Reg. Stampa num.22 del Tribunale Ordinario di Torino - 11 Marzo 2011

redazione@civico20news.it

Di tutto un po'

«Il messaggero»

Un racconto di Maria Rosa Arena

1 Dicembre
14:00 2019

Uno starnuto. L’husky si portò una zampa sul muso e se la strofinò sul tartufo umido.

 

«Salute» disse Agnese all’animale «la senti anche tu questa puzza di zolfo, vero Asmodeo?» Il cane sbuffò gonfiando le guance. La guardò chiudere la finestra e si alzò sulle zampe, fissandola con un occhio azzurro e uno verde. Lei gli sorrise e aprì la porta, incollandosi la sciarpa sulle labbra senza rossetto. Per le strade chiassose di Pompei ascoltarono lo schiocco secco delle tovaglie sbattute dai balconi.

 

Agnese alzò due occhi scuri e torvi verso il Vesuvio: nubi basse lo ricoprivano come una corona di spine. Da giorni piccole scosse di terremoto la terrorizzavano, svegliandola nel cuore della notte. Perfino l’husky che camminava al suo fianco, teneva l’occhio azzurro fisso sul vulcano. Le orecchie ritte annusando l’aria.

 

Lo sente anche lui, pensò lei.

 

Dopo una spesa veloce, decise di passare vicino alla città sepolta, a pochi metri da casa sua.

 

Si sbagliava o sentiva bisbigliare fra i ruderi, in mezzo al vociare della gente?

 

«Asmodeo, li senti?» il cane non spostò lo sguardo dal vulcano.

 

«Dobbiamo scappare! Subito» la voce le entrò dentro la testa.  

 

Agnese si fermò e fissò il cane, sconcertata. L’occhio azzurro si era spostato su di lei. Era ormai avvezza a sentirlo “parlare” direttamente dentro al suo cervello: non sapeva come facesse, né tanto meno spiegarselo ma quel che le sussurrava ora? Mio Dio! Quel cane era comparso davanti alla sua porta un mese fa. Come si chiamava glielo aveva “detto” lui, fissandola coi denti scoperti quasi fossero un sorriso. Così lei aveva deciso di tenerlo con sé, semplicemente aprendogli l’uscio di casa.

 

Quando rientrarono nell’appartamento il cane si infilò nuovamente con furia dentro la sua testa:

«Non abbiamo tempo. Dobbiamo andare via». Agnese fece una smorfia. Si sedette sul bordo del letto, affranta. Asmodeo aveva sempre ragione! Pensò che a parte la follia di tutta quella situazione – cane parlante compreso – Era meglio ascoltarlo – si disse sul punto di piangere.

 

«Cosa devo fare?» chiese guardando il cane, rassegnata.

 

«Il pulmino della scuola. Lo prendiamo e andiamo. Ti dirò io, dove».

 

Agnese avrebbe voluto prendere tempo ma il cane cominciò a digrignare i denti verso i vetri delle finestre. Il Vesuvio, era ormai quasi sommerso dalle nuvole. Un tremore improvviso scosse il letto e la fece sobbalzare con le braccia tese verso il lampadario. Oscillava pericolosamente. Si convinse del tutto.

 

Afferrò quello che poté per l’emergenza e mise tutto in uno zaino rosso. il sudore le aveva incollato i capelli sul collo come un cappio. Inghiottendo saliva disse: «Dobbiamo avvertire tutti!».

 

«Nessuno ti crederà! Ti prenderanno per pazza!!» le disse la voce dell’animale conficcandosi in testa. «E poi non c’è tempo» aggiunse sbattendo nervosamente la coda bianca.

 

“Oh, cazzo! Ha ragione. Già pensano che io sia strana! Merda, merda, merda! Avrebbe potuto scrivere un post su Facebook: “Te lo dico io brutto stronzo, a cosa sto pensando: che il Vesuvio sta per esplodere e voi poveri fessi state ancora lì a cazzeggiare! Scappate, salvatevi! Nessuno vi sta avvertendo ma non è possibile che LORO non sappiano! Lo sanno eccome ma hanno paura di scatenare il panico, il putiferio e se ne guardano bene dall’avvertirvi, perché non saprebbero mai come gestirlo realmente! Perché non sanno gestire un cazzo di niente!!”.

