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Politica Nazionale

L’Italia frana e sprofonda non solo metaforicamente

Ma i politicanti mestatori di Roma parlano a vanvera e non decidono il da farsi

3 Dicembre
08:00 2019

E’ passata l’ondata di maltempo che ha flagellato il Paese nelle scorse settimane, da Venezia a tutto il Nord. Non si parla più di emergenze nella cloaca romana, ma si farnetica su accuse, campando in aria soluzioni inadatte, se non controproducenti. I grillini rinfocolano  ripicche politiche e polemiche sterili, tutte sparate a vuoto e non finalizzate a rimboccarsi le maniche e risolvere i problemi, per superare i lunghi ritardi della politica e della burocrazia.

In Piemonte e in Liguria, la conta dei danni è drammatica ed ancora l’ondata di maltempo di domenica scorsa ha fatto trattenere il fiato alla protezione civile. Perché dalle nostre parti, è sempre vigile la consapevolezza ed il senso di responsabilità.

In Piemonte abbiamo avuto almeno 130 strade chiuse, tre autostrade bloccate, di cui, per l’A6 i disagi per il traffico a senso unico e chiusure improvvise, dovrebbe permanere per circa quattro mesi. Il Piemonte è stata una Regione bloccata completamente, oltre 550 sfollati e altre 600 persone isolate. E, purtroppo, c’è stata una vittima, che si unisce alle due di un mese fa.

Ma la realtà non perdona e non solo nelle regioni in cui la furia delle acque si è accanita sulle strutture. I numeri sono drammatici: secondo l’Ispra, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, negli ultimi tre anni il nostro Paese è stato colpito da 620.808 frane, che hanno interessato 7.275 comuni (il 91,1% del totale). Un vero disastro, a cui si aggiunge la recente “acqua alta” di Venezia.

Il tema – è ormai ben chiaro ai più – non riguarda solo un generico appello alla “coscienza ecologica”. Non è neppure paradossalmente un problema di risorse. Una recente analisi della Corte dei Conti relativa al “Fondo per la progettazione contro il dissesto idrogeologico (2016-2018)” fa emergere lo scarso utilizzo delle risorse stanziate per il Fondo e l’inefficacia delle misure sinora adottate, di natura prevalentemente emergenziale e non strutturale”.

“Le risorse effettivamente erogate alle Regioni, a partire dal 2017 – si legge nel rapporto – rappresentano, negli anni oggetto dell’indagine, solo il 19,9% del totale complessivo (100 mln di euro) in dotazione al Fondo”. Numerose le criticità a livello nazionale e a livello locale: l’inadeguatezza delle procedure e la debolezza delle strutture attuative; l’assenza di adeguati controlli e monitoraggi; la mancata interoperabilità informativa tra Stato e Regioni; la necessità di revisione dei progetti approvati e/o delle procedure di gara ancora non espletate; la frammentazione e disomogeneità delle fonti dei dati sul dissesto.

La vicenda Mose (Modulo Sperimentale Elettromeccanico, che dovrebbe  proteggere Venezia fino ai 300 cm di acqua alta) ha occupato le prime pagine dei giornali: al momento (i lavori sono iniziati nel 2003) sono stati spesi 5,493 miliardi di euro per la realizzazione del 94% dell’opera. In totale nel bilancio del Consorzio Venezia Nuova (concessionario dell’opera) sono stati iscritti lavori per un costo di quasi 7 miliardi di euro. Anche qui blocchi, denunce e ritardi.

Di fronte a questi problemi di portata epocale c’è chi, come il Ministro Luigi di Maio, pianta un alberello contro i cambiamenti climatici (è accaduto nel mese scorso a Casoria) o chi si accontenta dell’ennesimo appello ambientalista, stile FridaysForFuture (“Siamo davvero disposti a cancellare la bellezza dei mari, delle foreste, delle montagne, di queste montagne? A dire addio al piacere di vedere fiorire, germogliare, crescere la natura?”) perdendo di vista la complessità della materia, che mette insieme aspetti tecnico/politici e culturali.

Poi entrano in scena gli accattoni lerci di una Politica omicida. I giornali compiacenti nascondono vergognosamente che a luglio del 2018 il Movimento 5 stelle ha cancellato la Struttura di missione sul dissesto idrogeologico, cioè il dipartimento che si occupava di coordinare gli interventi urgenti su un territorio, quello italiano, ormai considerato fragilissimo come dimostrano purtroppo anche le cronache di questi giorni: frane, esondazioni, alluvioni, terremoti. Poi, a novembre del 2018, ecco che Sergio Costa, il generale della Guardia forestale che il M5s ha proiettato alla guida del ministero dell’Ambiente, ha persino rifiutato i prestiti agevolati.

Questi sono gli infami che ci governano e che, nel caso,  mettono con la loro insensatezza ed incapacità, a repentaglio la vita di milioni di italiani.

Ma la stoltezza non finisce qui.

Quando, per rispondere ad un’emergenza, viene nominato un commissario straordinario (accade a Venezia ed è accaduto a Genova per la ricostruzione dopo il crollo del Ponte Morandi) siamo di fronte ad un’ammissione di colpa: l’inadeguatezza istituzionale a reggere certe criticità (bypassando i lacci e laccioli della burocrazia), le lungaggini dell’intermediazione politica, l’esorbitante peso normativo (che espone all’azione della Corte dei Conti e delle Procure). Bisogna insomma andare ben oltre un generico ecologismo, affrontando intanto i nodi burocratici e gestionali che frenano gli interventi

Oltre a mettere in moto il potere decisionale ed operativo, c’è però anche bisogno di una chiara presa di coscienza culturale. E c’è soprattutto la necessità di intervenire per fissare chiari obiettivi “di sistema” e conseguenti strumenti, non tanto per salvare una “vecchia natura”, ma per costruire una cultura, in grado di ristabilire un nuovo equilibrio, in cui l’umanità potrà conservare la posizione attraverso cui si è costituita.

Si tratta di una “visione” non ideologica del rapporto uomo-ambiente, una visione attraverso la quale sia possibile realizzare un reale bilanciamento tra protezionismo e intervento antropico, una visione resa pressante dalle emergenze di questi mesi.

Importante è capirsi sui discrimini di fondo e di valore, più che di “schieramento”. In campo non ci può essere un richiamo estetizzante all’ambiente o qualche alberello piantato contro i cambiamenti climatici. Ma chi sarà in grado di gestire, con positività e non con azioni  punitive questo processo?

Il grillo parlante? Ma non scherziamo!

 

 

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