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L'EDITORIALE DELLA DOMENICA DI CIVICO20NEWS - Massimo Calleri : In onore del "Grande Torino"

Gli "Invincibili": un ricordo sempre vivo nel cuore degli sportivi

12 Maggio
09:00 2019

Otto giorni or sono Torino ricordava il settantesimo anniversario della tragedia di Superga in forma solenne con celebrazioni in Duomo, sul Colle e nell’Aula consiliare il lunedì successivo.

Io la rivivo tutto l’anno fin da quando, all’età di due anni, mio padre mi condusse in piazza Castello per essere presente alla cerimonia funebre, per veder sfilare le bare dei giocatori nell’atmosfera surreale di un triste evento cui si faceva fatica ad accettarne la triste realtà; ero molto piccolo, ma quell’immagine si è scolpita nel mio cuore ed oggi è viva più che mai.

Il tempo ha cementato questa appartenenza ad un simbolo non soltanto sportivo, ma immagine dell’Italia che risorgeva dall’evento bellico che l’aveva devastata.

Ed oggi, a settanta anni dalla scomparsa degli “Invincibili”, mi ritrovo a vivere la stessa tristezza di allora in maniera più consapevole, nel dolore ma anche nell’orgogliosa gioia di appartenenza ai colori granata.

Ed in questa storica occasione mi e tornato fra le mani l’articolo scritto da Carlin Bergoglio, giornalista cuorgnatese d’adozione, scrittore ed abile disegnatore: famose le sue illustrazioni sul Guerrin Sportivo.

Quotidiano di cui, dopo la guerra, diventò capo redattore sviluppando la sua attività come giornalista, illustratore, grafico e umorista. 

Personaggio poliedrico di grande spessore umano e professionale, fu chiamato alla codirezione del Tuttosport dal fondatore Renato Casalbore che, al seguito del Grande Torino, scomparve nella tragedia Superga.

E mi piace rileggerlo insieme con Voi, cari lettori, per un momento di riflessione che accomuna i tifosi di tutte le squadre, i veri sportivi che ancor oggi rivivono l’immenso dolore.

SI SONO PORTATI VIA IL CUORE DI TUTTI

«Li abbiamo visti venir giù dallo scalone del Juvarra nell’atrio di Palazzo Madama. E come non mai abbiamo avuto contezza dell’immensità della catastrofe. Interminabile ci è parsa a un certo momento la fila. Venivano giù racchiusi nelle bare di legno chiaro (come brillava il Crocifisso sul tricolore!) portati solennemente a spalla dai compagni, dagli amici, dai colleghi, Mazzola, il gran capitano del Torino e della Nazionale, era esclusivamente portato dai nazionali ed ex nazionali (Baloncieri, Rossetti, Campatelli, Lorenzi, Becattini... azzurri d'ogni età e d'ogni paese) e davanti veniva Vittorio Pozzo, facendo largo. Una bara, forse quella del più giovane giocatore della Squadra campione, era portata religiosamente dai ragazzi del Torino in maglia granata; e ci parve di sentire, lontana, la marcia funebre di Sigfrid. Casalbore era sulle spalle dei colleghi e dei collaboratori che per trent'anni avevano lavorato con lui e che per ciò più l'adoravano. La bandiera ungherese e la bandiera inglese, oltre quella italiana, era sulle casse di Erbstein e di Lievesley...

 Scendevano ad uno ad uno, lentamente, tra i cordoni d'onore degli ufficiali dei carabinieri in alta uniforme; e dietro ciascuno venivano i parenti in lacrime, coi primi fiori, e davanti a tutti il labaro della più anziana società d'Italia, il Genoa dai nove scudetti. Un corteo che pareva non finir più. Dall'alto dello scalone opposto, tutti ci segnammo per trenta e una volta; trentun anno ci parve quella mezz'ora, tanto fu angosciosa.

