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Voci e cose dal Piemonte

Come Torino dimentica le sue montagne: ma potrebbe ripartire dalle Valli di Lanzo

Fabrizio Goria, Journalist mountaineer, per Civico20News

2 Dicembre
10:00 2019

Immaginate di essere in una città che è completamente circondata da montagne che possono arrivare ad oltre 3000 metri. Immaginate che, tecnicamente, queste montagne possono essere raggiunte in meno di un’ora. E immaginate che queste montagne contengano una tal biodiversità quasi unica al mondo. In pratica, un sogno per tutti gli appassionati di natura, ma anche per tutti coloro i quali vivono per l’alpinismo.

E non è un caso che questa attività si chiami così. Perché è “nata”, nel senso contemporaneo del termine, sulle Alpi. Ora, immaginate che questa città abbia perduto completamente di vista le sue origini, le sue tradizioni, le sue montagne. Stiamo parlando di Torino. E stiamo parlando del rapporto che Torino ha con le Valli di Lanzo. Valli selvagge, paradiso per molti, ignorate da troppi.

Per un torinese nato tra gli anni Quaranta e gli anni Ottanta, è impossibile non pensare con affetto alle Valli di Lanzo. Val Grande, Val d’Ala, Val di Viù, così come il Vallone di Sea, la Val Malone e la Valle del Tesso, non di rado, rappresentavano uno degli approcci più semplici alla vita montana, alla cultura alpina, a quelle piccole cose che rendono la vita degna di essere vissuta, come accarezzare un bovino o sentire il profumo del fieno d’alpeggio appena tagliato.

Con la scusa della villeggiatura, altro termine ormai scomparso, le Valli di Lanzo si trasformarono in un enorme parco giochi nel quale sguazzare. E i primi a essere contenti erano i bambini, che potevano imparare, divertendosi, cosa significa vivere in montagna. Valori come il lavoro sodo, il sacrificio, la condivisione e il rispetto per gli ambienti naturali, che difficilmente possono essere insegnati in modo diverso. Solo vivendoli in prima persona si può capire. E, di conseguenza, imparare.

Almeno due generazioni di torinesi sono cresciuti nelle Valli di Lanzo. E quando scriviamo di crescere significa che hanno compreso come si sta al mondo. Perché non si tratta di vallate facili, o particolarmente scenografiche, che invece possono essere altre vallate. No, le Valli di Lanzo sono spesso buie, cupe, fredde, aspre. Ma sanno forgiare gli animi. Rappresentano un patrimonio tale che, in qualunque altra parte del mondo, sarebbero già state oggetto di protezione da parte degli amministratori pubblici.

Ma per capire cosa intendiamo, bisogna fare una piccola digressione autobiografica, cosa che per noi giornalisti non è mai semplice, perché dovremmo in prevalenza parlare di fatti, non di noi stessi.

Ma tant’è. Il mio primo ricordo lucido dell’infanzia è legato a un’autovettura e a un profumo. L’auto era una Autobianchi A112 di colore scuro (non rammento se blu o verdone). Il profumo era quello ferro del poggiatesta del passeggero, che inevitabilmente finiva sulle mie mani, avvinghiate a quei due steli metallici mentre guardavo la strada che va da Torino verso Lanzo, via Mathi, e poi su, verso Chiaves.

A Chiaves c’era questa casetta, o meglio mansarda, dove ho passato la mia infanzia. Una stufa che fungeva anche da cucina, il mio letto, quello dei miei, un balcone dal quale si scorgeva tutto, un salottino. E stop.

Per me, il paradiso. Come per ogni bambino, del resto. E ricordo ancora tutte le volte che sono andato con mio padre alla fontana del paese, ora a cercare castagne (c’era un castagneto lì vicino), ora a giocare coi girini nati e cresciuti nell’abbeveratoio. O ancora, quando lungo la strada principale si incrociava Malone, il cane del paese.

A cui tutti volevano bene e lasciavano qualcosa da mangiare. Non si è mai saputo se avesse una vera e propria casa, ma di sicuro era amato. O ancora, le corse verso il bar della piazza, dove c’erano i primi videogiochi arcade.

Le feste danzanti del paese, con il sottoscritto che si rifiutava in modo categorico di ballare con una bambina fin troppo esuberante per l’età che avevamo. Era un piccolo mondo antico che divenne il fulcro dei miei primi approcci con la montagna.

Infatti, una delle foto più iconiche che i miei genitori mi scattarono, mi vede a cavallo di quel vecchio cannone all’ingresso di Forno Alpi Graie. E chi si sarebbe immaginato che poi, a 30 anni di distanza, sarei tornato su quelle montagne con tutt’altro spirito, ma con la stessa sensazione di sentirmi a casa.

Già, perché ho lasciato Torino una dozzina di anni fa, forse più, e dopo una peregrinazione che mi ha visto a Roma, Milano e poi Washington, io, moglie e gatta (americana) siamo tornati in Italia. E più precisamente a Torino. Vedere le Alpi non è mai stato così bello, e così, a 35 anni suonati, tornare a vivere le Valli di Lanzo. Back to basics, come direbbero gli amici statunitensi.

