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Cronaca Nazionale

L’EDITORIALE DELLA DOMENICA DI CIVICO20NEWS - Francesco Rossa: Il trionfo dell’imbecillità

Quando una quaquaraquà pretende di censurare Dante

26 Maggio
09:00 2019

Almeno oggi, giornata elettorale, ci lasciamo scorrere addosso slogan ed argomentazioni che non hanno appassionato che gli addetti ai lavori. Avremo modo già domani per comprendere quale messaggio avrà fatto breccia nella mente e nel cuore degli elettori.

Allargando la visuale anche ad altre narrazioni siamo rimasti colpiti dalla, a dire vero piccola, ma ripugnante notorietà che si è conquistata una persona sconosciuta ai più. Tale Valentina Sereni, leader di un’ altrettanto improbabile organizzazione Gherush 92, nemica dichiarata di Dante. Dunque Sereni contro Dante, che bestemmia!

Perché Sereni – con alle spalle non si sa quali pubblicazioni letterarie, critiche, poetiche o di qualunque altro tipo – ha deciso che Dante va censurato. Perché islamofobo, omofobo, razzista.

Dante era Dante! Ma qualsiasi errore possa aver commesso non si meritava di essere messo all’indice da una Sereni qualunque. Che, vista l’eccelsa qualità delle analisi,” cerchiato ha il senno di fredda tenebra”. La sprovveduta ignora evidentemente non solo la qualità poetica, ma pure il contesto storico. Chissà che scuole ha frequentato, la Sereni.

Al lettore che conserva lontani ricordi scolastici od al giovane volenteroso di scoprire, ma ancora lontano dagli studi liceali, ci permettiamo di offrire una lettura del divino trecentista, perché possa elevarsi, conoscere e capire.

Non dobbiamo dimenticare l’origine, cioè che La Divina Commedia è stata scritta perché potessimo intraprendere il viaggio verso la felicità e la salvezza eterna. 

In altre parole, tutto il viaggio di Dante rappresenta il cammino nella vita di ogni uomo. Chi legge la Commedia col cuore non può che percepire come essa parla di lui, della sua aspirazione ad una vita piena, alla felicità e alla salvezza. Dobbiamo guardare la selva oscura in cui ci troviamo, la solitudine del mondo, il non senso che percepiamo nelle nostre giornate. Ogni uomo, quando si trova in difficoltà, vorrebbe risolvere il problema da solo e salire il colle luminoso, la strada giusta, che lui ha visto con i suoi occhi. Da soli, però, non possiamo farcela, perché roviniamo «in basso loco».

Scrive Dante: «Mentre ch'i' rovinava in basso loco,/ dinanzi a li occhi mi si fu offerto/ chi per lungo silenzio parea fioco./ Quando vidi costui nel gran diserto,/ «Miserere di me», gridai a lui»». La mendicanza è l’atteggiamento più vero che spalanca alla salvezza. Da questo atteggiamento scaturisce la possibilità di iniziare a guardare la realtà in maniera più vera, non a partire da quello che abbiamo in mente in noi, ma da quanto è più buono, così come Virgilio dice a Dante nel canto primo: «A te convien tenere altro viaggio […] se vuo’ campar d’esto loco selvaggio». La proposta che Virgilio fa a Dante è di seguirlo, di stare in sua compagnia. Così, dopo che Dante è ancora preso dalla paura, anche nel secondo canto quando è convinto di non essere all’altezza, o nel terzo canto quando deve varcare la porta con sopra l’epigrafe spaventosa («Per me si va nella città dolente…»), Virgilio lo prende per mano «con lieto volto» e lo introduce alle «secrete cose». Non c’è verso della Commedia in cui non si respiri l’esperienza e la fatica di uomini che vogliono fare da soli e rifiutano la luce di Dio o di uomini che, invece, si lasciano abbracciare dall’amore e dalla grazia.

