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Di tutto un po'

"Halloween, il giorno dopo"

Un racconto di Maria Rosa Arena

9 Novembre
12:00 2019

Propongo ai Lettori di Civico 20 News questo racconto, scritto da Maria Rosa Arena che così si presenta:

 

Salve a tutti. Mi è stata data l’opportunità di pubblicare un mio scritto e lo faccio con vero entusiasmo. Ringraziando per l’accoglienza e cercando di arrivare in punta di piedi, mi presento brevemente: Maria Rosa Arena, nata a Torino, in un caldo agosto del 1962, mi diletto nella meravigliosa arte dello scrivere. Lavoro a Porta Palazzo, e in attesa di realizzare il sogno di finire il mio romanzo noir -  da tempo in attesa in un cassetto -  spero di farvi cosa gradita con questo mio racconto di Halloween.  Grazie a tutti.

 

"Halloween, il giorno dopo"

 

Cosimino si stava fumando una sigaretta inesistente, appollaiato sulla sua lapide grigia. Mentre cercava caparbiamente di stringerla fra falangi allungate, inspirava aria che finiva là, dove una volta aveva i polmoni. Tirava, tirava e poi la osservava inevitabilmente fuoriuscire dalle costole bianche e curvate all’interno sullo sterno.

 

Si stava un po’ spazientendo. Enrichetta era in ritardo come al solito.

 

«Uffa cosa non darei per una Nazionale vera!».

 

Cinque falangi, tamburellarono nervosamente sul marmo cosparso di aghi di pino: quello che sovrastava la sua tomba. Ma quanto era diventato immenso? - pensò lui – e quasi in risposta, un ramo piegato dal vento, pareva indicare la cornice con la sua foto. Sotto, una scritta grande con lettere argentate che recitava: “Cosimo Giraudo mancato improvvisamente all’affetto dei suoi cari, la figlia pose”. Una lacrimuccia invisibile scivolò da una delle sue orbite vuote. Una luce bianco azzurrina le illuminava, provenendo da chissà dove. Era un mistero anche per lui. Lo faceva pensare a fanalini di coda di una bicicletta che si allontanava. Una bicicletta infilata magicamente, chissà come, dentro il suo cranio.

 

Sbuffò fra le mandibole senza denti e sospirò all’unisono col vento.

 

«Su, su! Niente pensieri brutti stasera!» disse a una formica che si accingeva a scalare con fredda determinazione, il suo omero.  La prese delicatamente e l’appoggiò su due fiori secchi di lillà. Accavallò un femore sopra l’altro e si grattò una tibia annoiato. Considerò che si sarebbe volentieri dato una grattatina anche in testa ma senza capelli, qual era la soddisfazione?

 

Una risatina proveniente da dietro le altre tombe illuminate da lumini gialli e rossi, lo fece sussultare.

 

«Eccomi Mino, vecchio trombone» disse Enrichetta «Scommetto che stavi già pensando che mi fosse successo qualcosa… di brutto!» e nel dirlo scoppiò a ridere ancora più forte.

 

Cosimino la guardò lasciando sbattere un calcagno rinsecchito sui lati della tomba.

 

«Se potessi lanciarti uno sguardo torvo, lo farei» disse infilandosi due falangi a rimescolare l’aria nelle orbite azzurrine e vuote.

 

«Dio, quanto sei noioso» sospirò Enrichetta. Le sue orbite emanarono una fioca luce rosata ma calda. Le mandibole le si colorano subito dello stesso tenue riflesso. Era come se si fosse spolverata di un fard delicato, sugli zigomi sporgenti.

 

«Andiamo?» disse impaziente Cosimino. «A quest’ora Amelia sarà già andata a dormire. Non mi voglio perdere l’unica cena di quest’anno» disse sbuffando aria grigia.

 

Enrichetta si accarezzò un omero corto corto e cercò di sorridere. Lo fece nonostante non avesse i denti, e le venne piuttosto bene.

 

«Se tu fossi stata sepolta vicino a me non dovresti impiegare ogni volta tutto questo tempo, per raggiungermi!» disse Mino.

 

«Veramente ho fatto il giro dei parenti» esclamò Enrichetta raccogliendo da terra un pezzetto di falange che le era caduto sbattendo su un sasso.

 

«Vabbè, Vabbè» disse Mino «Andiamo da nostra figlia o no?».

 

«Andiamo, andiamo... madre mia che ansia che mi fai venire!»

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Amelia si era addormentata in cucina. La testa appoggiata sullo schienale della sua poltrona preferita e la bocca aperta. La bottiglia del Nebbiolo, mezza vuota, era tristemente abbandonata in mezzo al tavolo. Gocce di vino, scivolate dal bordo disegnavano pigre scie rosse che si dissolvevano sulla tovaglia usa e getta.

 

Si svegliò di colpo al suono di una sirena sotto casa.

 

UEUEUEUEUEUEUEU.... ue! Ueeeeeee...iiiiiii.

