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Enrico Berlinguer a Torino

Una sua beatificazione è in corso?

Enrico Berlingur (Rai News)
28 Giugno
13:00 2019

Ad imitazione del flusso di un fiume carsico che appare in superficie per poi affondare in meandri sotterranei, è in corso nei media italiani un fluttuante tentativo di procedere alla beatificazione del compagno capo del PCI Enrico Berlinguer. E’ portato avanti con alterne vicende dai molti congiunti che, grazie a lui, sono arrivati ad imporsi nei mezzi di informazione.

 

Come la figlia Bianca (in arte Bianchina, a detta del barbogio sosia di Cacciari che a RAI3 gli fa da compagno di merende), o come qualche nipotina inserita in importanti cariche pubbliche o come qualche altro parente diventato, grazie al cognome che porta, insegnante universitario ed addirittura ministro in governi retti dalla sinistra.

 

Enrico Berlinguer è nato a Sassari nel 1922. Tutta la sua attività è stata rivolta al partito comunista in cui credeva appassionatamente. Ha risalito passo passo tutte le cariche del PCI, in ambito locale e poi, con il passare del tempo, è salito  in organismi politici di sempre più alto livello.

 

Seguendo il padre, adoratore di Palmiro Togliatti, fu un comunista convinto fin dagli anni giovanili ed a 21 anni si iscrisse al P.C.I.. Come tale, nell’immediato dopoguerra, incorse in qualche disavventura e nel 1944, in Sassari fu arrestato, insieme ad altri compagni, per l’organizzazione di una sommossa popolare che si era distinta nel saccheggiare forni, magazzini di grano e riserve di pane, di farina e di pasta.

 

Superata la fase rivoluzionaria alla Masaniello, Enrico Berlinguer, sempre nel 1944, si trasferì a Roma e qui fu nominato “commissario aggiunto all’epurazione” e poi incaricato di guidare, come vice presidente nazionale, il movimento giovanile comunista.

Il 1946 fu un anno da ricordare per il giovane comunista sardo, perché venne eletto nel comitato centrale del partito, ma soprattutto perché venne ricevuto, a Mosca, insieme ad altri compagni, nientemeno che dal suo idolo Giuseppe Stalin.

 

Gli anni che seguirono furono piuttosto insignificanti per la carriera e la vita del Berlinguer. Fino al 1968, anno in cui fu eletto deputato ed iniziò la sua scalata al vertice del P.C.I.. Ne divenne segretario nel 1972 e con questa carica cercò di farsi conoscere anche a livello internazionale. Ma, nonostante tutti gli sforzi messi in atto, non fu mai ricevuto negli Stati Uniti.

 

Immerso e troppo assorbito nelle vicende politiche e burocratiche del partito, non ebbe il tempo nella sua carriera di occuparsi degli eventi che avvenivano nel mondo esterno ed in particolare di quelli esteri che lambivano il suo partito.

 

E’ probabile che non sia mai riuscito a sfogliare il “Libro nero del Comunismo” e che non provasse interesse per l’ampia attenzione sollevata nel mondo da “Arcipelago GULAG” o da “La giornata di Ivan Denisovic”, opere entrambe di Alexandr Solgenicyn. Ed è difficile che conoscesse l’esistenza di centinaia di altre opere, tra le quali “L’Oro di Mosca” di Valerio Riva, “La tragedia dei comunisti italiani in Russia” di Giancarlo Lehner, od ancora, tra gli altri, “GULAG” di Ettore Mura.

 

Questa ignoranza collegata alla incapacità di apprendere e di conoscere cosa era davvero il movimento ideato da Lenin e da Stalin, lo ha portato a trasfigurare il pensiero comunista ed a rivestirlo di un programma sociale politico, etico, economico all’opposto di quello che era in realtà. 

 

Ed addirittura fece tutto il possibile per attribuire all’ideologia di quel partito una superiorità morale da far valere sui partiti concorrenti.

Superiorità morale che ancor oggi è considerata un credo e fatta oggetto di propaganda da molte  anime semplici delle sinistre.

 

La sua interpretazione del partito comunista, considerato un ente filantropico internazionale nato con l’obbiettivo di elevare l’umanità con il mito dell’eguaglianza,  e la sua visione onirica di identificare nell’URSS un vero paradiso dei lavoratori, resse per poco tempo.

Resse fino a quando questa incrostazione di moralità e di buonismo, contrabbandata con la terminologia di eurocomunismo,  non fu  fatta a pezzi dalla vicenda che Enrico Berlinguer interpretò e visse in Torino il 26 settembre del 1980.

Da mesi la FIAT di Torino era oggetto di uno sciopero violento, condotto con picchettaggi agli ingressi, azioni di sabotaggio degli impianti, blocco delle merci in entrata ed uscita.

Il tutto condito con imminenti progetti di occupazione degli stabilimenti della fabbrica, portati avanti dai progenitori e dai nonni di coloro che oggi sono iscritti al Partito Democratico o militano nell’ANPI.      

Il giorno 26 settembre comparve davanti ai cancelli della Fiat la figura austera di Enrico Berlinguer, che, forse senza riflettere, prese ad arringare le masse di scioperanti già eccitate e rumoreggianti ed in attesa di menare le mani.

 

Da segretario del PCI, promise agli scioperanti il pieno appoggio del partito ed assicurò loro il suo pieno sostegno e la sua protezione, anche e soprattutto nel caso avessero deciso di occupare la FIAT.

Chi legge può facilmente capire che cosa significhi l’aggressione di uno stabilimento industriale da parte di una massa arrabbiata di facinorosi sostenuta da un partito di estrema sinistra. Molto facilmente dei capannoni e dei loro impianti non sarebbe rimasto che qualche cumulo di pietre, in parte annerito dagli incendi.

 

La FIAT avrebbe cessato di esistere.

 

Fu salvata e conservata alla città di Torino dalla ormai famosa marcia dei quadri aziendali, organizzata da Luigi Arisio con la regia di Cesare Romiti.

Passata alla storia come la “marcia dei quarantamila”.

 

L’apertura di un processo di beatificazione per Enrico Berlinguer, un personaggio politico che nascondeva sotto il velo di una superiore falsa moralità, velleità distruttive di aziende, a Sassari come a Torino, può avere senso solo per i suoi stretti discendenti.

  

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