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Ivrea (TO) - C’era una volta sulla serra ......

Prima che venisse insediato un monastero

25 Ottobre
11:30 2019

C’era una volta sulla serra di Ivrea, poco sotto l’abitato di Magnano, sul versante che declina verso il biellese, una vera oasi di serenità. Una piccola valle amena dove sorgeva quasi da un millennio una piccola chiesa insieme ad un campanile romanico. La chiesa, che veniva aperta solo in particolari condizioni come i matrimoni, sorgeva in uno spiazzo libero da alberi che le facevano corona da ogni lato. Vi era anche, in prossimità del tempio, una piccola fontanella a cui ci si poteva abbeverare in ogni stagione

A qualche distanza dalla chiesetta, sparse sul dolce declivio dell’area, distanti qualche centinaio di metri tra loro, vi erano alcuni cascinali.

Un vero angolo di pace e di serenità cui si accedeva, lasciando la strada provinciale che da Magnano scendeva su Biella.  

Questa serenità, che perdurava inalterata da secoli, cominciò ad essere profanata negli anni 1965. In quei tempi giunse a Magnano un uomo di mezza età, tarchiato, dalla testa quadrata, dotato di una folta barba che gli allungava il volto e gli conferiva un ché di autorevole. Proveniva da un paese del Monferrato, Castel Boglione, dove era nato. Nessuno all’inizio, in quel di Magnano, capì perché dalle sue terre si fosse trasferito sulla serra di Ivrea. A nessuno venne da pensare che fosse stato portato lassù dallo spirito santo.

A poco a poco la verità venne a galla.

L’omone, di nome Enzo Bianchi, cominciò a definirsi un monaco od anche un priore e, dopo avere adocchiato la piccola valle serena che abbiamo descritto, prese in affitto una casa abbandonata che si trovava laggiù, subito al di sotto della strada provinciale.

Prese a ristrutturarla e da allora il silenzio e la serenità amena che caratterizzava quella terra cominciò a svanire. Perché l’uomo che veniva dal Monferrato, dove nessun comune aveva ritenuto di esaudire le sue pretese e che si definiva priore, ma che non era un sacerdote e neppure un diacono, cominciò ad ospitare personaggi di molte confessioni e culture diverse  che provenivano da ogni dove.

In un primo tempo chi arrivava, attratto dall’aura di guru che il sedicente priore emanava e che esibiva nei suoi rapporti con le persone che incontrava, venne ospitato nella vecchia casa ristrutturata.

Quando questa si rivelò insufficiente, fu necessario procedere a nuove costruzioni.

Violando la legge che non prevedeva nuove strutture murarie nella zona, il sedicente priore ebbe a definire prima un “convento” poi un “monastero” la sua creazione e con questa etichetta e con il supporto di alcuni prelati (tra i quali il vescovo di Biella) riuscì a farsi concedere dal sindaco e dalla  giunta di Magnano ogni autorizzazione.

Mai una autorizzazione del genere sarebbe stata concessa ad una officina metalmeccanica o ad un albergo a quattro stelle, ma ad un santone come Enzo Bianchi, che vantava un gemellaggio con i fraticelli de la Verna o con quelli di Camaldoli, non si poteva dire di no.

Su di un piccolo dosso, fu così edificata una lunga struttura a due piani che conteneva camere destinate ad ospitare quella che veniva ormai definita la comunità monastica del convento di Bose. E qualche tempo dopo fu necessario costruire una seconda struttura parallela alla prima, perché la fama del sedicente priore si era dilatata e, come quella di altri guru nel mondo, attirava persone che, fuggendo da una vita normale, cercavano un ambiente di meditazione e di preghiera.

A poco a poco, furono costruiti altri locali, tra i quali una foresteria, delle sale da pranzo, dei laboratori ed infine una vera e propria chiesa dove i monaci dovevano raccogliersi più volte nella giornata. E, da qualche tempo, sono entrate in funzione altre strutture che sono state dedicate ad, un “area scout”.

Strutture costose di cui non sono stati mai rendicontati i costi ed individuati i relativi finanziamenti.

Subito, tutto intorno, comparvero orti, frutteti e coltivazioni di ogni genere e la pace nella valle di Bose fu definitivamente profanata.

