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Di tutto un po'

Donato Etna, figlio naturale di Vittorio Emanuele II

Fu quello che suo padre sognava di essere, un buon generale e appare un suo discendente assai più decorativo di altri discendenti “ufficiali”

Donato Etna Commissario prefettizio di Torino
20 Giugno
10:00 2019

Donato Etna nacque a Mondovì (CN) il 15 giugno 1858. Si presume che fosse figlio naturale di Vittorio Emanuele II, secondo un appunto dattiloscritto conservato nella cartella biografica dell’Archivio storico dello Stato Maggiore dell’Esercito.

Si dice che la madre fosse una maestrina di Frabosa. Sarebbe stata lei a farlo battezzare con questi nomi: Donato (come dono del re) ed Etna (per le vulcaniche prestazioni sessuali di Vittorio Emanuele II).

All’età di sei mesi, la madre lo affidò a una famiglia di montanari di Pamparato (Cuneo) che lo nominò Cittadino Onorario nel 1934. A Pamparato visse fino a sette anni. Studiò nel Collegio vescovile di Mondovì Piazza e proseguì gli studi al Collegio Tecnico di Firenze. Fu avviato alla carriera militare che percorse sino ai gradi più alti. A 18 anni entrò alla Scuola Militare di Modena. Era seguito, con discrezione, dalla Corte.

Divenne Sottotenente del 23° Reggimento Fanteria, nel 1879. La Regina Margherita, nell’occasione, lo invitò come ospite nella sua villa di Bordighera.

Nel 1881 chiese di essere trasferito nel Corpo degli Alpini, di recente costituzione, al quale dedicò tutta la sua vita.

Nell’inverno 1885 l’alta Val Susa fu colpita da una nevicata durata una settimana, con punte anche di 5 m d’altezza, e molte borgate rimasero completamente isolate. Etna era Tenente comandante di un plotone della 33ma Compagnia del Battaglione “Val Dora” di Susa. Con 5 Alpini, dopo una marcia di più di otto ore nella neve alta raggiunse Ferrere di Novalesa, accolto come un salvatore.

Ricevette la medaglia d’argento al valor civile. Nel corso dell’operazione era rimasto gravemente infortunato.

Lasciò per breve tempo gli Alpini. Negli anni della Scuola di Guerra, fu aiutante di campo della Brigata Toscana. Per un brevissimo periodo, in Eritrea, fu Capo di Stato Maggiore delle truppe, dopo Adua.

Divenne Capitano del 2° Alpini, Maggiore comandante il Btg “Gemona” del 7° Alpini, nel 1897, e Tenente Colonnello, nel 1901, assegnato al 5° Alpini.

Nel 1905 fu uno dei “padri” del colore grigioverde per le uniformi.

In quell’anno, il via alla ricerca di una uniforme di combattimento più adatta ad una guerra moderna, venne dato da un civile, Luigi Brioschi, Presidente della Sezione di Milano del Club Alpino Italiano (CAI). Brioschi, colpito dal numero inaudito delle perdite provocate dalle nuove tecniche di combattimento nella guerra russo giapponese, riteneva che fosse ormai tempo di sostituire le uniformi bleu scuro del nostro esercito con qualcosa di meno appariscente.

Brioschi non riuscì a convincere lo Stato Maggiore sull’opportunità di una divisa per mimetizzare i soldati nell’ambiente dove operavano. Ma non desistette ed entrò in contatto col Tenente Colonnello Etna, allora Comandante del Btg “Morbegno” del 5° Reggimento.

Etna, interessato al problema, accolse l’idea con entusiasmo, presentò Brioschi al Colonnello Stazza, Comandante del Reggimento. Brioschi offrì parte dei fondi necessari per la sperimentazione: un esperimento dimostrò la validità delle loro teorie perché sagome di legno verniciate con i colori delle uniformi in uso venivano centrate dai fucilieri a 600 metri di distanza quasi al 100% mentre quelle grigie lo erano infinitamente meno.

Etna riuscì ad interessare all’iniziativa il Ministero della Guerra, Luigi Majnoni d’Intignano (1905-1906). Grazie ad un contributo personale di Brioschi di Lire 500, nel 1906 venne costituito il “Plotone grigio” formato da 40 alpini della 45ma Comp. del “Morbegno” e nell’ottobre, in occasione della visita dei sovrani all’Esposizione, il “Plotone grigio” montò la guardia al Palazzo Reale di Milano e venne passato in rivista dal Re Vittorio Emanuele III.

Seguì una lunga serie di esperimenti e di esercitazioni di marcia e tiro. Tutta la 45ma venne trasformata in “Compagnia grigia”. Non mancarono dissensi e polemiche: qualcuno vedeva nella soppressione delle sgargianti divise ottocentesche una perdita di prestigio dell’esercito. Dopo modifiche di fogge e di tinte, nel dicembre 1908, si stabilì l’adozione del grigioverde per la divisa dell’Esercito Italiano. L’uniforme grigioverde entrò ufficialmente in uso con la disposizione n. 458 del Giornale Militare (4 dicembre 1908) per tutte le Armi ad eccezione della Cavalleria che iniziò ad indossarla soltanto dall’anno successivo (Circ. n. 97 del Giornale Militare del 3 febbraio 1909). Lungo fu il periodo di accavallamento fra le vecchie uniformi blu e la nuova tenuta che equipaggiò al completo l’Esercito a partire dal 1913, accompagnando i soldati per circa un quarantennio.

