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Di tutto un po'

«Parole fumose alla Camera»: cronaca della seduta del 6 aprile 1861 al Parlamento di Torino

Una deludente realtà che perdura ancora ai nostri giorni

Nuova sala del Parlamento italiano, a Torino (1861)
17 Novembre
12:30 2019

Alla dichiarazione ufficiale dell’Unità d’Italia, avvenuta il 17 marzo del 1861, tra i tanti problemi prioritari che gravavano sul Governo c’era anche quella di far amalgamare, nella logica della funzionalità politico-legislativa, il primo Parlamento che rappresentava la neonata Nazione.

Problema non indifferente, che costituiva una grande scommessa, se si teneva conto che i parlamentari eletti della Camera (e i nominati del Senato) provenivano dagli Stati preunitari della penisola italiana, dove vigevano realtà storico-socio-culturali e politico-amministrative completamente diverse e sovente con aspetti difficilmente conciliabili.

Era scontato che far funzionare un meccanismo così complesso ed eterogeneo, espressione di visioni e interessi diversi, avrebbe richiesto un periodo di “rodaggio” fisiologico, dove tutti i parlamentari avrebbero dovuto attenersi rigorosamente al rispetto dei regolamenti, rinunciando a quegli atteggiamenti e alla retorica oratoria pleonastica e sostanzialmente inutile.

Comportamenti che, se potevano essere tollerati all’inizio, avrebbero dovuto quanto prima rientrare nella normalità auspicata, onde evitare di prolungare i lavori parlamentari fuori dal tempo massimo consentito, evento che comprometteva e che avrebbe compromesso in futuro il normale funzionamento operativo del Parlamento stesso. 

Tuttavia l’auspicata normalità parlamentare non ebbe modo di realizzarsi, come la massima istituzione del neonato Stato Italiano avrebbe richiesto per la prosperità e la concordia nazionale.

È quanto ci propone l’episodio riportato nel volume "Accadde nel 1861 - Cronache, indiscrezioni e retroscena dell'Unità d'Italia" - Edizioni del Capricorno - La Stampa, che riporto integralmente.

 

 

Parole fumose alla Camera – Accadeva il 6 aprile 1861

 

«Nel giorno 18 del passato febbraio fu aperto il primo Parlamento italiano. Oggi siamo al giorno 6 aprile. Che cosa ha fatto il Parlamento per l’Italia in questi quasi due mesi?».

Lo chiede da Torino il quotidiano Gazzetta del Popolo, dal 1848 vigile sentinella del Risorgimento.

Quindi risponde: «Tolta la solenne formalità della proclamazione del Regno d’Italia, ci duole dirlo, ha fatto ben poco». E aggiunge: «Il tempo è presenza. Invece ne fu sprecato molto nella verifica dei poteri parlamentari».

«Se ne spreca molto nelle interpellanze che durano, cosa insolita, tre o anche quattro giorni. Diciamo cosa insolita, perché nel Parlamento Subalpino, esse non duravano mai più di un giorno, anzi in un giorno solo se ne esaurivano parecchie, anche importanti».

Quindi commenta: «Così deve farsi, se si vuole star contenti ad una discussione pratica, che risulti di utilità generale non a quella particolare di quei deputati che cercano reputazione come oratori».

Un esempio? «La questione romana poteva essere discussa in un giorno solo. I discorsi del secondo non furono che la perifrasi del primo. E poco importa all’Italia sapere se il Conte di Cavour avesse seguito il concetto di Dante o quello di Petrarca nel fare l’Italia.»

La Gazzetta critica «la tanta verbosità meridionale» e denuncia che «al fumo verbale» si aggiunge «quello dei tanti sigari» dei deputati che lasciano i lavori «per ricevere nell’anticamera parlamentare le loro clientele».

L’episodio sopra riportato, evidenziava chiaramente le disfunzioni di un sistema istituzionale, ancora da amalgamare e disarticolato, dove emergeva una realtà di inconciliabilità insanabile tra le diverse visioni e comportamenti dei deputati, espressioni delle diverse provenienze etnoculturali del Paese.

Pertanto il problema di fondo non era solamente di natura politica, ma si configurava anche come scontro di culture purtroppo molto distanti.

Infatti già si profilava la percezione dell’enorme problema della “questione meridionale”, che iniziava inevitabilmente a rendere difficili i rapporti tra i rappresentanti del centro-nord e del meridione della neonata-nazione.

Tale realtà confermava la sensazione generale che l’Unità d’Italia, che avrebbe dovuto manifestarsi nel buon funzionamento delle massime istituzioni politiche e legislative, in realtà restava un’entità statale fragile e con scarsa credibilità interna e internazionale, dove gli stessi parlamentari si comportavano troppo spesso in modo rissoso, cinico, prontissimi nel privilegiare le rispettive clientele e propri interessi economici.

In pratica così fu l’inizio poco esaltante di questa storia unitaria che, con alterni percorsi politici, considerando anche il periodo della dittatura del ventennio, è continuata praticamente fino ai giorni nostri.

In ogni caso si poteva già allora constatare un ulteriore fatto negativo e cioè l’enorme distanza e l’incomunicabilità della “casta parlamentare” dagli elettori-cittadini, che si è purtroppo costantemente mantenuta, se non aumentata, attraverso i diversi regimi politici che si sono alternati al potere nel nostro Paese.

Resta ancora un’ultima constatazione ineludibile, che solleva una domanda provocatoria: lo spettacolo attuale che ci offrono sovente i partiti politici, il comportamento stravagante e inadeguato di troppi parlamentari “eletti per caso” e a dispetto della decenza, sono molto diversi da quelli rappresentati dall’episodio del 1861 sopra riportato?

Per non parlare del fiume di “parole fumose e superflue” che da sempre sono state il condimento indigesto di troppi discorsi parlamentari finalizzati a “menare il can per l’aia” e per non dire sostanzialmente nulla di credibile.

Pertanto attendiamo, con ironica trepidazione, una risposta possibilmente sincera, ma siamo convinti, con ragionevole presunzione, che questa non potrà che essere negativa.

Con questa poco simpatica prospettiva, siamo autorizzati a pensare che il futuro che ci aspetta non potrà essere migliore del non rimpianto passato e del desolante presente.

In fondo nulla è cambiato se non l’adeguamento dei comportamenti e della politica, sempre troppo spesso senza contenuti, parolaia e inconcludente, all’evoluzione dei tempi e ai moderni mezzi di comunicazione.

In un contesto simile, cercare di essere ottimisti resta una scommessa molto difficile.

Figure dell'articolo:

Immagine di apertura: Nuova sala del Parlamento italiano, a Torino (1861) - Fonte: www.meteoweb.eu

Parla Cavour! - Fonte: www.google.it

Deputati di destra e sinistra (di C. Teja)  - Fonte: www.google.it

Parlamento italiano - Fonte: filosofiastoria.files.wordpress.com

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