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Cultura e Spettacolo

L’EDITORIALE della DOMENICA di CIVICO20NEWS – Enrico S. Laterza : Privacuity (bis): per spubblicizzarsi

Un ulteriore neologismo identifica noi-tutti, il popolino-bovino ammaestrato ad applaudire gli Influenti che ci irretiscono

16 Giugno
09:00 2019

Ricominciando ad affondare la testa nel maleodorante cassonetto del demenzaio tele-internautico, va considerato ed osservato un ingrediente immancabile: il pubblico.

A ben guardare, lungi da starne ai margini – dove sembra fisicamente relegato – e persino quando non risulta reperibile e/o inquadrato, è l’elemento/alimento essenziale della pietosa pietanza di tutte le tasmissioni-contenitori di vomitevoli schifezze mattiniere, pomeridiane o serali, feriali o festive, contorno plateale di foche ammaestrate all’applauso artificiale, su ordinazione, amplificato da quello registrato, ancor più fragoroso, fischiante, squittente, ululante, bestiale, che la regia aggiunge in-onda. Rappresenta noi, povero popolino-bovino, assidui bevitori di bufale, condannati alla sudditanza della stupidità assoluta, non serve scomodare la semiotica della comunicazione massmediologica (eco d’Eco) per comprenderlo: tramite il meschino meccanismo dell’identificazione, ha giusto la funzione di coinvolgerci, renderci partecipi, immergerci in una simile fanghiglia chiassosa. E fagocitarla. E gradirla. E acquistare mer…ce (direttamente, grazie al valore economico che l’audience riveste nell’accordo stipulato con gli inserzionisti, oppure comprando poi i prodotti reclamizzati esplicitamente, nei tempi e spazi dedicati, o subdolamente, dentro e durante il programma stesso). Niente di nuovo od eclatante sotto i riflettori: è risaputo.

Di deludente flagranza (e fragranza) è però l’ovvia constatazione che, invece di affrancarci da una simile alienazione voyeuristica, gli’irretenti social della Società dello Spettacolo (titolo del debordante libro-saggio e film-manifesto del situazionismo, 1967-1973) non s’impegnano che ad accentuàrlo al parossismo. Trasformandoci in ridicoli pagliacci-istrioni che, dimenandosi in web, con imbarazzanti scatti istagrammati, sgrammaticati sms, whatsapp o cinguettii ripieni di strepiti e rumori per nulla (much ado about nothing), e sputtanandosi ai-quattro-venti – esibendo le loro intime budella personali-familiari (dai flirt ai bebè intra-uterini) e sfogando in chat e blog miserrime frustrazioni e furenti contumelie codarde di leoncini-da-tastiera – si credono protagonisti della storia e della critica, mentre ne giocano il ruolo di insignificanti pedine, così profilati, spremuti, controllati e comandati-a-bacchetta dai Big Brothers delle gigantesche, suadenti, affettuose, infettanti ingloborganizzazioni zuckerbezosorosiane e dai sodali spioni delle sedicenti agenzie-di-sicurezza, tipo CIA, NSA eccetera. Dai click e like, dai narcisistici selfie, foto taroccate di finte esperienze che non viviamo perché le stiamo “immortalando” (secondo Fontcuberta, in questo periodo in mostra a Torino, presso Camera) – e le con-divi/diamo con altri sfig…urati come noi, decerebrati adepti e seguaci (follower) della Setta degli Influenti (ossia influencer speculatori, del genere Ferragnez) –, i videosistemi digitali di riconoscimento biometrico dei lineamenti somatici, facciali (sorta di senso prosopognostico sintetico), delle impronte dei polpastrelli o dell’iride oculare, nonché sofisticati software e tecnodiavolerie varie avariate, individuano, desumono ed interpretano ogni recondito anfratto del corpo e della psiche, del comportamento e delle predilezioni dei cittadini-elettori, allo scopo di preconizzarne, predeterminarne, indirizzarne i pensieri, le opinioni e le scelte “libere”, arrivando a rubarne proditoriamente i connotati e sostituirli, magari eliminarli. Integrale evacuazione della riservatezza (privacuity), appunto.

In tale “inversione dell’esistenza” (in cui l’es si scambia con l’ego), non siamo che colpevoli consapevoli “consumatori di illusioni” (e di illusionismi e d’illusionisti), trastullantisi all’ombra d’un anti-hegeliano irrazionale iperrealistico “irrealismo della realtà” (del reality finto): quivi “il vero è un momento del falso”, “quel che appare è buono, quel che è buono appare”, “i fruitori non trovano ciò che desiderano, desiderano ciò che trovano”; si tratta, insomma, della cara, vecchia “cattiva-coscienza del capitalismo” dominante nell’odierna futuristica post-modernità “incatenata”, scis/sa da sé.

Con un emblematico dirottamento, parodiando Marcuse insieme a Steinbeck, dovremmo chiamarci “donne e uomini (e ratti) a zero dimensioni”. Alici pescate alla deriva, sonnambule anneganti in preda all’allucinante spaesata (in)civiltà dell’iconirico, d’incubi immaginifici.

Ma, se “è dall’assenza che nasce la potenza” (Jean Baudrillard), che razza di pusillanimi saremmo?...

Io non ci sono.

 

Enrico S. Laterza

 

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