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Scienza e Salute

Eterna, inquinante e adesso pure microscopica: perché dobbiamo smetterla con la plastica (e cominciare ora).

Sono nei vestiti che indossiamo, nel cibo che mangiamo, nell’acqua che beviamo e persino nei tatuaggi che ci facciamo.

22 Aprile
09:00 2019

Ormai è dappertutto, tant’è che ormai quasi non ci stupisce più la vista di pesci, ma anche uccelli e un gran numero di animali, pescati o trovati morti con la pancia piena di plastica. Basti pensare che, soltanto all’interno dell’Unione europea, ne produciamo 25 milioni di tonnellate ogni anno. In effetti, di plastica sono la maggior parte dei rifiuti che produciamo. Ma se vi dicessero che con la plastica veniamo a contatto continuamente, anche e soprattutto quando non ne siamo consapevoli, e che ne abbiamo una quantità non meglio definita dentro al nostro stesso corpo?

 

Il problema ha un nome ben preciso: microplastiche. Questi sono frammenti classificati in base a diverse tipologie di polimeri (polietilene, cloruro di polivinile, polipropilene, solo per fare qualche esempio), dimensioni (ne esistono sei gradi di grandezza, tendenzialmente più piccoli di 5 millimetri), forme (dalle sfere alle fibre), e formulazioni chimiche (a migliaia), presenti in diversi contesti. Più che di plastica, infatti, bisognerebbe parlare di plastiche.

 

Ormai conosciamo bene quelle che si trovano nei mari (e sembra addirittura che lo stesso Mar Mediterraneo contenga una percentuale pari al 7% delle microplastiche mondiali). Una grossa parte delle microplastiche provengono infatti dalla normale plastica dei prodotti che consumiamo tutti i giorni, che però, se non viene smaltita o riciclata a dovere, può rimanere nell’ambiente anche per centinaia di anni (una singola bottiglia d’acqua può impiegare fino a mille anni per decomporsi), disgregandosi a poco a poco in piccole particelle. Le microplastiche, appunto. Ma anche sulla terraferma ne siamo pieni: banalmente, gli stessi pneumatici delle auto sulle strade, per via dell’usura, ne rilasciano continuamente.

 

Malgrado siano invisibili o quasi, la pericolosità di queste plastiche per l’ambiente è però un problema serio. Addirittura, le ridotte dimensioni di questi frammenti fa sì che possano essere trasportati tramite fenomeni meteorologici, diffondendosi così a macchia d’olio. Secondo recenti studi, dosi di microplastiche sono state ritrovate persino nei Pirenei francesi, trasportati dal vento per centinaia di chilometri. E non serve nemmeno andare troppo lontano: soltanto l’estate scorsa, per la prima volta, un team di ricerca dell'Università degli Studi di Milano e di Milano-Bicocca ha trovato frammenti di plastica nell’ordine di 75 particelle per ogni chilogrammo di sedimento su un ghiacciaio italiano, lo Stelvio.

 

La questione, insomma, è di peso, e la ricerca sta attualmente studiando fino a che punto la minaccia per l’ambiente sia tollerabile. Nel frattempo, però, ovunque nel mondo ci sono plastiche che si stanno sgretolando e che non sappiamo fino a dove possano essere arrivate. Ma soprattutto, non potendole raccogliere, queste sono destinate a rimanere per sempre nell’ambiente che ci circonda. «La plastica è eterna», dice Jeroen Dagevos della Plastic Soup Foundation. «E questo è uno dei problemi principali: è molto persistente».

 

L’impatto delle microplastiche, però, non si ferma solo all’ambiente. Infatti ce le ritroviamo dappertutto: sono nei vestiti che indossiamo, nel cibo di cui ci nutriamo (attraverso i pesci che le inghiottiscono, e che poi mangiamo), nelle medicine e nel trucco che mettiamo, persino nei tatuaggi che ci facciamo. E pure nell’acqua che beviamo. La plastica, ormai, è diventata parte integrante di noi. E quel che è peggio, è che almeno una parte di questo scempio è consapevole.

 

Quel che generalmente non si sa, infatti, è che la plastica che consumiamo tutti i giorni non è soltanto quella della bottiglia di Coca-Cola che si compra al supermercato. La plastica è ingrediente essenziale di un gran numero di prodotti di uso commerciale, dai cosmetici a molti detergenti e prodotti per l’igiene personale, come banalissimi dentifrici, schiume da barba, shampoo, creme e saponi. E lo è quindi per scelta - non nostra, naturalmente, ma delle aziende che producono quei prodotti.

 

Siamo autolesionisti o semplicemente matti? In realtà, la plastica all’interno dei prodotti che consumiamo svolge funzioni ben precise, così come succede nel caso degli imballaggi che consentono trasportabilità e igiene dei prodotti alimentari: nelle vernici, ad esempio, è usata come opacizzante, mentre nei trucchi regala l’effetto glitterato che tanto piace. Ma è utile anche, per esempio, per incapsulare i fertilizzanti o le medicine.

