storie. Due mondi, due culture; viaggi; problemi della quotidianità; incontri con uomini e donne illustri e con persone semplici, e racconti di luoghi.

I protagonisti sono un uomo maturo, il duca Sigismondo Castromediano, e una giovane donna, Adele Savio, che stenta a tagliare il cordone ombelicale che la lega alla genitrice, Olimpia. É proprio Olimpia, la madre di Adele, la terza importante protagonista del racconto: affascinante gentildonna che accoglieva nella sua dimora le eccellenze del tempo e anche mater dolorosa su cui aleggiava il mito del sacrificio dei due figli maggiori, Alfredo (1838-1860) ed Emilio (1837-1861), morti per la patria nel 1860 e nel 1861, a quattro mesi di distanza l’uno dall’altro: il primo, nell’assedio di Ancona; il secondo, in quello di Gaeta.

Colui che scrive alla “cara Adele” è il duca Sigismondo Castromediano di Lymburg, nobile meridionale di ascendenze germaniche (1811-1895), scrittore, patriota, uomo politico, archeologo, promotore di cultura. Reduce da un fortunoso viaggio che dal Regno delle Due Sicilie l’aveva portato in Irlanda, in Gran Bretagna, in Francia e infine nel Regno Sardo, era giunto a Torino nell’aprile del 1859, alla vigilia della partenza delle truppe piemontesi per la seconda guerra d’Indipendenza. Era stato liberato all’inizio di quell’anno, con Poerio, Settembrini, Spaventa e altri compagni, dalle carceri borboniche, che aveva subito per dieci anni a causa del suo impegno politico in difesa delle libertà costituzionali. Nella capitale sabauda era stato presentato a Olimpia Savio e introdotto nel salotto che la dama teneva ogni martedì. Di lui si era innamorata Adele, la figlia diciannovenne della dama.

Nelle prime elezioni politiche italiane (27 gennaio e 3 febbraio 1861), Sigismondo Castromediano era stato eletto deputato nell’VIII legislatura, ma il suo primo mandato non aveva avuto un seguito. Era ritornato, quindi, al suo paese, Caballino (odierna Cavallino, in provincia di Lecce), in Terra d’Otranto, e da allora si era spostato solo nei territori della sua Provincia per dedicarsi al recupero delle proprietà, al miglioramento del palazzo, alla cura dei nipoti, alla raccolta e alla valorizzazione dei beni culturali della sua terra e alla promozione dell’istruzione. Aveva continuato ad essere “un protagonista dei suoi tempi, anche se non per questioni politiche”, mantenendo una convinta adesione alle idee e ai valori risorgimentali, pur con l’avvento di un’amara consapevolezza della fine di un’utopia.

Colei che inizia le lettere con un “caro Sigismondo” è Adele Savio (1840-1901), terzogenita di Andrea (1812-1865) - nobilitato con il titolo di barone nel 1862 - e di Olimpia Rossi (1815-1889).

É una giovanetta angelica, che vive protetta dal padre e dai fratelli, in un ambiente idillico di grandi ideali. Ha un’ammirazione e una docilità sconfinata nei confronti della madre ed è capace di sacrificare se stessa per lei, rinunciando, per obbedienza, anche a un amore che l’avrebbe resa felice.

Aveva amato quel romantico duca appena aveva ascoltato da lui, nel salotto materno, il racconto della sua prigionia e delle sue sofferenze e si era votata a lui con tutto il cuore di una fanciulla educata alle grandi missioni; Sigismondo si era accorto di quel sentimento e aveva chiesto la sua mano, ma la famiglia, inizialmente d’accordo, aveva poi cambiato idea. Da quel momento, molti fatti erano accaduti, ma quando la famiglia Savio si era dichiarata disponibile al matrimonio, “lui” non l’aveva più richiesto. Adele, però, non si era mai scoraggiata e aveva sempre rifiutato l’offerta di altri pretendenti. Per il suo Duca, tormentato negli ultimi decenni di vita dalla gotta, da difficoltà della vista e da problemi di cuore, si sarebbe accontentata di essere un’infermiera, pur di stargli accanto, fedele e paziente (e Adele faceva l’infermiera anche per le parenti e le assisteva o le accompagnava in lunghi viaggi, quando era lei stessa ad essere inferma).

