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Forse non è proprio tutta colpa sua

Ma chi fa parte della sua corte è corresponsabile

9 Maggio
11:30 2019

Nato in una nazione, l’Argentina, con scarse tradizioni e nessuna di queste anteriore al 1800, da una famiglia di immigrati italiani, che si è dimenticata della sua terra di origine e che non è stata capace di instillarne il ricordo nella mente del figlio, Jorge Mario Bergoglio, può essere considerato un apolide.

Questo fatto è comprovato dal suo rifiuto di visitare, quando è venuto in Piemonte per altre ragioni, i paesi del Monferrato da cui proveniva la sua stirpe.

 

Superate in modo piuttosto confuso le scuole dell’obbligo e dopo avere manifestato incerte opinioni politiche, Jorge Mario Bergoglio ha deciso di abbracciare la vita sacerdotale e poi di intrupparsi nella congregazione che secoli or sono “sibi nomen imposuit” di “Compagnia di Gesù” ed è diventato a tutti gli effetti un gesuita.

 

Tra tutte le congregazioni cristiane, quella dei gesuiti, pur professando fedeltà assoluta alla dottrina cattolica, se ne discosta in molte particolari contingenze ed ha raggiunto in passato connotazioni libertarie e di disobbedienza al limite dell’eretico. Un comportamento piuttosto sconcertante che ha fatto sì che nel gergo comune il termine di gesuitico venga assimilato a quello di ipocrita.

 

Tipica di questa congregazione è la dispensa dell’obbligo di pregare in comune.  GIi spazi conviviali in cui discutere e confrontare le loro idee e le loro proposte, sono quelli legati ai pasti ed alla  ricreazione.  

I gesuiti non dispongono di grandi conventi periferici, ma abitano case situate nel centro della città, dove non vi sono ambienti in comune, ma solo camere personali. Non hanno una divisa che li faccia riconoscere, ma adottano un modo di vestire del tutto individuale.

 

Non per nulla la congregazione si è dotata di un capo che viene definito “PAPA NERO”.

Ed è netta la sensazione che con l’arrivo di papa Francesco le due cariche si siano unificate.

Quelli sopra elencati non sono caratteri peculiari dei gesuiti di oggi, ma sono state rivelati e messi in evidenza a metà dell’ottocento, in una canzone in lingua piemontese, scritta dall’avv. Angelo Brofferio.

Vi si narra la storia di una ragazza che scende dalla valle di Susa e raggiunge Torino. Non ha mai visto una grande città e vaga, verso sera, cercando un rifugio. La avvicina un “bel monsù,” vestito con eleganza, che la invita e la ospita con fare gentile nella sua casa, che è la sede dei gesuiti. E’ ovvio che la Carlotta che il mattino dopo esce dalla casa dei gesuiti e riprende la strada per la valle di Susa, non è più quella di prima.

 

Lottando contro l’opposizione di gran parte del clero argentino, il gesuita Jorge Mario arriva ad occupare ruoli apicali in quella gerarchia e, in conseguenza di manovre che tuttora non sono state chiarite, messe in atto da lobby vaticane, viene chiamato a Roma ed eletto pontefice con il nome di Francesco. 

 

Appena insediato, Jorge Mario Bergoglio viene colto da un irrefrenabile sentimento di affetto per i musulmani. Più volte ha tentato di equiparare il Dio dei cattolici all’Allah dei musulmani, mentre ha ignorato altre importanti religioni tra cui quella buddhista, ebraica, ed induista.

 

Ancora nei giorni scorsi, ispirato da lui, il giornale dei vescovi italiani ha perorato la causa degli islamici, che, a detta del sociologo bergogliano Ambrosini, vivono in Italia in condizioni difficili ed avrebbero necessità di un maggior numero di moschee.

 

Da vero gesuita, papa Francesco ha trascurato la cura del suo gregge, quello cattolico, che sconcertato, sta disertando in silenzio le chiese, e si è gettato a corpo morto solo sul mantra dell’immigrazione, invitando, anche nel corso della recente via crucis, tutti gli stati di Europa ad accogliere ed a demolire i muri.

Muri da demolire e ponti da costruire dappertutto, ma non nel suo Vaticano.

 

E’ inoltre riuscito a creare sconcerto in molti fedeli, rifiutando di occuparsi dei problemi dello IOR, ignorando la presenza della lobby gay che imperversa in vaticano e che ha forse sponsorizzato la sua elezione, e soprattutto rifiutandosi di prendere dei decisi provvedimenti nei confronti del tragico dramma della pedofilia.

 

Jorge Mario Bergoglio, da buon gesuita, non ha risparmiato al popolo dei credenti affermazioni come quelle celebri che recitano “chi sono io per giudicare” o “se qualcuno offende mia madre, io gli dò un pugno” ed altre meno note.

 

Ora, papa Francesco, alias Jorge Mario, è quello che è, ed è facile prevedere che le sue condizioni mentali possano peggiorare nel corso dei prossimi anni.

Ed allora una domanda è d’obbligo. Lui non è solo, è circondato da una grande corte composta da vescovi e cardinali ed è seguito ovunque, come un vero monarca, da uno stuolo di direttori di giornali, come Antonio Spadaro (Civiltà Cattolica), Andrea Monda (L’osservatore romano), Mario Tarquinio  (Avvenire), Andrea Tornielli (Vatican Insider) e da un folto gruppo di loro accoliti.

 

E’ possibile che in questo gruppo di segugi papalini, incaricati di scrivere i discorsi che lui legge in pubblico e di seguirlo, non ce ne sia stato uno capace di evitare che il grande deretano bianco di Francesco venisse esposto urbi et orbi mentre lui, piegato in avanti, si prosternava a baciare le scarpe (le scarpe!) di alcuni funzionari del terzo mondo?

 

(immagini, nell'ordine, Oltre la Linea - ansa.it - Mobile Guide - Africa Rivista - In Terris - Euronews)

 

    

    

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