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«I Giurati» (1891). Divagazioni sul quadro di Giuseppe Bottero

18 Agosto
10:00 2019

“L’Illustrazione Popolare”, giornale per le famiglie edito dai Fratelli Treves di Milano come dono agli associati del Corriere della Sera, nel 1891 pubblica, nelle pagine centrali, il quadro “I Giurati” di Giuseppe Bottero che così presenta sotto il titolo “MONDO ARTISTICO”:

«All’Esposizione ultima di Brera, uno dei quadri più osservati era quello di cui nelle due pagine di mezzo vi presentiamo l’incisione: I Giurati, di Giuseppe Bottero. Questo egregio artista, su una vasta tela dipinse il banco dei giurati, in un processo, del quale, si vede, è protagonista una donna. Infatti, sul banco degli accusati, una disgraziata si copre colle mani il volto, curvata; e piange. Quale è il delitto di cui è incolpata?… Non lo si indovina, nemmeno da quel coltello e da quel fazzoletto ricamato che il vecchio usciere fa esaminare ai giurati. I quali sono in varie attitudini; chi pensa, - e quasi medita il fatto su cui dovrà pronunciarsi la sua coscienza; chi sorride maliziosamente; chi, annoiato, si fa fresco con un ventaglio improvvisato con un giornale, e chi è quasi sul punto d’addormentarsi. È una composizione interessantissima, fatta da maestro; e merita di diventar popolare».

 

L’editore Viglongo ha usato questo quadro come copertina per il libro di Carolina Invernizio “Ij delit d'na bela fia. Romans contemporaneo” - che contiene anche “La Bassa Russia. Scene ‘d Pòrta Palass” di Carlo Bernardino Ferrero - edito a Torino nel 1976. Ma che il quadro sia diventato «popolare» come auspicava l’anonimo estensore de “L’Illustrazione Popolare” non possiamo certo dirlo. Anzi, non è popolare neppure il suo autore, Giuseppe Bottero, del quale in rete si trovano informazioni scarse e contraddittorie.

È nato ad Asti, nel 1846 (talvolta si parla del 1° gennaio) e viene indicato come pittore di genere che ha iniziato i suoi studi frequentando lo studio di Giuseppe Giani e l’Accademia Albertina di Torino.

Per proseguire la sua formazione artistica, nel 1869 si è recato a Roma dove ha fatto amicizia col pittore Antonio Mancini (1852 – 1930).

Successivamente è stato attivo, soprattutto a Torino, dove alla Esposizione Nazionale del 1884 espone “Il Coltello” e “Sul Golgota”. Partecipa alle esposizioni della Promotrice torinese con “Un buffone”; “Prova generale”; “Una lezione”; “Un momento opportuno”; “Una buona lana”; “Il figlio”; “Nell’estate”; “Il coltello”; “Sul Golgota”; “Thea”; “Islamita”; “La pesca”; “La campana del refettorio”; “Il ritratto”; “Orfeo”; “Amici”; “Capriccio”; “Nerina”; “Pietosa”; “Amor s’insinua”; “Seduttore”; “In ferrovia”.

Nella Esposizione del 1886 in Milano espone “Compagni di sventura”, nel 1887 a Venezia “Ipocondria” e “La posa”. Ha esposto con successo anche all’estero.

Un critico contemporaneo, De Gubernatis, lo descrive come dotato del temperamento artistico e del coraggio di un pittore del Cinquecento.

A queste indicazioni si aggiunge l’affermazione che Bottero ha conseguito la laurea in ingegneria e ha intrapreso la carriera militare nell’arma del Genio dove ha raggiunto il grado di tenente generale. L’affermazione parrebbe confermata dal libro intitolato “Esempi di facciate di edifizi d’uso militare. Raccolti per cura del maggiore del genio Giuseppe Bottero”, edito a Torino nel 1898. Col grado di capitano sarebbe autore del progetto della Caserma Dogali, costruita a Torino fra il 1887 e il 1888 in via Asti, poi intitolata a “Alessandro La Marmora”.

È sconosciuto l’anno di morte di Giuseppe Bottero, spesso viene riportato il 1927, ma compare anche l’indicazione «dopo il 1927» e quella del 1930, sempre a Torino.

E veniamo a parlare dei giurati, tema del quadro del Nostro.

Le giurie, tipiche dell’ordinamento giudiziario dell’Inghilterra e presenti in Francia, sono state introdotte anche nel Regno d’Italia col nuovo Codice penale (1859). Con l’istituzione, nel 1860, delle Corti di Assise, il giudizio di colpevolezza o di innocenza viene dato da dodici giurati, scelti fra gli elettori, e non più da giudici togati, come nelle precedenti Corti d’Appello.

Le giurie popolari, formate da quelli che sono definiti «giudici del fatto», sono state presentate alla pubblica opinione come infallibile rimedio all’eccessiva severità di questi giudici togati!

È la situazione presentata dal quadro di Giuseppe Bottero. Non va dimenticato che questa istituzione - introdotta nella multiforme realtà del regno d’Italia senza essere stata prima collaudata nel regno sardo – ha dato luogo a episodi paradossali con assoluzioni e condanne arbitrarie e immotivate.

Sugli svarioni delle giurie si riferiscono storielle “divertenti”, raccolte in libri sulla “Giustizia che diverte”, un po’ simili alle attuali raccolte degli strafalcioni in campo medico, scolastico e assicurativo presenti su carta e in rete.

L’istituzione delle giurie è stata fortemente criticata dai conservatori, in particolare dal magistrato toscano Gaetano Bandi: le sue idee sono riprese con forza polemica dal sacerdote Stefano Sanpol, nato ad Alghero nel 1822, a Torino e poi a Firenze battagliero e vivace giornalista, di area cattolico-intransigente, con posizione fieramente antirisorgimentale, che morirà a Roma, nel 1889.

Nel suo “Quaresimale del contemporaneo dinanzi la Corte di Torino”, libro che avrà varie edizioni tra il 1863 e il 1868, Stefano Sanpol scrive, rivolgendosi a un immaginario sovrano al quale fornisce una serie di consigli per la retta amministrazione del regno:

 

«[…] Se volete seguire anche voi la frenetica marcia del tempo, anche voi proclamate la istituzione dei giurati nel vostro regno. Chiamate anche voi giudice il popolo nei tribunali. Ma sopprimete contemporaneamente tutte le cattedre di diritto; bruciate tutti i volumi, che a ben giudicare e punire i delitti degli uomini c’insegnarono; congedate tutti i presidenti, tutti i consiglieri, tutti i giudici che fanno mostra delle loro toghe nei vostri santuari della giustizia.

È roba inutile. Il popolo senza tanto studio, senza tanti libri, e quello che più interessa, senza neppure tanto stipendio, vi schicchera una sentenza sull’onore, sulla libertà, sui beni e sulla vita di un cittadino, su due piedi, all’improvviso, senza leggere, senza consultare, senza scrivere, senza meditare. Imbecilli!

Osereste, o Principe, di abbandonare anche voi così leggermente alla ignoranza, al capriccio, e alle passioni del volgo, il passato, il presente e l’avvenire d’un vostro suddito?».

 

Osservazioni inquietanti che, a un secolo e mezzo di distanza, non hanno più ragion d’essere per l’abolizione delle giurie. Al momento attuale, purtroppo, le preoccupazioni espresse da Sanpol possono, in certi casi, essere estese ai giudici togati.

 

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