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Giolitti fondatore dello Stato sociale

Il saggio innovativo di Luigi Rizzo – Considerazioni del professor Aldo A. Mola

29 Dicembre
10:00 2019

Contrariamente a quanto solitamente si crede, i “liberali” non furono affatto reazionari e “anti-popolari”. Furono conservatori, cioè uomini delle istituzioni, a cominciare dalla monarchia, garante dell'unità nazionale, ma niente affatto contrari a riforme. Anzi, fu proprio la dirigenza della Nuova Italia a varare le grandi leggi che dettero corpo formale e sostanziale al “cittadino”, a cominciare dall'istruzione elementare obbligatoria e gratuita voluta dal cuneese Michele Coppino e dall'irpino Francesco De Sanctis. Dopo l'età di Camillo Cavour e Urbano Rattazzi, di Quintino Sella e Agostino Depretis, delle tasse sulla macinazione delle farine e il corso forzoso della moneta cartacea, il governo Crispi statizzò le opere di carità, pubblicò il codice penale che abolì la pena di morte e ampliò l'elettività di sindaci e presidenti di deputazioni provinciali.

La svolta decisiva venne però con il programma riformatore enunciato da Giovanni Giolitti (1842-1928) col discorso di Busca del 29 ottobre 1899. All'opposto dei reazionari, i liberali, eredi della “scuola politica di Cavour”, vollero “dare soddisfazione ai desideri della grande maggioranza del paese; e così togliere le cause del pubblico malcontento”. “L'Italia –  disse Giolitti - “deve essere governata con la libertà e con la legalità” e “con la cura affettuosa delle classi più numerose della società”.

Iniziò così l'“età giolittiana” esaminata da Luigi Rizzo, giovane brillante avvocato in “Il pensiero di Giovanni Giolitti, fondatore dello Stato sociale, tra guerra e pace” (Ed. Arbor Sapientiae: www.arborsapientiae.com): tredici densi capitoli ricchi di note sui cinque governi presieduti dallo Statista tra il 1892 e 1921, dalla stagione degli scioperi d'inizio Novecento all'occupazione delle fabbriche del settembre 1920. Il ventennio giolittiano, scandito dall'armonizzazione di riforme sociali e legalità costituzionale, suffragio universale maschile, impresa di Libia, intervento nella Grande Guerra (cui Giolitti invano tentò di opporsi) e dalla crisi di rappresentatività e funzionalità della Camera con l'introduzione della proporzionale, rimane terreno di riflessione, denso di suggestioni per il presente.

In un'opera fondata su cultura storica e giuridica e paziente esplorazione di carte inedite Luigi Rizzo evidenzia che per Giolitti il Cuneese fu laboratorio politico e normativo per “testare” riforme di portata nazionale, sempre con l'occhio volto all'Europa. Per lui “gli uomini di Stato sono fatti esclusivamente per servire i popoli”. Il 24 dicembre 1925 il socialista Claudio Treves gli augurò di conservarsi sino al ritorno del “sole delle libertà”. Da pochi giorni, però, Giolitti si era dimesso da presidente del Consiglio provinciale di Cuneo per manovra orchestrata da fascisti, pressoché assenti dal Consesso. Mussolini aveva fatto sapere che se voleva il contributo governativo per completare opere pubbliche la “Granda” doveva darsi un presidente iscritto al Partito nazionale fascista. Squallido ricatto subìto dalla maggioranza dei consiglieri. Incombeva il regime di partito unico, con un “capo” dai “pieni poteri”.

Il corposo saggio di Luigi Rizzo esce alla vigilia del centenario del ritorno di Giolitti alla guida del suo V e ultimo governo (1920-1921), a conferma dell'interesse che le nuove generazioni di studiosi dedicano alla liberalismo autentico: non per feticismo del passato remoto ma per intendere il ruolo della classe dirigente che con due generazioni ben allevate e bene educate (parole di Giolitti) mirava a fare degli italiani un popolo paragonabile a quelli da tanti più secoli giunti all'unità nazionale.

Aldo A. Mola

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