Chi, come i monaci e le monache, era accorso lassù in cerca di quiete, meditazione, preghiera, si trovò ad affrontare le regole e gli orari fissati per loro dal serafico priore del monastero. Regole ed orari che ricalcano sotto molti aspetti (ma non tutti, e più avanti vi diremo quali) quelli ancor oggi in vigore in molti campi di raccolta di frutta e di verdura del meridione.

La giornata dei poveri monaci e delle povere monache del monastero di Bose inizia con la levata alle ore 4,30, in modo da dedicare un’ora di tempo ad una lectio divina.

Alle ore 6 prima preghiera in comune cantata e seguita dalla lettura delle scritture.

Dopo la preghiera cantata, segue dalle ore 6,45 alle ore 7 il “capitolo quotidiano”con lettura delle regole adottate in tutti i monasteri antichi e moderni, compreso quello di Bose.

Dalle ore 7 alle ore 8 è prevista un’ora di silenzio da dedicare alla preghiera personale.

Alle ore 8 viene decretata la fine del grande silenzio e dalle ore 8 per il monaco inizia la giornata lavorativa che si protrae fino alle ore 12.

Dopo la seconda preghiera comune, detta l’ufficio del mezzogiorno, ecco finalmente l’ora del pranzo, che deve venire assunto in silenzio o ascoltando musica.

Alle ore 14 i monaci riprendono la loro attività che viene proseguita fino alle ore 17. E sono almeno altre tre ore che, aggiunte a quelle del mattino, portano a sette le ore di impegno lavorativo giornaliero.

Recita della terza preghiera comune alle ore 18,30 e subito dopo la cena, durante la quale monaci e monache possono colloquiare tra loro e scambiarsi opinioni.

Alle ore 20 inizia il grande silenzio che si protrarrà fino alle ore del mattino.

Questo tipo di organizzazione richiede qualche commento, il primo dei quali riguarda lo stato di salute del centinaio di monaci e monache che popolano Bose.

Non è facile per chi si presenta al monastero di Bose, aspirando ad una vita di meditazione e di preghiera, venire di colpo sottoposto, dalle regole del buon priore, ad un impegno lavorativo, che può superare le oltre sette ore giornaliere. E si tratta spesso di un’attività pesante, come la piantumazione e la coltivazione di verdure e di frutteti o quella di lavori di muratura legati alla espansione dei locali del monastero.

E viene spontaneo domandarsi quale tutela sanitaria venga assicurata a quei monaci che non siano in grado di sopportare alcune delle le regole conventuali. Il priore ha previsto un’assistenza medica dedicata od è necessario rivolgersi al SSN?

Altrettanto importanti sono le condizioni economiche imposte dal “fratello Bianchi”, (come lo ha definito di recente il papa argentino), alla sua comunità. 

Nessuna retribuzione, nessun compenso, (meno che mai due euro giornalieri), è previsto per il lavoro dei monaci e delle monache. Tutte le attività svolte nel monastero sono totalmente gratuite.

C’è in tutto il nostro paese una grande levata di scudi contro il cosiddetto caporalato che è quel sistema illegale che consente nel nostro meridione di retribuire con due euro al giorno chi va a raccogliere nei campi frutta o verdura. Si parla in questo caso di evasione di ogni tipo di tasse e contributi.

Nel monastero di Bose le condizioni sono ancora peggiori. Il lavoro è gratuito, non vi è copertura INAIL per gli infortuni, il grande amico del papa non paga i contributi di legge necessari per assicurare una pensione ai suoi sottoposti.

Anche qui inoltre vengono evase tasse e contributi di ogni genere.

Tutto viene ignorato, grazie alle potenti amicizie ed alla protezione di importanti personaggi, tra i quali papa Francesco, che non ha nessuna dimestichezza con le tasse, arroccato com’è tra le sacre mura. Ed anche ad individui come il card. Bertone, Elsa Fornero, Ezio Mauro, Rosy Bindi, Carlin Petrini, che gli ha fatto avere una laurea Honoris Causa, conseguita nientemeno che presso l’Università in Scienze Gastronomiche di Pollenzo, forse perché vende marmellate.
 

Molti altri “dubia” permangono infine sulla gestione economica del monastero. Chi raccoglie ed amministra i fondi delle donazioni e dei proventi che derivano dal commercio dei prodotti elaborati da quel centinaio di bravi monaci?

C’è forse anche al monastero di Bose un ente denominato “Obolo di Sant’Enzo”, analogo a quello definito “obolo  di San Pietro”, oggi piuttosto discusso in Vaticano?

 

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