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Don Felice Giulio Cane e lo «Smemorato di Collegno»

16 Giugno
13:00 2019

A Torino, giovedì 9 agosto 1951 muore il sacerdote don Felice Giulio Cane. La Stampa dell’11 agosto riporta questo necrologio:

Dopo tutta una vita dedicata a sollievo delle anime nel ministero sacerdotale e a difesa della verità nell’apostolato della stampa, munito dei conforti della religione, ha chiuso nella purificazione di lunghe sofferenze la sua giornata terrena il / Sac. Prof. / Felice Giulio Cane / dei Salesiani di Don Bosco / di anni 82 / Con profondo dolore ne dànno la partecipazione il Direttore e i Salesiani dell’Istituto S. Giovanni Evangelista, via Madama Cristina, 1 […]

Pochissimi, forse nessuno, fra coloro che leggono questo annuncio sanno che don Cane è un personaggio legato a una delle vicende più clamorose della cronaca torinese che ha avuto eco nazionale e internazionale: il caso dello «Smemorato di Collegno» o caso «Bruneri-Canella».

Felice Giulio Cane è nato il 30 gennaio 1869 a Chesio di Valstrona, comune oggi frazione di Loreglia nella provincia del Verbano-Cusio-Ossola.

Dopo la scuola elementare a Chesio e gli studi nel collegio Zanoia di Omegna, la madre lo ha presentato a don Giovanni Bosco. Felice Giulio Cane ha frequentato il collegio di Valsalice, dove è avvenuta la sua formazione spirituale e scolastica e, ancora giovane, è stato presto inviato a Parma dove ha assunto numerosi incarichi: in undici anni, è stato segretario del direttore delle case salesiane, professore di ginnasio, insegnante di religione, articolista per una rivista di agraria. Il 10 marzo 1894 è stato ordinato sacerdote; dopo un periodo di riposo a Chioggia, è ritornato a Torino dove ha organizzato il congresso internazionale dei cooperatori salesiani.

Svolge la sua missione accanto a suor Maria Domenica Mazzarello (Mornese, Alessandria, 1837 - Nizza Monferrato, 1881), santa, fondatrice con San Giovanni Bosco, delle Figlie di Maria Ausiliatrice, e a don Michele Rua (Torino, 1837-1910), successore e continuatore dell’opera di San Giovanni Bosco, oggi beato. È stato trasferito, con incarichi sempre più importanti a Verona, a Trento e poi di nuovo a Torino, dove ha diretto l’ufficio stampa della congregazione salesiana ed ha collaborato a diversi giornali.

Ma cosa lega questo sacerdote, educatore e pubblicista, al caso dello “Smemorato”?

A Torino, il 10 marzo del 1926, un uomo male in arnese dell’apparente età di 45 anni nel Cimitero israelitico di Torino viene fermato da un custode mentre tenta di sottrarre un vaso di rame da una tomba. Arrestato e portato in Questura, l’uomo che nelle tasche non ha documenti, dopo essersi dichiarato un disgraziato, dice di non ricordare né la sua identità né il suo passato. Poi dà in escandescenze e tenta un maldestro suicidio picchiando la testa contro il muro. Giudicato pazzo da un medico municipale, è ricoverato al Manicomio di Collegno, dove sarà il paziente numero 44.170. Continua infatti a essere in stato di amnesia e non può essere identificato.

Nel reparto di osservazione, il numero 44.170 dimostra una certa cultura, legge molti libri della fornita biblioteca dei ricoverati. Tiene un diario, con pensieri di un certo valore, produce alcuni saggi letterari manoscritti, con ortografia non sempre irreprensibile.

Nell’anno 1927, la direzione del Manicomio fa pubblicare la sua fotografia su La Domenica del Corriere, settimanale molto popolare, sotto il titolo “Chi lo conosce?”. con questa breve commento: «Ricoverato il giorno 10 marzo 1926 nel Manicomio di Torino (casa Collegno). Nulla egli è in condizione di dire sul proprio nome, sul paese di origine, sulla professione. Parla correntemente l’italiano. Si rileva [rivela] persona colta e distinta dell’apparente età di anni 45». L’annuncio appare ai primi giorni di febbraio 1927 e presto lo sconosciuto riceve la visita di Ugo Pavia, autorevole cronista del giornale torinese La Stampa, che incuriosito pubblica un servizio giornalistico.

A Verona, la signora Giulia Canella ritiene di riconoscere nella foto il marito (e cugino) Giulio Canella, nato a Padova il 2 dicembre 1882, professore di filosofia e pedagogia, direttore della scuola Normale di Verona, collaboratore della Rivista di Filosofia Neoscolastica, che aveva partecipato alla grande guerra col grado di capitano di fanteria ed era stato dato per disperso dopo la battaglia di Nizopole presso Monastir, in Macedonia, il 25 novembre 1916.