Non era mai stata capace di rinunciare nel cuore a quell’amore sublime, sbilanciato e platonico che a poco a poco si era trasformato, per volontà del Duca, in un sentimento nuovo, fatto di amicizia inossidabile e devozione profonda. Un’amicizia egualmente squilibrata tra lei che si spendeva in toto e lui che molto riceveva. Contro ogni disperanza, Adele sperava, sperava sempre, con un desiderio inconfessabile e segreto, che il suo Duca potesse ricambiare il suo sentimento e concludesse quelle nozze che lei attendeva dal 1859.

Sperava ancora, nel 1893, quando a cinquantatré anni, si era recata a Caballino da lui ottantatreenne, per la seconda volta, portando l’Atto di “statu libero et soluto” redatto dalla Curia di Torino il 6 dicembre. Ancora una volta inutilmente. 

Tra le figure dell’epistolario, un cenno speciale merita la figura della madrina di Adele, la contessa Adelheid (o Adèle) Theresia von Birnstiel (1811-1885), ospite fin dal 1859 del Regio Convitto delle Vedove e Nubili di civile condizione, un istituto immerso nel verde della collina torinese. L’edificio era stato voluto da Maria Felicita Vittoria, sorella di Vittorio Amedeo III di Savoia, ed era stato  realizzato dall’architetto Ignazio Amedeo Galletti a partire dal 1786 con lo scopo “di provvedere alla situazione di quelle Vedove e Nubili di civil condizione, che trovansi astrette per isfavore di fortuna a discendere dal decoro proprio al loro grado, e bene spesso a condurre, senza verun conforto, fra gli stenti la vita, allora appunto che ne divengono più frequenti e più gravi i bisogni”.

La dama era nata a Gratz, in Stiria, dal generale Heinrich e da Rosalia von Kadrowich-Vinodol, lo stesso anno del Duca. La frequentazione intima dei genitori aveva reso amiche Adèle e Olimpia, la quale annotava nel suo diario: “fu la mia unica compagna d’infanzia, ed è tuttora la mia migliore amica, e madrina, e quasi seconda madre alla mia Adele”. Adèle aveva un carattere spontaneo, schietto, ma spigoloso; “in quanto all’amore e al fare essa appartiene alla famiglia degli istrici, perché fatta tutta ad angoli acuti” commentava ancora Olimpia.

Le due fanciulle si erano promesse di battezzare con il nome dell’amica la prima figlia che avessero avuto: Adèle era rimasta nubile, mentre Olimpia, dopo due maschi, aveva potuto, dare il nome dell’amica alla terzogenita. Adèle von Birnstiel aveva fatto da madrina alla piccola e l’aveva seguita con l’amore di cui era capace, sincero e struggente. Quando Olimpia aveva negato il consenso al matrimonio della figlia con il Duca, Adèle era intervenuta e aveva rimproverato l’amica per il suo egoismo.

Dal Convitto, Adèle partiva in carrozza per andare dai Savio, nella casa di città o a Millerose, la villa sulla collina.

Al Convitto si recavano Olimpia, Adele o lo stesso Sigismondo Castromediano, che dovevano ripartire entro le 19, come prescriveva il regolamento.

Dopo la morte di Emilio e Alfredo Savio e del loro padre Andrea (1865), Adèle si era adoperata perché venisse aggiunto il patronimico di Birnstiel al cognome Savio e l’aveva ottenuto con decreto del 18 settembre 1870.

Della sua vita privata non si conosce altro e dagli scarni dati degli Archivi del Convitto Principessa Felicita, appare solo il suo nome, il numero della stanza e la quota di pagamento.

La morte l’aveva colta il 12 agosto 1885 in quell’edificio e il suo corpo era stato inumato nella tomba della famiglia Savio al Cimitero generale di Torino, posta nel 1° ampliamento.

Maria Alessandra Marcellan

 

Ricordiamo in conclusione che a Torino esiste una via Fratelli Savio, di un solo isolato, compresa tra le vie Ettore de Sonnaz e Raimondo Montecuccoli, in corrispondenza dell’Istituto Paolo Boselli, dedicata ai fratelli di Adele caduti nelle guerre risorgimentali. Ad Adele è intitolato un Parco a Castromediano (Lecce).

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