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Un’ode al gatto

(A)mici: empatia e coinvolgimento in un rapporto tra pari

28 Ottobre
08:45 2019

Altero, aristocratico, in apparenza un po’ superbo. Felino in tutti i sensi, felpato, leggero: perché come affermava il grande scrittore francese Jules Verne, i gatti sono spiriti discesi sulla terra, potenzialmente in grado di camminare su di una nuvola. E ancora: sornioni, tranquilli e irreprensibili. Forse anche un po’ pigri, fatto testimoniato in altre memorabili pagine della Letteratura mondiale, quando George Orwell sentenzia stancamente come, in presenza di qualsivoglia attività da compiere, il gatto sappia sempre rendersi irreperibile.

Eppure questi sfuggenti quadrupedi (come tutti gli animali a eccezione dell’Uomo) sanno sempre donare la parte migliore di loro stessi: ovvero loro stessi, così come sono, senza maschere o artifici. Senza chiedere la nostra approvazione ma considerandola, semplicemente, scontata.

Riceviamo e con piacere pubblichiamo la testimonianza di un Lettore, Mauro Marletta, che con la sua “Ode al gatto” regala ai mici l’unica cosa che essi, in fondo, ci chiedono: un po’ di sincera e affettuosa gratitudine.

 

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Avere un gatto significa accettare il suo smisurato egocentrismo, averne due è follia pura, soprattutto se sono enormi e se i caratteri di due fratelli della stessa cucciolata sono talmente diversi da arrivare a non credere siano fratelli. A volte mi chiedo addirittura se uno dei due sia davvero un gatto...
Eppure, dopo sei anni e mezzo di convivenza con peli sui vestiti (che mai capirò come facciano a esserci visto che vestiti e camicie sono chiusi in un armadio dove i felini non entrano), con le lettiere che "profumano" il bagno e la casa, con le ciotole del cibo e dell'acqua da recuperare nei posti più disparati dopo i pranzetti, con la condivisione del letto che mi costringe a posizioni assurde, eppure – dicevo - pensare di riuscire a passare i miei momenti a casa senza tutti questi (tanti) chili felini mi è impossibile.

 
Per molto tempo da più parti mi son sentito ripetere che il gatto non dimostra affetto, che non riconosce il padrone o amenità simili che oggi smentisco categoricamente. "Meglio un cane", mi dicevano. Come il cane, un gatto ti accetta per ciò che sei realmente, per chi sei malgrado i tuoi pregi (nel mio caso pochi) e i tuoi tanti difetti; ti accetta gratuitamente, malgrado ignori che la sua presenza nella tua vita sarà breve e destinata a non andare oltre te. Noi umani siamo abituati a pensare alla discendenza, quindi pensiamo ai figli come a qualcosa o qualcuno che andrà oltre la nostra vita, qualcosa o qualcuno che porterà avanti la nostra storia, il nostro essere, che manterrà vivo il nostro ricordo anche solo attraverso il cognome; invece lui, il più piccolo felino, non sa che nella maggior parte dei casi sarà solo di passaggio "all'interno" della nostra vita e forse proprio per questo non scende a compromessi che possano ledere la sua dignità, la sua fierezza, il suo orgoglio… e anche se secondo i canoni umani "non sa parlare con noi", comunica il suo affetto secondo il suo personale parere, non come vorremmo noi.

È straordinario pensare che, a differenza del cane, succube e dipendente del suo amico umano, i gatti invece mi abbiano reso succube: sono io a definirmi loro amico, per loro io sono l'umano di cui hanno accettato la presenza  (che ciò avvenga a casa mia dopo averli salvati da un gattile è solo un insignificante dettaglio...), è straordinario pensare ai cambiamenti che ho effettuato per adattarmi alle loro esigenze senza che loro abbiano fatto altrettanto con le mie - almeno visibilmente -; è bellissimo capire che sei tu l'umano che questo piccolo carnivoro schivo ha scelto per manifestare (a volte, eh) tutto il proprio amore attraverso quella che definisco "la danza del latte" (altri dicono "fare la pasta", è lo stesso), le fusa, gli occhiolini, i vocalizzi, gli sgambetti o gli agguati. E goderne.

 
È angosciante e allo stesso tempo magnifico sentirsi cercato quando vogliono loro, essere consapevole di fare da temporaneo cuscino per acciambellamenti improbabili magari su parti delicate o intime e "subire" il contatto con quel pelo, anche se subito dopo passeranno ore a leccarsi per eliminare anche il più piccolo odore umano da loro stessi. Quasi puzzassi e ne provassero  fastidio. Adorabili carogne…

In definitiva, da sei anni e mezzo i miei gatti ci sono sempre stati e ci sono sempre, gratuitamente, indipendentemente dalla mia stanchezza o dal mio umore, anzi comprendono il mio stato d'animo e si offrono come pochissimi rari umani sanno offrirsi strappandomi un sorriso anche quando la voglia di sorridere è poca; ci sono senza un secondo fine se non quello di qualche carezza sincera, un po' di cibo buono (che molto spesso, schifati, decidono di giudicare immangiabile a prescindere dal costo, dalla qualità e dal fatto che solo il giorno prima lo abbiano divorato), una ciotola di acqua fresca possibilmente corrente e le tue attenzioni quando rientri a casa.
"Sono solo animali", pensa la maggior parte degli umani senza considerare che quando (spero tardissimo) la loro presenza verrà a mancare, il dolore sarà forte, come la più grave delle perdite.


Grazie Theo, Grazie Romeo.

 

Mauro Marletta

 

(In copertina, “Gatti che litigano”, di Francisco Goya, 1786)

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