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Di tutto un po'

Sventato un “blitz borbonico” nella fortezza di Fenestrelle – Accadeva il 22 Agosto 1861

Un episodio poco noto, di fedeltà al giuramento dato, di molti prigionieri borbonici

Il Forte di Fenestrelle
9 Luglio
10:30 2019

 

Restare leali e coerenti ad un principio, ad un ideale, ad un giuramento, nel corso dell’esistenza di una persona, costituisce sempre una prova difficile, una continua logorante sfida alla tentazione di cedere ad un compromesso di convenienza.

Infatti cambiare opinione, davanti a sconvolgimenti di eventi politico-ideologici, economici, sociali, diventa una scelta legittima e coerente nella misura in cui si prende atto che l’ideologia “precedentemente condivisa” ha fallito la sua proposta progettuale e che ogni ulteriore indugio di conservazione, produrrebbe danni  non più giustificabili.

Ovviamente questa visione parte dal presupposto che ogni azione individuale (o di gruppo) sia motivata da un percorso che deve dimostrare l’assoluta onestà intellettuale, trasparenza e coerenza verso i nuovi obiettivi da onorare.

Diversamente si rientrerebbe nella prassi del “trasformismo politicante”,  opportunistico, sostanzialmente miserabile, che purtroppo è stato e che continua a restare una presenza inquinante, difficilmente superabile e che purtroppo si presenta puntualmente in ogni nuova occasione di innovazione politica.

La cronaca passata e recente ci offre esempi in merito a iosa. Infatti ci sarebbe solo l’imbarazzo della scelta per prendere in considerazione quelli più eclatanti.

Tuttavia esistono nella storia moltissimi episodi in cui la lealtà ad un giuramento o a un ideale, assumono aspetti clamorosi, per determinazione, audacia, mettendo in conto il rischio dell’incertezza dell’azione e delle inevitabili gravi conseguenze che ne sarebbero eventualmente derivate.

Volendo restare nell’ambito risorgimentale un capitolo interessante, da rivisitare con attenzione e rispetto, è quello del triste destino dell’esercito borbonico, sconfitto in una guerra non dichiarata, umiliato e destinato ad essere “incorporato” d’autorità nel nascente esercito italiano.

Tuttavia se una consistente maggioranza dell’esercito borbonico si sottomise, per mancanza di alternative, alla nuova realtà, restava sempre una parte non irrilevante che, con diverse e sofferte scelte, si oppose a questa resa umiliante, inaccettabile, di annichilimento identitario, culturale e morale.

Il problema dei prigionieri dell’esercito dell’ex-Regno delle Due Sicilie rappresentava pur sempre una urgente e difficile soluzione da risolvere.  In merito diventa interessante conoscere la versione riportata nel “Il Tallone di Ferro dei Savoia” di Stefania Maffeo, autrice “alternativa”, che si discosta dalla storia ufficiale.

« … Ma il problema fu risolto con la boria del vincitore, non con la pietas che sarebbe stata più utile, forse necessaria. Un primo tentativo di risolvere il problema ci fu con il decreto del 20 dicembre 1860, anche se le prime deportazioni dei soldati duosiciliani incominciarono già verso ottobre del 1860, in quanto la resistenza duosiciliana era iniziata con episodi isolati e non coordinati nell'agosto del 1860, dopo lo sbarco dei garibaldini e dalla stampa fu presentata come espressione di criminalità comune. Il decreto chiamava alle armi gli uomini che sarebbero stati di leva negli anni dal 1857 al 1860 nell'esercito delle Due Sicilie, ma si rivelò un fallimento. Si presentarono solo 20.000 uomini sui previsti 72.000; gli altri si diedero alla macchia e furono chiamati briganti.  A migliaia questi uomini furono concentrati dei depositi di Napoli o nelle carceri, poi trasferiti con il decreto del 20 gennaio 1861, che istituì "Depositi d'uffiziali d'ogni arma dello sciolto esercito delle Due Sicilie". La Marmora ordinò ai procuratori di "non porre in libertà nessuno dei detenuti senza l'assenso dell'esercito".  Per la maggior parte furono stipati nelle navi peggio degli animali (anche se molti percorsero a piedi l'intero tragitto) e fatti sbarcare a Genova, da dove, attraversando laceri ed affamati la via Assarotti, venivano smistati in vari campi di concentramento istituiti a Fenestrelle, S. Maurizio Canavese, Alessandria, nel forte di S. Benigno in Genova, Milano, Bergamo, Forte di Priamar presso Savona, Parma, Modena, Bologna, Ascoli Piceno ed altre località del Nord …»

Recenti studi storici in merito hanno evidenziato aspetti che hanno riportato giustizia nei diversi campi opposti, rimuovendo molte versioni di comodo che i “conquistatori” hanno sempre sbandierato per “giustificare” l’obiettivo unitario.

