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Cronache criminali del passato

27 dicembre 1996: una donna è uccisa da un sasso lanciato dal cavalcavia della Cavallosa, presso Tortona, sull’autostrada Torino-Piacenza

27 Dicembre
13:00 2019

Il 27 dicembre del 1996, sull’autostrada Torino-Piacenza, una donna viene uccisa da un sasso lanciato dal cavalcavia della Cavallosa, nei pressi di Tortona. È Maria Letizia Berdini, di 32 anni, originaria di Civitanova Marche, da alcuni anni residente nel Bresciano, sposata da cinque mesi con Lorenzo Bossini, di 30 anni, geometra a Brescia. Viaggiano sulla Mercedes 190 guidata da Lorenzo Bossini, diretti a Torino dove sono attesi da amici con i quali passeranno il capodanno a Parigi.

Una ricostruzione molto precisa e puntuale di questo tragico episodio è contenuta nel libro di Piero Abrate “Storie assassine. Fatti di sangue e violenza che hanno sconvolto il Piemonte a cavallo del nuovo millennio” (Genova, Ligurpress, 2016): a questo testo siamo debitori delle informazioni per questa nostra breve nota.

A pochi chilometri da Tortona (Alessandria), in località Cavallosa, mentre l’auto transita sotto il viadotto, all’improvviso un grosso sasso frantuma il parabrezza. Lorenzo Bossini viene sfiorato dalle schegge ma riesce a mantenere la vettura in carreggiata e si ferma nella corsia d’emergenza dopo un centinaio di metri. Poi si rende conto che la moglie è morta, col cranio fracassato dal masso caduto dal cavalcavia.

Si è fermato nella corsia di emergenza anche un altro automobilista, un idraulico genovese di 26 anni, che con la moglie incinta e un bimbo di solo un anno, viaggiava su una Seat Marbella, colpita per prima da un masso. L’idraulico è rimato ferito dalle schegge e il sasso per poco non ha raggiunto il piccolo che riposava nel seggiolino agganciato al sedile posteriore.

Ci sono altri feriti, come il trentacinquenne che si è arrestato in corsia d’emergenza e che fornisce le prime indicazioni alla polizia: parla di quattro o cinque ombre sul cavalcavia, che gridavano ed esultavano con le braccia alzate. Una bravata diventata un omicidio. Tutti i quotidiani iniziano a parlare, con insistenza e per mesi, della banda dei sassi, o “della Cavallosa” che ha lanciato sulla carreggiata della Torino-Piacenza una decina di sassi del peso di due, tre chilogrammi. La maggior parte sono andati a bersaglio, alcuni anche di rimbalzo, e hanno infranto i parabrezza. Potevano provocare una strage.

In quel periodo viene proiettato il film “Fantozzi – Il ritorno” con Paolo Villaggio dove alcuni teppisti scaraventano un sasso da un cavalcavia. A Civitanova Marche la scena viene tagliata dai gestori del cinema. Intanto il tam tam mediatico scatena in tutta Italia un malsano, e incontrollabile, spirito di emulazione. Nei giorni seguenti si assiste a una vera pioggia di sassi, soprattutto sulle autostrade: sono segnalati alle forze dell’ordine almeno 400 lanci, con oltre 250 auto danneggiate, e 83 persone vengono denunciate.

Lo spazio a disposizione ci impone una estrema sintesi. Sono arrestati in undici, cinque sono scagionati in udienza preliminare o poco prima, due, che hanno confessato e poi ritrattato, escono di scena al processo di primo grado (erano sul cavalcavia ma la loro partecipazione al lancio dei sassi non viene dimostrata). In carcere finiscono i fratelli Sandro, Gabriele, Franco e Paolo Furlan e il cugino Paolo Bertocco, tutti di Tortona, tutti molto giovani. I primi due e il parente confessano, chiamando in causa gli altri, poi ritrattano, Franco e Paolo hanno sempre negato. I Furlan appartengono a una famiglia di modeste condizioni, il padre, di 58 anni, è rimasto invalido dopo un incidente sul trattore; la madre, di 50 anni, fa le pulizie alla stazione di Tortona. Originari di Rovigo, hanno otto figli.

Processati in Corte d’assise ad Alessandria nell’estate 1998 sono condannati tutti a 27 anni ciascuno, pena ridotta a 18 anni e 4 mesi, grazie al rito abbreviato, davanti alla Corte d’appello di Torino che assolve Gabriele Furlan. A luglio 2001 la Cassazione conferma tutto. Sandro, Paolo e Franco Furlan e Paolo Bertocco hanno scontato 12 anni fra carcere e domiciliari: a sancire la riduzione è la concessione dell’indulto di 3 anni e la buona condotta in carcere.

La famiglia di Maria Letizia Berdini esce delusa e affranta dai processi.

E c’è anche un altro aspetto di questo angosciante e intricato caso. Nell’autunno del 1997 si scatena un terremoto nei confronti di Aldo Cuva, procuratore capo di Tortona, travolto dalle polemiche per le manipolazioni da lui ordinate sulle trascrizioni dei verbali relativi ad alcuni interrogatori. Cuva, 57 anni all’epoca dei fatti e da 26 in magistratura, decide di abbandonare l’inchiesta, giustificando la decisione con motivi di salute. Finito successivamente sotto inchiesta, ammetterà di aver fatto manomettere una parte del verbale della deposizione e patteggerà una pena a un anno e dieci mesi con i benefici di legge. Buona parte della sua inchiesta sulla Cavallosa resta comunque valida.

La ricostruzione di questa storia conferma con forza quanto scrive Michele Albera ne “Il true crime dalla stampa all’era di internet”: «Il true crime, a differenza del giallo, non è un genere consolatorio.

Se nella finzione, figlia delle penne di Edgar Allan Poe e dei suoi eredi letterari, il delitto trova sempre il suo giusto castigo, nella realtà rimangono numerosi misteri e casi insoluti».

 

Piero Abrate, Storie assassine. Fatti di sangue e violenza che hanno sconvolto il Piemonte a cavallo del nuovo millennio, Ligurpress, Genova, 2016.

Michele Albera, Il true crime dalla stampa all’era di internet, prefazione del libro di Milo Julini, “Ombre coltelli e scheletri. Due secoli di Torino noir”, Neos Edizioni, Rivoli (TO), 2014.

 

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