Il 27 febbraio, a Collegno, la signora Giulia Canella identifica lo sconosciuto come suo marito Giulio e lui la riconosce a sua volta.

Il direttore del Manicomio, con una certa sudditanza psicologica nei confronti dell’altolocato clan Canella, il 2 marzo, frettolosamente dimette lo sconosciuto, ormai considerato Giulio Canella, e lo affida alla signora Giulia. I due si recano dapprima a Verona e, il 5 marzo, a San Pietro Montagnon (Padova).

Qui, il 6 marzo, lo sconosciuto-Giulio Canella viene arrestato e portato a Torino: secondo una lettera anonima, giunta alla questura torinese il 3 marzo e firmata da «un amico della verità e della giustizia», l’ex ricoverato di Collegno sarebbe in realtà Mario Bruneri, un piccolo truffatore di Torino, ex tipografo, ricercato per svariati modesti reati.

Grazie alla lettera, la Questura torinese accerta che Mario Bruneri, nato a Torino il 18 giugno 1886, è stato tipografo e si è impegnato nell’attività sindacale presso la Camera del Lavoro. È di famiglia povera ma rispettabile, ambizioso e irrequieto con idee socialiste ed atee. Era sposato e con un figlio, ma alla fine della prima guerra mondiale, dopo aver superato una forma molto grave di “febbre spagnola”, ha abbandonato famiglia, casa e lavoro. Ha iniziato a commettere truffe ed è ricercato dal 1922 per tre condanne in contumacia. Sognava di diventare un celebre scrittore, ha condotto vita randagia con la sua amante, peregrinando tra Torino, Genova e Milano e poi di nuovo a Torino, tirando avanti con truffe, piccoli furti e richieste di sussidi a persone benevole. Alla fine, Mario Bruneri si è ridotto a rubare urne di bronzo al Cimitero di Torino e ha simulato l’amnesia per non essere identificato e così scontare le precedenti condanne.

Prima del riconoscimento dei Canella, nell’aprile del 1926, don Cane ha ricevuto la visita della madre di Bruneri che gli ha chiesto un consiglio molto delicato. La donna gli ha mostrato un biglietto, ricevuto clandestinamente da parte del figlio, il quale le scriveva all’incirca così: «Ti scrivo dal manicomio di Collegno, dove sono ricoverato, ma nessuno sa il mio nome. Ho bisogno del vostro aiuto. Aiutatemi, ma con prudenza».

La signora Bruneri era combattuta tra il desiderio di compiacere, malgrado tutto, il figlio degenere e il timore di comprometterlo, rivelandone l’identità. Don Cane le ha suggerito di non farsi viva in nessun modo, per non nuocere al figlio.

Quando lo smemorato è stato identificato come Giulio Canella, il pensiero di don Cane è subito andato al biglietto clandestino spedito da Mario Bruneri alla madre. Come religioso, poteva tacere? Si prospettavano gravi conseguenze: una famiglia tratta in inganno, una nuova riprovevole convivenza da parte di Mario Bruneri con tutte le conseguenze facilmente immaginabili. D’altra parte, don Cane non desiderava mettersi in vista. Ha deciso così di inviare alla magistratura una lettera confidenziale, per rivelare le importanti informazioni a lui note. Si è anche appellato al diritto, consacrato in un articolo del codice, che offre ai sacerdoti la possibilità di non essere citati come testimoni nei pubblici processi.

Questo spiega perché il ruolo basilare di don Cane nella vicenda dello Smemorato di Collegno è assai poco conosciuto e in molte ricostruzioni non se ne parla neppure.

Per concludere, don Cane nel 1947 è colpito da paresi e muore a Torino il 9 agosto 1951 dove viene sepolto. Il 12 gennaio 2002 è tornato nella sua Chesio dove è ricordato come autore del libro storico “Chesio e la Valle Strona” (1907), ristampato nell’estate del 2000 dalla Società Pro-Chesio, nell’ambito dei festeggiamenti per il centenario della sua fondazione. Nel 1996 è stato pubblicato un manoscritto inedito di don Cane, dedicato a Giuseppe Zanoia (1752-1818), letterato e architetto genovese morto a Omegna (Interlinea).

Nel 2015 è stato ricordato a Loreglia come «protagonista per decenni della vita sociale, animando ogni iniziativa in grado di aggregare la comunità nel segno della tradizione segnata da un forte sentimento religioso» (fonte: cusio24.it).

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