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Politica Nazionale

Conte indigesto alla cena fra Di Maio e Zingaretti. (di Alessandro De Angelis)

Di Maio: "Conte il perno di un nuovo Governo". Zingaretti dice no: "Il problema non personale, ma politico". Poi informa Renzi, che concorda. Tutti i sospetti sul doppio forno dei 5 stelle.

24 Agosto
08:00 2019

Si arriva subito al dunque, dopo il primo sorso dell’aperitivo. In clima schietto, ma cordiale. Ecco Luigi Di Maio, polo Lacoste, che illustra la sua posizione a Zingaretti: “Nicola, sai quale è il nostro apprezzamento e la nostra stima per Conte. Per me è lui il perno attorno a cui costruire un Governo con voi”. Ecco Zingaretti, camicia bianca botton down, giacca blu dell’abito lasciata in macchina: “Guarda, nessun problema personale con Conte. Però il punto è politico”.

 

Ed è sul punto politico che si inceppa la trattativa: “Per me, per il Partito democratico, occorre un Governo di svolta rispetto a questi quattordici mesi. Sono disponibile al confronto, l’ho detto pubblicamente, ma sulla base di una discontinuità. Di agenda e del nome per palazzo Chigi”.

 

Casa di Vincenzo Spadafora, Castel Sant’Angelo. Il padrone di casa se ne va, dopo i convenevoli, per favorire il faccia a faccia. Alla fine, il primo incontro tra i due leader rivela quale sia il problema. Prima ancora del taglio dei parlamentari, su cui alla fine un arzigogolo si trova. Perché, a quattr’occhi, Di Maio usa toni assai meno ultimativi rispetto agli spin di giornata, affidati alle agenzie: o così, o salta tutto.

 

Alla fine, nel ragionamento a due, si conviene che è possibile giocare con il calendario, intavolando una discussione sui regolamenti parlamentari e sulla legge elettorale in modo da rendere potabile per il Pd la riforma su cui ha già votato contro. Parliamoci chiaro, questa roba è il grimaldello per giustificare – dal punto di vista dei Cinque stelle - l’alleanza col Pd (facendola digerire al popolo pentastellato) o per giustificare la rottura e cambiare schema (per la serie: non l’hanno voluta votare così, ma ci hanno messo tutta una serie di paletti).

 

Ma il punto non è questo. È il nome. E, alla fine dell’incontro, Zingaretti per correttezza ha chiamato Renzi: “Ti volevo informare che, secondo il mandato della Direzione, ho comunicato a Di Maio che il Pd considera il no a Conte irrinunciabile per intavolare il confronto sul nuovo Governo”. Il senatore di Rignano che ieri ha fatto trapelare ai giornali l’opposto, ha risposto: “Hai fatto bene, condivido questa posizione”. Questo è il succo. Poi è chiaro che, come accade in queste conversazioni, i due si sono annusati, studiati.

 

Uno ha capito che i gruppi dei Cinque Stelle spingono per l’accordo col Pd, l’altro che Renzi controlla ancora i gruppi al Senato. Ed è un problema per Di Maio, non di poco conto. Per la serie, “tu sai cosa penso di quello là”. Questo è il succo, dicevamo. Alla fine, la sintesi sono le parole che Zingaretti ha comunicato ai più stretti che lo hanno chiamato: “Guardate, ora dipende solo da loro. Noi ci siamo e teniamo aperto il Nazareno anche nel week end per lavorare sul programma”.

 

Più che da “loro”, inteso come Movimento, dipende da “lui”, inteso come Luigi Di Maio. Il quale, quel che ha detto in privato, continua a non dirlo in pubblico. Quella frase che tutti, in primo luogo Mattarella, si aspettavano, “disponibili a un confronto col Pd”, il leader pentastellato continua a non pronunciarla. Perché anche un patto col nemico parte da un reciproco “riconoscimento”. Torniamo all’incontro. Era chiaro che, proponendo Conte, Di Maio avrebbe incassato un no. Era scritto nel mandato della Direzione affidato al segretario del Pd.

 

E allora, attenzione: la politica è un’arte che anche i professionisti dell’antipolitica hanno imparato. I più maliziosi nel Movimento – a pensar male si fa peccato, ma certe volte ci si indovina – spiegano che, in fondo in fondo, “Luigi è andato a bruciare Conte”. Ovvero l’uomo su cui (leggete l’ultimo post di Grillo) sta puntando il Movimento. Per la serie: io l’ho proposto, ho fatto il mio dovere fino in fondo, ma sono loro a dire di no, e dunque?

 

Il leitmotiv di questa crisi è che essa si configura come una crisi “nei” partiti, prima ancora che “tra” i partiti, condizionata dalle profonde convulsioni e lacerazioni interne.

 

Al Nazareno la vedono così: “Di Battista evoca il voto, Grillo scende in campo per dire che il punto fermo nella trattativa è Conte, Di Maio lo propone ma senza fare le barricare, i loro gruppi parlamentari spingono all’accordo col Pd, mentre la base ci considera il demonio. È il quadro di una esplosione”. Proseguono al Nazareno: “È evidente che Di Maio sta tenendo aperto il forno con la Lega. E comunque sia in un caso sia nell’altro deve togliersi di mezzo Conte”.

 

Analisi supportata da contatti informali che qualcuno ha avuto con i maggiorenti della Lega, ricevendo conferme che la grande offerta è stata recapitata: quella di un nuovo Governo gialloverde guidato proprio da Luigi Di Maio, con Salvini che resta ministro dell’Interno, ma rinuncia alla casella di vicepremier. E Conte nominato commissario europeo. C’è anche un timing ben preciso, così risulta al Nazareno, dopo il quale sarà presa la decisione, ovvero dopo la mattina di lunedì quando sarebbe previsto un ultimo contatto con gli ambasciatori di Salvini.

 

Così come è la crisi dentro il Pd ad accendere le micce dello scetticismo nel Movimento. C’è poco da fare: il “fattore Renzi”, che nel famoso audio annuncia la scissione. In fondo, per la base dei Cinque stelle, e non solo, è meglio il voto. Insomma, il primo giorno dopo le consultazioni andate a vuoto è ancora un giorno andato a vuoto.

 

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