Etna, dal 1907 al 1912, fu Colonnello comandante del 7° Alpini e successivamente Maggior Generale, al comando della 2a Brigata Alpina.

All’inizio della Prima Guerra Mondiale comandava il Raggruppamento Alpino formato dai Gruppi A (8 Btg tratti dal 4° e 8° Rgt) e B (6 Btg del 3°) presso il Montenero. Buon conoscitore della montagna, suggerì una innovativa strategia di combattimento, con aggiramento e azioni di sorpresa. I suoi superiori non lo ascoltarono e la conquista del Montenero fu così ritardata.

Nel giugno del 1915, Donato Etna si distinse per la conquista del monte Nero col suo Raggruppamento Alpino. La conquista della vetta avvenne tra il 15 e il 16 giugno. Partecipò anche il capitano Vincenzo Arbarello, comandante della 84ma Comp. del Btg “Exilles”, titolare di una piazza torinese.

Il 3° Alpini ricevette la Medaglia d’argento al Valor Militare e i complimenti dai generali austriaci.

Etna divenne comandante delle Divisioni 17ma e 28ma poi trasformate nel 18° Corpo d’Armata, gli fu affidato il comando del settore Brenta Cismon, in Val Sugana, nell’aprile 1916. Era in vista l’imminente offensiva del generale austriaco Conrad. Pur con mezzi inadeguati, il suo settore sostenne tale urto e mantenne le posizioni. Ricevette la Medaglia d’argento. Sempre nel 1916, in Val di Fassa prese il monte Cauriol.

Nominato Comandante della decimata VI Armata con cui si formò il 30° Corpo d’Armata. Dopo la presa del monte Cauriol, stabilì il tracciato e diresse i lavori per la realizzazione della prima strada del Grappa, che collegò Bassano al monte Asolone (1916). Partecipò anche al fallito tentativo di aprire un varco presso Carzano per cercare di aggirare le linee nemiche.

Dopo Caporetto, ebbe il comando di 5 Corpi d’Armata che riunì, riordinò e oppose alle truppe austriache. Bloccati gli Austriaci sul Piave, fu al comando del 30°, 24° e 1° Corpo d’Armata. Nella battaglia di Vittorio Veneto, a fianco dell’Armata Francese, avanzò su Feltre e oltre. Finita la guerra ebbe il Comando del Corpo d’Armata di Torino. Pretese e ottenne la scarcerazione di alcuni ufficiali superdecorati, arrestati ad una dimostrazione per Fiume. Fu immediatamente collocato a riposo, con un telegramma. Lasciò il servizio attivo nel 1920.

Fu Prefetto di Alessandria per sei mesi, poi Commissario prefettizio di Padova.

Per 18 mesi fu Commissario prefettizio di Torino (giugno 1925 - dicembre 1926).

Dal 1928 al 1930 fu Presidente (Commissario Straordinario) della Sezione di Torino della Associazione Nazionale Alpini (ANA). Era formata da 30 gruppi ed Etna decise di trascorrere una domenica presso ciascuno, per conoscerli. Nel 1929, a maggio, per l’Adunata Nazionale a Roma fece preparare tre treni speciali per gli Alpini torinesi. Conglobò nell’ANA la pericolante Associazione Nazionale Artiglieri da Montagna.

Volle che fosse collocato un busto a Cesare Battisti nel Giardino del Mastio della Cittadella (29-9-1929), su un basamento scolpito in un masso di granito del Monte Corno, oggi collocato in un’aiuola all’interno del Parco del Valentino.

Nel 1930, per contrasti con le decisioni del governo fascista sull’ANA, dovette lasciare la carica di Comandante della Sezione di Torino.

Il 3 novembre 1933, è nominato Senatore del Regno.

A Torino, abita in via Sagra di San Michele n. 8-bis. Era appassionato agli studi agrari, aveva allestito campi sperimentali per i suoi Alpini, era consigliere dell’Istituto Bonafous, della Scuola di Avicoltura, di Coniglicoltura, del Frutteto Scuola “A. Geisser” e Socio Ordinario della Accademia Agricoltura (1933).

Morì a Torino l’11 dicembre 1938. È sepolto nel cimitero di Torino-Sassi, con la moglie Annita Fusignani. Il Comune di Torino ha restaurato la tomba di Etna. Il Gruppo Alpini Torino-Sassi, nato nel 1975, provvede alla manutenzione e all’addobbo floreale.

Donato Etna fu tra i comandanti alpini più stimati dai superiori e tra i più amati dai soldati. Si può dire che fu quello che suo padre Vittorio Emanuele II sognava di essere: un buon generale. Certo appare come un suo discendente assai più decorativo di altri discendenti “ufficiali”.

 

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