 Prima, nella vasta camera ardente erano stati salutati dai discorsi delle autorità governative e municipali, dei rappresentanti della Federazione, del Torino, della stampa. Commovente era stato quallo di Barassi. Egli aveva parlato agli atleti racchiusi tutt'intorno (sorridevano i loro ritratti sulle bare) come se sentissero, e ci era parso veramente che sentissero. Aveva assegnato ad essi, ufficialmente, il quinto scudetto consecutivo, li aveva premiati simbolicamente per nome, uno per uno, chiamando anche i giornalisti, i dirigenti, gli uomini dell'equipaggio, infine aveva chiamato Mazzola: «La vedi questa bella coppa? La vedi com'è bella? E' per te, è per voi. E' molto grande, è più grande di questa stanza, è grande come il mondo: e dentro ci sono i nostri cuori».

Fuori tutta Torino attendeva. Assiepata in doppie profondissime file lungo tutto il percorso del funerale, aveva reso deserte le altre strade, le altre case. Aveva pianto all'ultima premiazione di Barassi diffusa dagli altoparlanti, ora attendeva i suoi campioni per l'estremo saluto; e quelli in prima fila avevano i fiori pronti in mano. Nella gran piazza Castello, gremita e silenziosa, la gente si sporgeva dai davanzali, dagli abbaini, dalla torre, dagli alti balconi di San Lorenzo; era sui cornicioni, sulle armature della pubblicità sui tetti, ovunque era possibile stare in piedi.

 Quando son comparse le salme un lungo brivido ha pervaso gli astanti. Giovani e vecchi singhiozzavano, molti son caduti in ginocchio, mentre le bare si susseguivano e venivano caricate sugli autocarri verniciati di nuovo. Poi i fiori le hanno ricoperte, le innumerevoli corone sono state caricate sulle vetture al seguito, il corteo si è formato facendo il giro della piazza. In testa venivano subito i "ragazzi" del Torino e della Juventus nelle loro divise di gioco, coi loro vessilli. Poi le autorità e tutte le società italiane. Tutti avevano voluto essere presenti per l'ultimo saluto. I giovani, i ragazzi, i bimbi erano in prima fila, nelle strade dove il corteo passava. E quanti operai, quanti in ginocchio al passaggio! E quanti fiori dalle finestre e dai balconi, quante lacrime!

I Caduti si sono portati via, al passaggio, il cuore di Torino. Uno spettacolo indimenticabile. Siamo vecchi torinesi, ma non ricordiamo di aver mai visto nulla di simile, una unanimità così commossa, una vibrazione così profonda. E' stato come un grande abbraccio collettivo. E il simbolo l'hanno offerto gli stessi ragazzi del Torino e della Juventus, al termine del corteo, in piazza del Duomo. Si è visto allora il piccolo alfiere granata e il piccolo alfiere bianconero abbracciarsi spontaneamente piangendo, confondendo i gagliardetti. Oh, i cari ragazzi! Ora le salme, benedette, riposano in pace. Torino aveva questa gloria e in un attimo l'ha perduta. Cercherà di ricostruirla perché è citta salda e tenace. Ma sia il sacrificio, oltre che incitamento per noi, monito per tutti. Solo così non sarà stato vano...».

 (Carlin Bergoglio) da Tuttosport 5 maggio 1949

 

E possiamo dire che l’attuale presidenza di Urbano Cairo sta compiendo le mosse più appropriate per tenere sempre viva quella fede che non tramonterà mai.

Questo un mio personale ricordo per gli Invincibili e per tutti coloro che persero la vita in quel tragico 4 maggio, giorno di lutto per me e per tutti coloro che ebbero la fortuna di assistere alle imprese di Valentino Mazzola e dei suoi compagni, ma soprattutto di tutto il mondo dello sport, italiano e non soltanto.

 

                            

 

                           Civico20News    

                 Il Direttore Responsabile                                   

                          Massimo Calleri     

 

 

 

 

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