Così quando nel canto III del Purgatorio Virgilio è dispiaciuto per un piccolo errore che ha commesso, Dante auctor esclama: «O dignitosa coscienza e netta/ come t’è picciol fallo amaro morso», ovvero il poeta dice che tanto più una persona è pulita nella coscienza tanto più si sente responsabile e peccatore. E pochi versi dopo ancora scrive che i suoi piedi lasciarono andare la fretta «che l’onestade ad ogn’atto dismaga», ovvero la fretta toglie, sottrae la bellezza ad ogni cosa bella. Qualunque cosa tu faccia, falla bene, per non sminuirne la bellezza. E poi ancora leggiamo: «Perder tempo a chi più sa più spiace», cioè quanto più sei consapevole, tanto meno vuoi sprecare tempo. Una perla di saggezza dopo l’altra, che derivano dall’esperienza di vita dell’autore, che documentano e illuminano il nostro al di qua, prima dell’aldilà.

Nello stesso canto Dante sintetizza in maniera potente l’aspirazione dell’uomo a conoscere la verità e il Mistero e ad un tempo la necessità della rivelazione: «Matto è chi spera che nostra ragione/ possa trascorrer la infinita via/ che tiene una sustanza in tre persone. […]/ Se potuto aveste veder tutto,/ mestier non era parturir Maria»

L’auspicio è che oggi ci sia una reale ed effettiva partecipazione (termine che traduce la parola latina «celebrazione») all’insegnamento di Dante che ha rinunciato a tutto pur di comunicare la verità. Dante non ha avuto paura dell’esilio, della solitudine, ha avuto solo timore di non raccontare la verità e di perdere la gloria presso coloro che avrebbero chiamato antico il suo tempo, cioè noi. È certo che la verità si affermerà («fin che l'ha vinto il ver con più persone» Purgatorio XXVI). Quando leggiamo Dante, scopriamo che esiste l’aldilà, proprio quell’aldilà che l’Occidente odierno ha cercato di cancellare, come scrive Jean Delumeau: «La storia dell’Occidente moderno non è che la storia della graduale uscita dell’uomo dall’incubo della dannazione; non è che un tentativo violento di liberarsi dalle ipotesi “Inferno”, “diavolo”».

Dante ha scritto per noi che avremmo chiamato antico il suo tempo, ha scritto per tutti quei miliardi di persone che avrebbero vissuto dopo di lui. In una lettera indirizzata a Cangrande della Scala, Dante scrive che il fine della Commedia è quello «di rimuovere i viventi, cioè noi finché siamo in vita, dalla condizione di miseria, di peccato, di tristezza, e accompagnarci alla felicità e alla beatitudine».

Ma, per tornare alla provocazione iniziale, l’aspetto più vergognoso della vicenda è che Gherush 92 è consulente Onu. Ed allora ci si può chiedere perché ciascun contribuente debba concorrere al mantenimento di un’organizzazione internazionale che, con i nostri soldi, si rivolge a Valentina Sereni per una consulenza.

Purtroppo i deliri di questa suffragetta potranno trovare terreno fertile in una scuola italiana che, obliati i De Sanctis, Coppino e Croce ha collezionato negli ultimi anni pessimi ed incolti ministri e tanto pensiero unico obbligatorio. Sarebbe delittuoso se con il placet di Onu e Sereni, cancellassimo gli autori che hanno contribuito a tramandare la nostra civiltà ed il pensiero giudaico cristiano e romano celtico.

Di questo passo, oltre a misconoscere e censurare Dante, Gherush 92 potrà leggere anche qualche altro autore, non di quelli che confondono la letteratura con i propri rutti liberi post minzione, e dedicarsi a nuove censure. D’altronde qualunque grande autore del passato non è allineato con l’onanismo intellettuale che entusiasma Sereni.

L’elenco sarebbe lungo. Non soltanto Celine e Pound, ma Carducci, Pascoli, Leopardi. E ancora più indietro. Davvero l’Onu può affidarsi a Gherush 92 per una consulenza?

Francesco Rossa

Presidente Onorario di "Civico20news"

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