Nostalgia dei tempi passati, quando c’era la spensieratezza del fanciullo, quando l’economia era in crescita (sebbene in deficit costante…), quando la crisi occupazionale non aveva ancora morso l’Italia, quando la FIAT era anche tale e non FCA Group? No. Non si tratta di nostalgia. Si tratta di tornare nei luoghi in cui si è cresciuti, che ti hanno reso ciò che sei. Una sorta di restituzione di qualcosa a un territorio che ti ha trasmesso molto. Non solo cose materiali, come i torcetti o i formaggi, tanto per dirne due di sicuro effetto, ma emozioni, sensazioni positive.

E qui arriva il problema. Noi, come molti amici statunitensi, abbiamo deciso di limitare il più possibile il nostro impatto sull’ambiente. A cominciare dalla rinuncia che per molti è impossibile da adottare. Vale a dire, l’automobile. Quando ci muoviamo, prendiamo bicicletta, mezzi pubblici, treni o aerei. E ogni giorno andiamo a piedi per, minimo, 10 mila passi, circa 5 km. Si tratta di una scelta pesante, certo, ma consapevole che non si debba più parlare di cambiamento climatico, bensì di emergenza climatica. E, come in montagna gli alpinisti tendono a mitigare il rischio, non a eliminarlo del tutto in quanto impossibile, nella vita di tutti i giorni cerchiamo di minimizzare il nostro impatto.

Il problema è che è quasi impossibile raggiungere le Valli di Lanzo nel fine settimana coi mezzi pubblici.

Certo, il treno della Torino-Ceres c’è, ma a che orari? Il primo treno di domenica (o festivi) è alle 7:43, ma arriva solo a Lanzo. E se si vuole andare oltre? Bisogna prendere un bus. Ma non è quello il punto. Il punto è che ci sarebbero fior fiore di alpinisti che vivono in città per esigenze lavorative e che vorrebbero andare nelle Valli di Lanzo coi mezzi pubblici, ma non possono. Perché arrivare a Lanzo alle 8:36 di domenica per iniziare una gita non è letteralmente fattibile. Non parliamo poi di chi arriva da altre regioni.

Inutile girarci intorno: Torino si è dimenticata le Valli di Lanzo. Ed è tutto sotto gli occhi di tutti da quasi 20 anni. Ovvero, quando si è iniziato a parlare delle Olimpiadi invernali del 2006. Si poteva contare sulla bellezza della Val d’Ala, sul Pian della Mussa, o su quella che molti oltreoceano definiscono come “la piccola Yosemite d’Europa”, ovvero il Vallone di Sea.

Invece, si è deciso di puntare su quel turismo da “settimana bianca”. Quello macchiettistico che abbiamo tutti osservati nei vari Vacanze di Natale di vanziniana memoria. Come si è fatto a Cortina, in Val di Fiemme e Fassa, in Val Gardena. Le Dolomiti, non a caso, in Italia sono al top per la ricezione turistica. Mentre a Torino pare che le uniche località montane degne di nota per gli amministratori locali siano quelle della Via Lattea, destinate allo sci alpino. Le altre? Dimenticate.

Allo stesso modo, ci si è dimenticati di essere una città unica, dove è nato il CAI, dove c’è il Museo nazionale della montagna, dove lo sguardo spazia dal Monviso al Monte Rosa. Una scelta giusta? Difficile dirlo. L’impressione è che sia uno spreco. Perché, anche nel caso delle valli olimpiche, i collegamenti non sono semplici e manca l’incredibile ed efficace macchina di promozione turistica del Trentino-Alto Adige, per fare un esempio. In altre parole, Torino si è dimenticata di essere una città alpina, al pari di Chambery, Innsbruck, Trento e Bolzano, dove è possibile vivere la montagna a 360 gradi in qualunque stagione.

Se proprio Torino volesse trovare la sua dimensione, invece di puntare sulla foodification, sugli outlet e sui centri commerciali nella prima cintura (e vale la pena ricordare che negli USA i mall stanno scomparendo…), sul turismo museale, dovrebbe fare un discorso più lungimirante. Dovrebbe puntare di nuovo sul patrimonio naturalistico, come hanno fatto molti Stati statunitensi, come Idaho, Colorado o Utah.

E le occasioni non mancano, anche a cominciare dalle Valli di Lanzo. Il periodo, del resto, è propizio. Le nuove generazioni hanno una consapevolezza cruciale, ovvero che gli ambienti naturali devono essere preservati. E questo può essere il fulcro di una rinascita capace di rivitalizzare valli troppo bistrattate come quelle di Lanzo, basando il tutto su un turismo più lento e più responsabile. Il contesto è uno dei migliori degli ultimi decenni, la città fatica a trovare la sua identità, le possibilità per lo sviluppo di attività montane, ci sono. Altrove, e basterebbe andare oltre le Alpi, invidierebbero la posizione di Torino e il capitale potenziale che ha. Perché quindi nessuno ci vuole provare?

 


 

 

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