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Il mistero della cassa scomparsa

Questo romanzo poliziesco di Richard Austin Freeman del 1933, considera anche il problema sollevato di recente per il Museo Lombroso di Torino: la liceità di custodire reperti umani

26 Agosto
12:00 2019

Come appassionato al personaggio letterario del dottor John Evelyn Thorndyke, creato dallo scrittore di romanzi polizieschi Richard Austin Freeman, del quale ho parlato in questo articolo del 14 settembre 2014, ho apprezzato la recente traduzione italiana del libro “Dr. Thorndyke Intervenes”, del 1933, col titolo “Il mistero della cassa scomparsa” (Mondadori, 2016).

Ricordo che il dottor Thorndyke, considerato il più razionalista tra i grandi detective della storia del “giallo”, è stato creato nel 1907 da un medico “imprestato” alla letteratura e la sua ultima avventura “Il mistero di Jacob Street”, è apparsa nel 1942.

Il mistero della cassa scomparsa” viene così presentato in quarta di copertina: «Solita routine al deposito bagagli della stazione di Fenchurch Street. Gente che lascia valigie, gente che ritira valigie. Ogni tanto qualcosa va smarrito, tutto nella norma.

Ma questa è una giornata che l'inserviente di turno ricorderà per molto tempo. Il tizio che gli ha appena allungato un biglietto sembra in preda all'ansia, cerca una cassa di legno cerchiata di ferro con il nome Dobson sull'etichetta.

La cassa c'è, nome e indirizzo corrispondono, eppure il numero del collo è sbagliato. Difficile pensare a uno scambio fortuito. Allora una sostituzione deliberata? Sarebbe davvero un grosso guaio per il proprietario, sempre più ansioso perché il contenuto era di notevole valore.

Ai due non resta che controllare, pochi gesti per togliersi ogni dubbio. Sciogliere lo spago, estrarre le viti, sollevare il coperchio. Per ritrovarsi entrambi a fissare sbigottiti l'interno della cassa.

In effetti, una testa umana recisa non è il genere di articolo che si usi spedire di frequente. E quanto meno evoca altri dubbi, ben più gravi. Per questi, ci vuole il dottor Thorndyke».

Personalmente ritengo che la trama sia intricata - nello stile di Austin Freeman - ma questa volta in modo particolare e, a tratti, anche poco decifrabile. Questa volta appare fastidioso il dogma di Austin Freeman che il colpevole debba sempre morire prima di essere assicurato alla Giustizia (non c’è spoiler, succede in tutti i romanzi!).

Il dottor Thorndyke appare in stato di grazia, quasi un demiurgo, il dottor Christopher Jervis è particolarmente ottuso (la diagnosi della malformazione della testa umana recisa l’ho fatta io e lui no!).

La vicenda amorosa - che in altri romanzi assume un suo spessore e una ragion d’essere - è un vero colpo di fulmine, tanto meccanico da risultare inesistente ai fini della storia.

La trama dà il meglio nella descrizione dell’iter giudiziario per la rivendicazione di un titolo nobiliare che viene a intrecciarsi strettamente con le indagini per un clamoroso furto di un metallo prezioso eseguito in Lettonia. L’ho apprezzato, anche se in misura minore rispetto ad altri, e posso capire perché dal 1933, data della pubblicazione, questo romanzo sia stato tradotto per il mercato italiano soltanto nel 2016: al lettore sono proposte sofisticate nozioni di chimica e di anatomia patologica umana…

Ho anche inserito la foto della pagina dove il dottor Thorndyke affronta, nel 1933, un problema che è stato sollevato di recente a proposito del Museo Lombroso di Torino: la liceità di custodire reperti umani.

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