 

«Non abbiamo più tempo!» ripeté l’husky nella sua testa, raspando per terra con gli unghioli appuntiti.

«E va bene, testardo di un cane!» disse alla fine.

 

Si diressero verso il pulmino. Agnese aveva imparato da suo padre a forzare una serratura e lo fece con facilità. Mise in moto. Ci fu un rumore sordo. La marmitta emise uno scoppio e poi partì sbuffando fumo nero.

 

Oh mamma, oh mamma – ripeteva Agnese a voce alta - Oh dio, oh dio -

 

Il pulmino sfrecciò fra le strade di Pompei. A stento evitò di investire un parcheggiatore abusivo che la inseguì per qualche metro, urlando: «‘Mocca a’ mammata!» per poi scomparire nella polvere.

 

Asmodeo, dritto sul sedile le suggeriva le strade da prendere. Nella sua testa le urlava di far presto e: “Gira a destra, sinistra, dritto, dai! Veloce”. Lei, incollata col piede premuto contro l’acceleratore, si pentì di non aver mai incominciato a fumare.

 

Vide una galleria. Si voltò in attesa verso il cane.

 

«Eccola! È quella! Vai, vai! Presto. Entra a tutta velocità!» Agnese ubbidì «Accelera, accelera!» insistette il cane.

 

«Accidenti! Accidenti, ci schianteremo!»

 

«Non succederà!» sentì nella testa. Si fidò, terrorizzata.

 

Il pulmino s’infilò nel tunnel. Agnese si sentì Pinocchio catapultato nello stomaco della balena, veloce, veloce, sempre più in fondo. I fari all’improvviso illuminarono uno sfondo nero che pareva quasi trasparente. - Possibile? Si. - Mio Dio! - si sentì urlare senza voce.

 

Alla folle velocità di 130 chilometri all’ora nel buio, incominciarono ad attraversarlo. Chiuse gli occhi. S’infilarono come un coltello nel burro in quella macchia nera come pece seppur trasparente: il fondo del tunnel. Fece solo in tempo a sentire un boato alle loro spalle. Uno spostamento d’aria spinse il furgone ancora più veloce. Una luce illuminò a giorno lo specchietto retrovisore. Mentre stavano per passare dall’altra parte, il Vesuvio esplose.

 

----

 

Silenzio. Agnese sentì qualcosa di morbido scivolarle sul viso con insistenza. Il cane la stava leccando. «Sveglia!» sentì dentro la sua testa. Aprì gli occhi, pur sapendo di non volerlo fare: erano ancora nel pulmino. Il cielo era azzurro e faceva caldo.

 

«Dove siamo?» chiese all’animale. Si sentiva la nausea.

 

«Dall’altra parte, nell’altro Dove» rispose lui «Andiamo!».

 

Agnese si lasciò guidare senza proferire parola: era provata e sbigottita. Aveva gli occhi spalancati e guardava ciò che aveva davanti, come se fosse stata espulsa in quell’istante dalla placenta. Entrarono in quella che sembrava Pompei ma non lo era. Il cartello d’indicazione diceva: “Benvenuti a Pomice”.

 

Abbandonarono il Volkswagen, ridotto ormai in un ammasso fumante.

 

Agnese vide che dove una volta - o era meglio dire nell’altra Pompei? - c’erano gli scavi, ora c’erano file di negozi con insegne luminose colorate. Porno Shop e discoteche. Niente cenere o case sommerse, solo luci colorate e falli giganti illuminati a intermittenza. Ad Agnese parve un incubo. E poi lo vide. Il Vesuvio. Solo che non era proprio come lo ricordava, era una montagna verde. Vide che era priva della famigliare e temuta bocca, spalancata verso il cielo. Una montagna come un’altra insomma, ma a lei sembrava la stessa. Sentiva che lo era, nonostante l’apparenza.

 

L’husky annusò per terra e poi si mise a correre. Agnese corse dietro di lui. La portò nel luogo dove nell’altro mondo c’era casa sua. Si acquattarono dietro un muro di siepi e osservarono una donna uscire di casa.

L’altra Agnese aveva un giubbotto giallo fosforescente, i capelli biondi stretti in una coda e un rossetto color ciliegia. Andò verso un fuoristrada con su scritto “Protezione della Popolazione – Comune di Pomice” e si accomodò sul sedile armeggiando col cellulare.