 

Ciò nonostante, l’impatto rimane incalcolabile, sia per l’ambiente (i fertilizzanti finiscono inevitabilmente nel terreno, oppure, parlando di vestiti sintetici, ad ogni lavatrice c’è una perdita di fibre di plastica che finiscono dentro al sistema idrico, pari al 35% delle microplastiche cosiddette “primarie”, cioè rilasciate direttamente nell’ambiente in forma di particelle), sia per la nostra salute.

 

Le microplastiche che provengono dai prodotti che usiamo quotidianamente, infatti, possono essere (in alte concentrazioni) causa di infiammazioni, di interruzioni della crescita o della riproduzione. Quel che non uccide fortifica? Sarà. Ma malgrado non sia ancora chiaro né quanta microplastica circoli effettivamente nei nostri corpi, né quanti generi di problemi possa causare, ciò che si può dire con relativa sicurezza è che averla in circolo dentro di noi non può essere una cosa positiva.

 

Che fare, dunque? Anche se volessimo risolverlo, è chiaro che il problema rimane comunque molto più grande di noi. E per quanto la ricerca avanzi, sarà impossibile pensare di recuperare tutte le microplastiche in circolazione nel mondo. Quello che possiamo fare, però, è cercare di limitarne l’uso, per quel che possiamo, almeno nei prodotti commerciali già citati.

 

A questo proposito, in linea con la strategia sulle plastiche dell’Unione europea, adottata a gennaio 2018, l’Echa, l’Agenzia Europea delle Sostanze Chimiche, si è data da fare, arrivando di recente a fornire alla Commissione europea una raccomandazione per limitare l’uso di sostanze plastiche all’interno di determinate categorie di prodotti, come l’inchiostro per i tatuaggi e il trucco permanente, ma anche nei materiali che ricoprono i campi sportivi. Approvata a marzo 2019, questo è il primo e più efficace modo per limitare almeno in parte l’immissione di microplastiche nell’ambiente, ma anche dentro al nostro stesso corpo. Nel giro dei prossimi cinque anni, lì dove ci sono alternative, le microplastiche saranno quindi sostituite da sostanze alternative che possano performare allo stesso modo.

 

Fortunatamente, sembra che le stesse aziende, prime interessate dal settore (l’industria della plastica a livello europeo ha un giro d’affari di quasi 350 miliardi di euro all’anno, generato da circa 60.000 imprese), siano disponibili e aperte a implementare soluzioni alternative per i propri prodotti.

 

«L'industria - così come le ONG e molti Stati membri - sono molto interessati alle limitazioni e hanno apprezzato di aver potuto esprimere le loro opinioni durante l'elaborazione della nostra proposta», fa sapere a Linkiesta l’Echa. «L'industria ha un vivo interesse nel garantire che la definizione delle microplastiche e la loro biodegradabilità siano realizzate in modo tale da poter essere attuate nel concreto. L'industria ha fornito informazioni sui costi e le riduzioni delle emissioni per i diversi usi, che l'Echa ha valutato criticamente. Nel complesso, abbiamo ricevuto il contributo di tutte le parti interessate e presentato - crediamo - una proposta equilibrata».

 

Nello specifico, la proposta dell’Agenzia prevede limitazioni per l’inserimento di sostanze chimiche pericolose negli inchiostri per tatuaggi ed il trucco permanente, oltre a formulare una serie di pareri sulla classificazione e l'etichettatura delle microplastiche e dei prodotti che le contengono.

 

A questo punto, a completare il quadro rimangono solo gli Stati membri, responsabili di adottare le restrizioni su invito della Commissione e di approvare leggi che limitino l’uso delle microplastiche nei prodotti di consumo. Molti paesi, in Europa e non solo, si sono già adoperati per adottare normative adeguate: gli Stati Uniti, ad esempio, hanno proibito la produzione di cosmetici con microplastiche già dall’estate 2017. E anche l’Italia (che da sola produce il 60% dei cosmetici a livello mondiale) dal 1 gennaio 2020 dirà ufficialmente addio ai prodotti cosmetici cosiddetti “da risciacquo”, esfolianti o detergenti, contenenti microplastiche.

 

Si tratta di una buona notizia. Soprattutto perché si tratta di un problema sul quale i consumatori, da soli, in fondo potrebbero fare ben poco. A parte forse investire in qualche soluzione innovativa per raccogliere le fibre di plastica rilasciate dagli abiti in lavatrice. (Rimane sempre il problema di come gestire a posteriori le microplastiche raccolte - a questo proposito, l’Echa comunica di aver proposto nel suo documento di restrizione che «le microplastiche che potrebbero essere contenute o raccolte per il corretto smaltimento (ad esempio mediante incenerimento) beneficerebbero di una deroga»).

 

Di fatto, a parte limitare l’immissione volontaria di microplastiche all’interno dei prodotti, non possiamo fare altro. Ma proprio per questo è imperativo limitarli il più possibile: «dobbiamo evitare di inserire la plastica nell’ambiente, eliminare il problema alla fonte e regolamentarlo», dice ancora Jeroen Dagevos.

 

Se vivere senza plastica sarebbe impossibile, almeno su questo fronte qualcosa possiamo fare: «La maggior parte dei prodotti che oggi contengono microplastiche vent’anni fa erano già disponibili sul mercato senza di esse, quindi è possibile farlo di nuovo», conclude il direttore esecutivo dell’Echa.

 

linkiesta.it

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