Stesso effetto si è ribaltato sugli attuali sostenitori dell’ex-Regno delle Due Sicilie in merito al ridimensionamento di efferatezze e di trattamenti disumani nei confronti dei militari borbonici, sconfitti e prigionieri.

Il Campo di San Maurizio (TO)

La realtà di quegli eventi fu senz’altro un capitolo tragico e umanamente discutibile, ma un passaggio obbligato per il precipitare degli eventi, probabilmente inevitabile, come per tutte le ricadute negative delle guerre di conquista.

Infatti lo scontro culturale tra i sostenitori “neoborbonici” e “risorgimentali unitari”, che da tempo alimenta un’inconciliabile polemica tra le parti in causa, resta ancora così distante da impedire di convergere su una verità storica condivisa.

La conferma della dimostrazione di fedeltà al giuramento dato al Re Francesco II di Borbone (Napoli, 16 gennaio 1836 – Arco, 27 dicembre 1894) e alle istituzioni del Regno delle Due Sicilie, ci viene offerta da un episodio del volume "Accadde nel 1861 - Cronache, indiscrezioni e retroscena dell'Unità d'Italia" - Edizioni del Capricorno - La Stampa, che riporto integralmente. 

 

 

Sventato Blitz borbonico in Piemonte – Accadeva il 22 Agosto 1861

 

«… Impadronirsi della fortezza di Fenestrelle, orgoglio del Piemonte sabaudo, per issarvi la bandiera borbonica e sfidare poi il Regno d’Italia con azioni di guerriglia, da condurre nella provincia di Torino.

 

E’ un ardito piano sventato giovedì 22 agosto 1861.

 

Lo rende noto l’Eco delle Alpi Cozie, poi ripreso dalla Gazzetta del Popolo.

Raccontano di un colpo di mano scoperto grazie a una delazione. Lo hanno ideato 260 ex militari borbonici. Presi prigionieri nel Mezzogiorno, erano stati inviati in “osservazione” nella fortezza.

 

Non si trovavano in regime di stretta detenzione, poiché non parevano ostili a Vittorio Emanuele II. Le autorità militari li sottoponevano ad “addestramento disarmato”, per indurli ad arruolarsi nell’esercito italiano, come avevano già fatto altri ex borbonici, poi chiamati a prestare servizio nel presidio di Fenestrelle.

Ma è proprio questa situazione che ha suscitato l’idea di organizzare una beffa militare ai piemontesi.

Il piano dei 260 congiurati prevedeva di agire alla 18 di sera. A quell’ora gli ufficiali del presidio sono a mensa e i soldati in libera uscita.

Gli insorti, divisi in quattro squadre, avrebbero svuotato l’armeria, attaccato il comando, occupato l’ingresso della fortezza e i suoi punti strategici.

Una volta issata la loro bandiera e preso il denaro custodito nelle casseforti, sarebbero fuggiti, per darsi alla guerriglia.

Li ha traditi però una lettera, inviata da un soldato napoletano, ostile alla sommossa …».

 

Resta una curiosità legittima: quali furono le conseguenze per gli insorti?

Una nota sempre ricavata dal “Il Tallone di Ferro dei Savoia” di Stefania Maffeo segnala che: «… il tentativo ebbe come risultato l’inasprimento delle pene con i più costretti con palle ai piedi di 16 chili, ceppi e catene …».

Questo episodio ed altri di equivalente significato, se da una parte confermavano la fedeltà e la dignità dei prigionieri borbonici al giuramento dato al Re Francesco II, dall’altra evidenziavano come fosse impossibile rendere viva e solida la fusione delle diversissime componenti sociali ed etno-culturali degli Stati della penisola nella chimerica “identità italiana”.

Un abisso rancoroso separava queste realtà sociali dai nuovi “padroni” e i metodi coercitivi, brutali dei conquistatori non potevano che avvelenare i tentativi di convivenza delle “masse meridionali”, sostanzialmente assenti dalla politica “incomprensibile” dei “decisori” che progettavano il Nuovo Stato Unitario.

Se poi a questa incoerente e forzosa amalgama, che perdura da oltre 158 anni, si aggiunge il fatto che già allora si manifestavano fenomeni criminali mafioso-camorristici e di ‘ndrangheta che, con virulenza incredibile, continuano ancora ai  giorni nostri, parlare di “completamento storico dell’Unità d’Italia”, diventa una forzatura artificiale, se non una provocazione al buonsenso comune.

Pertanto, con questi presupposti deludenti, possiamo ancora sperare in un autentico Stato Unitario degno di questo nome?

 

Immagine di copertina da: www.mole24.it - Immagine del Campo di San Maurizio da: www.pontelandolfonews.com - Immagine di Francesco II di Borbone da: zapping2017.myblog.it

 

 

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