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Politica Nazionale

L’EDITORIALE DELLA DOMENICA DI CIVICO20NEWS - Francesco Rossa: Conte vivacchia, ma fino a quando?

Chi farà la mossa vincente? Salvini o Di Maio?

9 Giugno
09:00 2019

Chissà in quante occasioni il premier Conte avrà ricordato con sgomento gli screzi prolungati tra Beniamino Andreatta e Rino Formica (passati allo storia come “Lite delle comari”) che causarono la caduta del Governo Spadolini.

Le diatribe in corso non riguardano due ministri, seppur autorevoli, o una Castelli qualunque, ma gli unici azionisti del Governo che nel giro di un anno hanno radicalmente capovolto la loro influenza con Di Maio perdente ed in caduta libera e Matteo Salvini che già respira la vittoria finale. Così in modo del tutto irrituale, nel pomeriggio di lunedì 3 giugno ad urne chiuse Conte ha rivolto un appello televisivo ai rissosi vicepresidenti, ponendo sulle loro spalle le sorti del Governo.

Giuseppe Conte non privilegia il Parlamento per le sue esternazioni, con lo stile curiale che ha sempre contraddistinto i presidenti del Consiglio, né un confronto serrato con i due vicepresidenti, come si è sperimentato negli anni, in tantissime occasioni, ma in quest’atipica conferenza stampa evoca le dimissioni e, rivolgendosi agli italiani, dice chiaramente di non voler vivacchiare e di essere pronto a dimettersi.

 

Il Presidente del Consiglio ha perso la pazienza e ha voluto mettere i puntini sulle “i”, parlando dalla sala dei galeoni a Palazzo Chigi. E’ stufo della perenne campagna elettorale di Lega e Cinque Stelle, che sembrano badare più al loro tornaconto in termini di voti che non al futuro di un Paese a rischio spread e speculazioni. E sulle regole europee ha chiarito che vanno rispettate finché non saranno cambiate. Ha ricordato che per evitare procedure d'infrazione da parte dell'Unione europea serve coesione. E ha avvertito: «Una procedura ci farebbe molto male».

 

Se dunque Matteo Salvini e Luigi Di Maio non diranno chiaro e tondo che vogliono andare avanti e proseguire nell’azione di governo e se, soprattutto, alle loro parole non seguiranno “atti conseguenti”, Giuseppe Conte rassegnerà le dimissioni nelle mani del Presidente della Repubblica.

 

Si è poi incensato per i risultati ottenuti non capendo che gli italiani badano al sodo e temono per l’aumento del debito causato, ancor più dai provvedimenti assistenziali resi esecutivi da Di Maio e deprecano la mancanza di prospettive per i giovani e di posti di lavoro sempre più ridotti.

Quasi in risposta ai suoi timori, mercoledì 5 giugno è giunto a Roma l’annuncio della deprecata procedura.

 

L’Italia, secondo l’UE ha infranto la regola del debito che "non è stata rispettata" nel 2018, nel 2019 e non lo sarà nel 2020, e quindi "è giustificata" una procedura per debito eccessivo, ha scritto l'esecutivo Ue nel rapporto sul debito italiano. Debito che, ricorda la Commissione nel suo documento, "pesa per € 38.400 ad abitante oltre ai 1000 euro a testa per rifinanziarlo".

 

Conte, nell’appello televisivo e in una successiva dichiarazione sostiene che non si deve mettere in atto “nessuna sfida a Bruxelles. Occorre fare una manovra concordata con i vertici europei, rispettando le regole. «I provvedimenti che il governo deve mettere in campo, sostiene il Presidente del Consiglio, richiedono visione, coraggio, tempo, impongono di uscire dalla dimensione della campagna elettorale e entrare in una visione strategica e lungimirante, diversa dal collezionare like nella moderna agorà digitale. Purtroppo il clima elettorale non si è ancora spento, è un clima che non giova all’azione di governo».