 

«Chi? Cosa?» esclamò ad alta voce, tirandosi su, sulla schiena. La spalliera della poltrona scricchiolò mentre allungò le braccia verso il soffitto giallo, per stendersi. Un piatto di pasta al forno languiva ancora pieno quasi per metà. Pezzetti di formaggio e pane erano sparsi come sassi gettati sulla sabbia. Una manciata di castagne profumava ancora, avvolta in un fazzoletto rosso. La frutta, neanche l’aveva considerata. Troneggiava intonsa, in una ciotola di vetro verde.

 

Amelia ispirò l’aria. Le erano venute proprio bene, le castagne – pensò soddisfatta: neanche le avesse fatte lei.

Alzandosi, decise che era ora di andare a dormire. S’infilò in bagno e rischiò di scivolare fra il bidet e il lavandino: pattinò sul nulla per qualche secondo come un equilibrista da circo.

 

«Accidenti, quel Nebbiolo» disse ridendo a sé stessa allo specchio. Prese un elastico e tirò indietro i capelli facendosi una coda. La strinse così stretta che pareva un ananas ma per lei, l’uomo del Monte aveva detto sì, per cui la lasciò in quel modo. Ridacchiò. Si lavò i denti. Un po’ barcollando cercò di mettersi il pigiama: una specie di saccone rosso felpato cosparso di mucche, pecore e maialini ridenti. - Che caspita c’avranno da ridere? - pensò emettendo un rutto che la fece vergognare. Si guardò attorno con costernazione. Non c’era nessuno.

 

Prese un vasetto di crema e cominciò a spalmarsela sul viso. La crema era verde scuro, spessa e puzzava di cetriolo e colla di pesce. Storcendo il naso, se la mise stoicamente ovunque, lasciando scoperte solo la zona della bocca e degli occhi.

 

Alla fine alzò il viso verso lo specchio e indietreggiò di colpo per lo spavento.

 

«Maroooonnna!» poi si riconobbe. - Era lei, tranquilla.

 

Si buttò sul letto atterrando come un grizzly impazzito e cominciò a russare come una motosega.

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Cosimino ed Enrichetta arrivarono a casa di Amelia. Piano piano, facendo attenzione allo scricchiolio delle ossa si infilarono subito in cucina. Videro la tavola ancora apparecchiata: la pasta, il formaggio, il pane, le castagne, la bottiglia di vino e si sorrisero a vicenda. Le orbite luccicanti. Poi, ognuno prese una sedia e cominciarono a spiluccare gli avanzi della figlia. Erano grati. Le mandibole masticarono con gusto ogni cosa, lasciandola finire inevitabilmente sul pavimento. Ma non ci fecero caso.

 

– Ummmmmh -, era tutto così buono.

 

Dei rumori. Amelia si svegliò di nuovo per la seconda volta quella sera. Sentiva come un battere di denti – o erano ossa? -  da chissà dove. Si alzò, infilando le ciabatte azzurre. Il rumore proveniva dalla cucina, ne era sicura. Scivolò circospetta sulle mattonelle come su di un monopattino. La leggerezza era altra cosa, ma lei arrivò quasi silenziosa, all’ingresso della cucina e accese la luce allungando un braccio.

 

Cosimino ed Enrichetta si ritrovarono davanti la madre del Dottor Balanzone e cominciarono a urlare senza voce, spalancando le mandibole tremanti. La crema verde sul viso di Amelia, ormai completamente incrostata, emetteva lampi inquietanti, fosforescenti e malevoli. La sciarpa che si era messa a coprirle il collo fino alla testa, la faceva sembrare un impiccato bilioso, lasciato ad essiccare sul patibolo.

 

Urlarono e urlarono ancora.

 

Si alzarono velocemente dalle sedie, si afferrarono le mani scheletriche e scapparono di gran lena. Si potrebbe dire che lo fecero a perdifiato, se solo lo avessero avuto, il fiato. Nel precipitarsi fuori dalla casa, Mino perse un menisco che rotolò per le scale.  Enrichetta cercò di sorreggerlo e un’ulna le rimase fra le falangi. Una costola le si staccò per lo sforzo e rimbalzò con un rumore secco. Echeggiò nel vuoto dell’androne: le donne delle pulizie, il giorno dopo, avrebbero avuto il loro bel dilemma da risolvere.

 

Si dileguarono, appoggiandosi l’uno all’altra come il gatto e la volpe.

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Amelia appena accesa la luce, spalancò gli occhi e chiese: «C’è qualcuno?» Non vide nulla. Né tantomeno, il nulla le rispose.

 

Vide che c’era del cibo in terra. Singhiozzò e sbuffò una vampata di nebbiolo.  Scorse le castagne rotolate per terra e le fissò quasi immerse fra chiazze di vino. Asciugandosi un occhio cosparso di crema, si grattò il mento interrogativa.

 

«Boh» disse.  Ritornò verso il letto, infilandosi le dita fra i capelli e sbadigliando mollemente. Le mani, ormai tutte verdi di crema, afferrarono il cuscino. Fece solo in tempo a sorridere e si addormentò beatamente.

 

Notte, mamma e papà.

 

Maria Rosa Arena

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