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Cultura

La lezione di Adriano Olivetti.

Per non dimenticare

Adriano Olivetti
10 Settembre
10:30 2019

Negli anni 50 Adriano Olivetti, nella sua visione del modo di fare impresa e di costruirne il futuro, decise di procedere alla assunzione e inserimento in azienda di giovani laureati selezionati a terne, a gruppi di tre per volta e per ogni gruppo doveva esserci un misto di competenze, come per esempio ingegneria e filosofia, legge o letteratura e altra materia scientifica come matematica o fisica.

 

Sosteneva Adriano che una azienda, a prescindere dall’oggetto della sua attività ma soprattutto se tratta di tecnologia, ha bisogno allo stesso modo di competenza e di cultura. Questo è il punto più significativo di differenza della sua visione con il tradizionale modo di considerare e gestire una qualsiasi impresa.

 

È davvero strano come questa visione di Adriano risalente agli anni 50 del secolo passato sembra essere ancora più attuale, gli esempi di aziende di successo globale per esempio nel settore della tecnologia peraltro lo dimostrano ampiamente.

 

L’operazione alla Olivetti fu affidata a persone di grande professionalità, cultura e sensibilità come Ottiero Ottieri e Furio Colombo, che riuscirono in pochi anni ad inserire moltissimi giovani. Questi giovani facevano lo stesso percorso nei primi mesi di inserimento, compivano le stesse esperienze, dovevano maturarle insieme, capirle insieme anche se ognuno di essi veniva da un mondo diverso per le competenze e anche per la provenienza geografica. Dopo un po’ ognuno di essi prendeva la sua strada portando in azienda il piacere di lavorare in un ambiente che si era capito non solo perché offriva lavoro, ma perché offriva libertà, forza professionale e bellezza.

 

L’operazione garantì alla Olivetti risorse umane di qualità in quegli anni e garantì la sopravvivenza in quelli successivi, dopo la morte prematura di Adriano. Ma il suo valore va al di là di questa considerazione, pur di grandissima importanza, perché è una testimonianza concreta del pensiero di Adriano e della sua diversità ed è allo stesso tempo una grande lezione non solo professionale, ma di vita.

 

Mi è capitato spesso di ripensare a questa storia che ha caratterizzato la Olivetti e Adriano, una storia che mi ha sempre guidato non solo nel lavoro che peraltro ho avuto occasione di svolgere in grande parte, quella più formativa e lunga, nella stessa azienda, ma anche nella vita e nel modo di interpretarla e di viverla.

 

Per questo ho sempre creduto al ruolo della cultura e della bellezza in qualsiasi cosa, il lavoro, i sentimenti, le emozioni, il modo di vivere. Soprattutto ho sempre creduto che l’uomo, quello vero, si esalta quando favorisce il mix di tutto, di competenze, di culture, di razze, di specificità per fare qualsiasi cosa, per vivere qualsiasi cosa.

 

Ho sempre pensato che la diversità è una ricchezza e un vantaggio e devo riconoscere che la lezione di Adriano Olivetti ha avuto una fondamentale importanza per farmi diventare laico, per rifiutare gli stati di pensiero consolidati perché contrari alla innovazione e cioè al futuro e discutere sempre su tutto rifiutando qualsiasi approdo solito, per imparare che nella vita non basta sapere ma è necessario interpretare il sapere, fonderlo appunto con la bellezza e la cultura per sfruttarlo come antidoto all’egoismo, per amare di più la vita e l’umanità.

 

Gianni Di Quattro

Fotografia: Alberto Schiavi (Modena, 1960 - ) - Adriano Olivetti - Bassorilievo in terracotta patinata

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