 

La replica del Ministro dell’Interno non si è fatta attendere. «Il voto europeo è stato molto significativo. Gli europei hanno parlato. Il governo va avanti se tutti mantengono la parola data. Tempo da perdere non ne abbiamo. Io non ho litigato con nessuno. Noi vogliamo andare avanti, la Lega c'è», ha detto Matteo Salvini, a Porto Mantovano, durante un comizio.

Pure i Cinque Stelle ribadiscono piena fiducia nel premier e a parole dicono di voler andare avanti nella realizzazione dei singoli punti del contratto di governo.

 

Nella giornata di martedì 4 giugno, pare per un intervento del Quirinale sui due vice presidenti, arriva la fumata bianca con un compromesso sul Codice degli appalti. Ci sarà uno stop parziale alle norme. Sul decreto crescita, altro provvedimento oggetto di contrasti tra i due alleati, il governo sta valutando l'ipotesi della fiducia.

 

Giovedì 6 giugno, corre la notizia che i due vicepresidenti si sono parlati ed hanno annunciato che martedì prossimo è stato fissato il consiglio dei ministri con all'ordine del giorno il decreto sicurezza bis. Tra gli altri temi c'è anche un disegno di legge per il potenziamento e la velocizzazione degli interventi di mitigazione del dissesto idrogeologico, chiamato "legge CantierAmbiente".

 

Ciò che preoccupa moltissimi italiani è la situazione debitoria dell’Italia ed i rapporti non idilliaci con l’UE.

Salvini in un anno ha  più che raddoppiato i suoi consensi e, pretende di uscire dalla camicia di forza del contratto di Governo, firmato quando rappresentava la minoranza. Oggi, attende ansioso i risultati del ballottaggio in svolgimento in molti comuni italiani per fregiarsi di altre certezze. Ma, se vuole sopravvivere, dovrà sfruttare il vento favorevole, perché, anche su di lui il macigno di Renzi incombe.

 

Il leader della Lega si rende conto che oggi siamo di fronte al superamento del voto ideologico e le scelte degli elettori possono capovolgersi anche per aspetti marginali. Deve cioè, nel migliore dei modi, tesaurizzare un successo che, se mal gestito, potrebbe rivolgerglisi contro.

 

Le ultime affermazioni di contrasto con Di Maio, al di là delle moine degli ultimi giorni, segnano uno spartiacque tra le concezioni dello Stato borbonico a forte connotazione levantina e assistenziale, che mantiene i pelandroni e frena lo sviluppo, tipico dei grillini ed uno Stato moderno, d’impronta occidentale che riduca le tasse, accorci la burocrazia, volga verso una marcata autonomia regionale, sostenga la libertà economica e sblocchi gli investimenti pubblici produttivi ad iniziare dalle infrastrutture e le opere pubbliche che attendono da decenni.

 

Di Maio è alla canna del gas. O consente all’alleato di portare avanti il suo programma, o almeno la parte preponderante, con scadenze certe, oppure Salvini si troverà legittimato a fa saltare il banco. Ovviamente con garanzie di tornare celermente al voto, senza l’intermezzo di perigliosi governi tecnici. Le modalità con le quali si affronterà la procedura d’infrazione aperta a Bruxelles, darà credibilità al leader che saprà far accettare all’Ue la inderogabile necessità per l’Italia d’investire nello sviluppo e a non fermarsi al bilancino del farmacista.

 

Se poi più che ricorrere alla pressione fiscale, Salvini, nell’impostare la Finanziaria in autunno, riuscirà a ridurre l’impatto nefasto  dei provvedimenti clientelari passati e recenti, sul debito pubblico, l’abilità e credibilità dimostrata, potrà consolidare il suo successo con il conseguente risvolto partitico.

 

Ecco perché, per par condicio, ora il pallino è nelle mani di Salvini e Di Maio. Dovranno valutare entrambi se sia più utile per loro archiviare almeno temporaneamente i toni accesi dell’ultimo periodo e tentare di prolungare la vita del governo, anche ricorrendo ad un rimpasto sostanziale della compagine ministeriale, oppure se valga la pena di far saltare il tavolo e di misurarsi in una nuova competizione elettorale. Ma chi farà la prima mossa?

 

Francesco Rossa - Presidente Onorario

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