 

«Diglielo» il pensiero del cane finì come una scintilla accesa, dentro la sua testa.

 

Agnese provò orrore all’idea ma non era abituata a contraddirlo. A questo punto le sembrò chiaro – idiota che sono! - che non era “solo” un cane: Asmodeo era un messaggero. Ne era certa.

 

Si avvicinò all’auto. L’altra Agnese la guardò da dietro il volante e spalancò la bocca restando muta. Lei cercò di sorriderle imbarazzata ma le uscì una smorfia che servì solo a scoprirle i denti.

 

Il cane, seduto sulle zampe posteriori, le vide parlare a lungo, animatamente. L’occhio verde diventò lo specchio d’acqua di una laguna, mentre in quello azzurro si rifletterono le sagome delle due Agnese gesticolanti.

 

L’altra Agnese che in quell’altro mondo si chiamava Antonia, guardò verso il vulcano mentre ascoltava incredula le parole della donna, pressoché identica a lei. Quando Agnese ebbe finito di raccontare tutto, compreso quello che suppose, fosse accaduto nel suo mondo, si sentì sfinita.

 

«Ora devo andare» disse ad Antonia «adesso sai cosa devi fare. Bisogna avvertire tutti!» ma l’altra l’afferrò per il braccio: «Eh no! Adesso andiamo a vedere in cima alla montagna insieme! Ci sarà pure un segno, una prova di quello che mi stai raccontando. E anche se tutto mi sembra una follia, ti giuro che in quel caso chiamerò tutta la Protezione della Popolazione a raccolta».

 

Agnese non era molto convinta ma comprese le perplessità della donna – chi non le avrebbe capite, accidenti? - e accettò suo malgrado, di accompagnarla. Montarono sul veicolo della Protezione della Popolazione e l’husky saltò velocemente nel cassone del fuori strada. Era pieno di pale, pile e picconi. Quando furono in cima al Monte Pietraviva - così scoprì chiamarsi il Vesuvio in quella dimensione - cominciarono a ispezionare il terreno.

Il cane annusava e raspava, quando Antonia emise un urlo: «Oh Santissimi dei!» Agnese corse accanto a lei «Cristo!» disse.

 

L’altra lei la guardò con la bocca aperta: «Come facevi? come facevi a.…?».

 

Una grossa frattura nella terra si estendeva accanto ai loro piedi formando un crepaccio largo qualche metro. Antonia ci buttò un grosso sasso. Stettero in ascolto. Nessun rumore. Solo strani bagliori dal fondo.

 

«Oh santissimi!» ripeté alzando gli occhi al cielo.

 

E poi cominciò.

 

La terra iniziò a tremare, ed emise un forte boato che rimbalzò ovunque.

 

«Terremoto!» urlò Agnese. Perse l’equilibrio e cadde per terra urtando un gomito. Nuvole di fumi di zolfo si alzarono dalla frattura e avvolsero le due donne, facendole tossire. L’husky abbaiò. Mentre la terra continuava a tremare, Antonia allargò le gambe per cercare l’equilibrio. La spaccatura del terreno si estese formando una riga nera a zig zag che corse in mezzo ai suoi piedi. La terra si aprì sotto di lei, e cominciò a prenderla. Prima le prese un piede: lo sentì infilarsi e sprofondare verso il nulla. Poi, mentre iniziò a urlare, si aprì in un baratro come le fauci maleodoranti di un drago. Con orrore capì che vi stava precipitando dentro. Urlò ancora con tutto il fiato che aveva. Cercò disperatamente di aggrapparsi, ormai in caduta, all’orlo della crepa, grattando pietre e sabbia che schizzarono ovunque; il viso deformato dal terrore. Agnese sconvolta, si precipitò per afferrarle le mani e per un momento, riuscì ad impugnarle tenendole ben strette. «Cazzo, resisti!» urlò gonfiando i muscoli del collo che diventò viola, come se qualcuno la stesse strozzando.

 

«Tirami, tirami, tirami suuuuu!» strillò, con gli occhi strabuzzati la donna, percependo il vuoto sotto di lei.

Nello sforzo il sudore diventò olio e le mani di Antonia cominciarono a scivolare fra le sue. Agnese si accorse che stava per rovinare anche a lei, zavorrata dal peso dell’altra e cercò di puntellarsi disperatamente coi piedi. Fece mezzo metro strisciando con le Nike verso il baratro. Nel momento in cui percepì che stava per precipitarvi dentro anche lei, l’husky cominciò a correre verso di loro.

