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Cronaca Torino

Rievocazione di Giovanni Giolitti nell'anniversario della morte, a Cavour (Torino)

Lo statista è stato sinteticamente commemorato dallo storico Aldo A. Mola: «…va ricordato non per feticismo, ma perché la sua lezione costituzionale e politica è attualissima»

Immagine di repertorio
20 Luglio
14:00 2019

Fonte: Associazione di Studi Storici Giovanni Giolitti

 

A Cavour (Torino), il 17 luglio, Giovanni Giolitti è stato rievocato dinnanzi alla sua tomba monumentale nell'anniversario della morte, presenti la bisnipote, avv. Giovanna Giolitti, i sindaci di Cavour, Sergio Paschetta, e di Torre San Giorgio, Daniele Arnolfo, il generale Antonio Zerrillo, l'ex presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Saluzzo, prof. Gianni Rabbia, l'ing. Gianfranco Billotti, presidente dell'UniTre Piemonte e una folta rappresentanza dell'UniTre di Cavour, della Proloco, e della Associazione di studi storici intitolata allo Statista, presieduta da Alessandro Mella.

Lo statista è stato sinteticamente ricordato dallo storico Aldo A. Mola, che ne ha recentemente pubblicato la biografia e, fra altro, ha detto:  

“Dall'unità nazionale a oggi ci sono stati parecchi presidenti del Consiglio e ministri di valore. Hanno attuato riforme importanti, opere pubbliche, provvidenze sociali. Però l'unico ad aver affrontato il problema dei problemi è stato Giovanni Giolitti (Mondovì, 27 ottobre 1842-Cavour, 17 luglio 1928): la credibilità dell'Italia nelle relazioni internazionali fondata anche sulle sue forze armate. Lealtà e chiarezza erano i cardini della politica di Giolitti.

Quando nell'estate 1914 esplose la conflagrazione europea, poi degenerata in prima guerra mondiale, Giolitti chiese trattative diplomatiche con l'Austria-Ungheria per evitare l'intervento dell'Italia in un conflitto che prevedeva lungo ed esoso di risorse e vite umane, come poi fu.

Non venne ascoltato. Anzi nel maggio 1915 a Roma gli interventisti più scalmanati tentarono di ucciderlo. Dovette riparare a Cavour.

Dall'agosto 1917, tre mesi prima di Caporetto, Giolitti propose che il potere di dichiarare la guerra passasse dal Re al Parlamento. Lo ripeté nel 1919 e quando tornò al governo, nel 1920-1921.

Quella era l'unica vera grande riforma di cui l'Italia aveva bisogno. Fu chiesta da lui: liberale, Collare della Santissima Annunziata, “cugino del Re”, monarchico ma non cortigiano. Non venne attuata. E così nel 1940 Mussolini ebbe mani libere per buttare l'Italia alla leggera nella seconda guerra mondiale, all'insaputa dei cittadini.

La politica estera e la difesa, insegna Giolitti, sono i pilastri del Paese. Vanno discusse e decise in Parlamento. Questo insuperato Statista va ricordato non per feticismo, ma perché la sua lezione costituzionale e politica è attualissima. Per lui viene prima l'Italia: cioè i doveri dei cittadini verso la patria; poi gli italiani, affratellati agli altri popoli in un disegno civile unitario.

Sovrano è il Parlamento. Con tutti i suoi limiti, esso è votato dai cittadini e li rappresenta.

Nella sua iscrizione mortuaria Giolitti volle essere ricordato quale “deputato”: lo fu per 46 anni, scelto liberamente dagli elettori dal 1882 alla sua morte, non da un Gran Consiglio o da “capibanda”. Le lapidi sua e della consorte, Donna Rosa Sobrero Giolitti Collaressa dell'Annunziata, vanno lette, meditate e capite: costituiscono un'eredità morale e un messaggio per l'Italia odierna e per l'Europa che verrà”.

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