 

- Grazie a dio! -

 

Agnese sentì il fiato caldo del cane che stava per raggiungerla. Erano salve – pensò – il messaggero le avrebbe afferrate, a cominciare da lei e trascinate al sicuro e...

 

L’animale, abbassando la testa, puntò diritto sul fondo schiena di Agnese abbattendosi contro di lei come un ariete. Ci fu un colpo secco. Lei fece un salto di qualche metro volando oltre il ciglio del baratro. Le mani di Antonia si staccarono dalle sue con uno strillo angosciante.

 

Le due donne precipitarono urlando una appresso all’altra, inghiottite dal vulcano risvegliato, portandosi dietro il loro segreto.

 

---ooo000ooo---

 

 

Miseno, ottobre 79 d.C.

 

«Asmodeo! Che gioia! Eccoti finalmente! In tempo per la cena, amico mio» esclamò raggiante.

 

«Mio Signore!» s’inchinò l’uomo con un occhio azzurro e uno verde, andandogli incontro per abbracciarlo. Un bagliore di luce rossastra e malefica, attraversò il volto sorridente dell’altro che disse: «Vieni, raccontami tutto! Sei stato quindi nei luoghi che ti avevo rivelato?».

 

«Certo, mio Signore. Esattamente nelle date che mi erano state indicate» rispose Asmodeo.

 

«E quanti ne abbiamo rimandati agli Dei con la tua spedizione?».

 

Asmodeo si scrollò via un ciuffo di peli bianchi, ancora incollati alla fronte e si affrettò a rispondere: «Beh, non saprei dire con esattezza, Mio Signore ma sono certo di aver fatto un ottimo lavoro». Rispose afferrando una coppa di vino rosso.

 

«Molto bene! Ahhh, gli umani! Ci immaginano ancora provvisti di corna e forcone! Che sciocchi! Dei fessi!» disse, ridendo di gusto.

 

Facendo tintinnare i loro calici, rimirarono il Golfo di Napoli con occhi estasiati.

 

Ingoiando avidamente lunghe sorsate di vino, il Messaggero relazionò per filo e per segno sul suo operato. Si premurò di sottolineare ogni particolare ben conscio che Satana – Plinio, in quella vita - avrebbe certamente apprezzato. E così fu: l’altro, gioì battendo le mani con occhi brillanti di rosso.

 

«Peccato non poterlo raccontare a quel vecchio pomposo di Tacito!» rifletté Plinio con voce quasi querula.

 

Sospirando, disse: «Occorrerà fare altra pulizia! Sfoltire, pulire! Dio non si sporca le mani, per cui tocca a noi. E non c’è modo migliore, non credi? Sono certo che questo Vesuvio ci sta per dare e darà, sempre grandi soddisfazioni! Ho intravvisto in quella montagnola un vero potenziale distruttivo! E tu ne sei stato il pioniere, il testimone e anche l’artefice, caro Asmodeo!» E poi aggiunse, quasi sussurrando: «Evitare che loro sappiano! Questo è il punto. È nell’ignoranza che si governa, amico mio!» declamò infine, fissando una colonna di fumo gigantesca all’orizzonte. La vide alzarsi improvvisamente, lontano. Verso Pompei.

 

«Guarda! Ci siamo! Eccolo! Osserva quel fumo come ricade dall’alto! Non ti sembra un ombrello? Incredibile! Questo a Tacito, però glielo devo scrivere! Quella vecchia cariatide, morirà di invidia!» pensò affascinato, distogliendo l’attenzione da tutto il resto. Con gli occhi lucenti come carboni in fiamme, Plinio il Giovane, cominciò freneticamente a prendere appunti sui fogli di carta ingialliti del suo diario.

 

Il Messaggero lo osservò sorridendo, scoprendo una fila di denti bianchi e appuntiti. Non gli importava niente del fumo. Afferrò un pezzo di pollo dal piatto e incominciò a divorarlo. L’occhio azzurro si allargò, riflettendo l’intero Golfo. Fu colto da un infinito piacere: non mangiava da quanto?

 

Maria Rosa Arena

Condividi l'articolo

Articolo riportato da

Commenti all'articolo